Qual è il luogo migliore per scoprire le gioie del sesso? La splendida Emanuelle (Sylvia Kristel) non ha dubbi: la Thailandia. Sarà proprio nel regno del Slam (scritto così ma sarebbe Siam) che la bellissima protagonista del film di Just Jaeckin proverà le più raffinate e fantasiose tecniche per raggiungere il piacere. Con questo film Sylvia Kristel divenne un sex symbol universale. Proiettato in una sala di Parigi per dieci anni consecutivi, “Emanuelle” è il più grande successo erotico di tutti i tempi. – Dal retro della VHS della collana “I Classici dell’erotismo”.
Era buona usanza riavvolgere il nastro, dopo aver visto il film. Nel caso di questa copia che ho di “Emmanuelle”, a parte la difficoltà a sfilarla dalla custodia di cartone, ormai appiccicata alla VHS, ho notato subito che il film non era riavvolto e chissà da quanti anni. Le VHS cartonate che mi arrivano in discarica spesso non si sfilano più dalla custodia e il solo modo per vederle è scartarle via e lasciarle nude per sempre. Quando metto le dita su un film del genere, posso immaginare che tracce materiche siano rimaste invischiate sulla superficie. Cosa potrebbero raccontarci le videocassette sulla razza umana, se fossimo alieni? Questa specifica VHS di “Emmanuelle” mi suggerisce qualche indizio interessante sul suo ultimo “visionatore”, sì perché ricominciando il film da capo, quando sono arrivato a quel punto, è iniziato il su e giù di righe orizzontali tipiche e allora ho capito che è quello il punto esatto in cui la visione è stata interrotta, vale a dire l’arrivo della protagonista alla casa appartenuta a una principessa thailandese. Il marito le mostra quella specie di reggia e poi la porta in camera. I due hanno un amplesso e la servitù, spiandoli, si scatena di rimando. Chi ha visto la VHS per l’ultima volta però si è fermato prima, probabilmente annoiato dall’inizio blando del film o interrotto da qualcuno che arrivava prima del previsto. In ogni caso, non riavvolgere il nastro, dopo chissà, vent’anni, ha rovinato il nastro che ora salta ed è percorso da queste righe bianche per circa un minuto.
Il modo di costruire la prima scena di sesso in “Emmanuelle” credo abbia fatto scuola negli anni 70. I due corpi si intravedono, il letto è coperto da un velo bianco da cui traspaiono i due amanti. La musica è una specie di lounge d’atmosfera, un po’ ipnotico, trasognato e ammiccante, diciamo birichino. Oggi nessuno metterebbe una simile zavorra musicale addosso a una scena di sesso. E il sesso sarebbe più forte, aggressivo, come nei porno della rete.
È una scena d’amore con gli occhi chiusi, fatta di bacetti senza lingua, volti che si avvicinano, si toccano e si allontanano, mentre i corpi accennano a dei movimenti assolutamente fuori da qualsiasi anatomia idraulica e ferale. Direi che siamo più nell’ambito del petting garbato.
L’inseguimento tra i due camerieri, arrapati per aver visto i signori che scopano, è accompagnato da un repentino cambio del commento musicale, che per la quella specie di caccia nel giardino della villa diventa musica violenta, sincopata, in un deflagrare di basso, chitarra e batteria. Ecco, dopo gli zufoli e i cimbali del precedente amplesso di Emmanuelle e il marito, i due thailandesi burini si possiedono in modo heavy, selvaggio e al confronto, animalesco.
Non avevo mai visto il film “Emmanuelle”. Risale al 1974. L’ho evitato in tutti questi anni perché pensavo fosse noioso, deludente, datato. E infatti adesso posso dire che lo è, tutte queste cose. Credo sia impossibile immedesimarsi in quel pubblico che lo andò a vedere al cinema e lo premiò con grandi incassi. Anche il romanzo da cui è tratto, che non conosco, fu un successo. Si dice che a scriverlo non fosse la Emmanuelle del titolo (Emmanuelle Arsan, pseudonimo della scrittrice e modella di origine thailandese Marayat Rollet-Andriane) ma il diplomatico Louis-Jacques Rollet-Andriane, che per evitare problemi con il proprio lavoro, si firmò, con un colpo di genio, usando quello della moglie.
La protagonista, l’olandesina Sylvia Kristel, mostra come certe bellezze scadano nel tempo. Non sto dicendo che oggi non sia una bella ragazza, però non trovo che avesse tutto questo carisma. Mi basta guardare come cammina per non subire più il suo fascino.
Nel film ruota tutto attorno a lei. Vediamo un mondo di gente ricca, annoiata, che non mangia quasi niente e non vede l’ora di copulare con chiunque. Le case sono grandi, eleganti, sontuose e sulle superfici dei bellissimi mobili si trovano solo riviste di moda. Niente libri. I discorsi sono tutti filosofici, ma incentrati su fedeltà, tradimento, darla qui, prenderla là.
Emmanuelle è una modella che fa foto nude, di un erotismo sofisticato e appunto, da rivista. Il marito ha presentato a tutti questo suo impiego particolare, ancora prima che lei arrivi in città. Di conseguenza, tutta la comitiva di occidentali che ruota intorno a lui, non desidera altro che farsela. Lui si vanta di non essere geloso, di andare con chi vuole e non desiderare chiudere Emmanuelle in una teca. Eppure, quando lei si perde nelle notti cittadine, per il poveretto inizia un calvario doloroso e avvilente.
I personaggi danno a intendere che di fronte alla giovane e ingenua Emmanuelle è impossibile non tentare di corromperla ed essere corrotti da lei. Eppure questo effetto non riesce proprio a raggiungere me, spettatore del nuovo millennio con i piedi negli anni 80. E a proposito, nel film più che altro, si vede tanta peluria.
Ricordo che fino al 1986, era sufficiente mostrare il triangolo nero per creare scandalo. Il takle di Sharon Stone nei primi anni 90, ancora destò scalpore ma lì è un po’ come l’accoltellamento della Leigh in Psycho, pura suggestione. E in tutti i casi, mi sa che la Stone ce l’avesse depilata. C’è chi sostiene di averle visto la passera ed era glabra. In verità, come mi spiega l’A.I. la Stone aveva la patata non depilata, ma l’illusione che lo fosse al tempo, la diedero le VHS, che erano in bassa risoluzione.
Eppure, come poi crescendo ho realizzato, nei film cosiddetti “scandalosi” oltre quel monticello non si andava mai. In Emmanuelle ci sono alcune scene lesbiche e la mano fa su e giù in mezzo alle gambe di lei o dell’altra, ma la parte più estrema è quella di una spogliarellista thailandese molto giovane che si accende una sigaretta usando soltanto la vagina. Quello sì che è un momento alla Sdangher.
La Thailandia, nello specifico Bangkok, è una terra di grande peccaminosità, dove il sesso è offerto come un qualsiasi altro servizio, anche in un innocuo locale di massaggi. Emmanuelle in quelle strade e quei locali notturni, sprofonda in amplessi e situazioni sempre più estreme, fino allo stupro finale tra i fumatori d’oppio e la copula in qualità di premio del campione di incontri clandestini di kickboxing. Il tutto davanti allo sguardo affamato del vegliardo guardone Mario, interpretato dall’imbalsamato sessantacinquenne Alain Cuny.
La colonna sonora del film, composta dal cantautore e compositore francese di nome Pierre Bachelet (in stretta collaborazione con l’arrangiatore Hervé Roy) è a dir poco invadente, ma alla lunga ha avuto la meglio su di me. E ha avuto la meglio sulla Francia del periodo, visto che il disco Emmanuelle vendette più di un milione e quattrocentomila copie.
C’è la canzone sibillina con tanto di testo di Bachelet, che ho riascoltato con il testo tradotto sotto gli occhi e devo ammettere che ha sta in piedi anche fuori dal film.
Il cuore di Emmanuelle canta una melodia d’amore
Un cuore che batte a perdifiato
Il corpo di Emmanuelle canta una melodia d’amore
Un corpo che vive col cuore delusoTu sei ancora
Quasi una bambina
Tu hai conosciuto
Un solo amante
Ma a vent’anni
Per restare saggia
L’amore è un
Viaggio troppo lungo
Cazzo, è bella, non trovate? Cantautoriale alla francese anni 70, ma ancora regge. Ma non è solo quella, che infesta tutta la pellicola, la colonna sonora è un via vai di boogie woogie, tergiversazioni jazz e persino, come accennato sopra, delle cazzute ripartenze progressive rock con un antenato di John Zorn che sborra sopra note a caso nelle parti più “dirette”. Ah, la sapete una cosa curiosa? Robert Fripp pensò che uno dei momenti della colonna sonora, probabilmente questo, fosse troppo simile a “Larks’ Tongues in Aspic Part Two” e il duo Bachelet e Roy dovettero affrontare delle prove comparative per evitare l’accusa di plagio.
Questo film mi conferma sempre di più quanto il cinema erotico e quello orrorifico, strutturalmente si somiglino. Le scene spinte sono quelle che lo spettatore attende tra una chiacchiera e una sequenza d’atmosfera e in base all’effetto che quelle producono, si giudica il risultato complessivo. Spesso tutto è raccordo tra questi momenti forti e delle lungaggini d’ambiente, chiacchiere a vuoto e immagini patinate.
Inoltre anche nel film erotico, come vediamo nello specifico di “Emmanuelle” di Just Jaeckin (regista anche di “Histoire D’O” e “L’amante di Lady Chatterley”), si fa tanto un gran casino, rimettendo in discussione i principi morali, mostrando i cedimenti dello spirito, le traversie della carne, per poi ricomporre in un nuovo equilibrio conservativo lo scenario, simile per quanto alterato dopo il viaggio di perdizione, alla situazione di partenza.
Nell’horror il ruolo è svolto dal vampiro o da demone, mentre nell’erotico si tratta di qualcosa di più impalpabile, è una generica ondata di eventi, elementi corruttivi e altri punitivi, che producono il caos momentaneo che ha la meglio su tutte le regole. Per certi versi in Emmanuelle il vampiro è lei e il demone è la città di Bangkok.

