Poorboys – Come la Hollywood Records creò un clone dei Black Crowes destinato a morire subito

Immaginate di mettere insieme una band di rock and roll e soltanto dopo due concerti, ricevere un invito a presentarvi la mattina dopo nell’ufficio di un grosso produttore? Un sogno, vero? Sì, ed è così che iniziò quello dei Poorboys. Non ne avete mai sentito parlare? Probabile. Eppure nel 1992, quando i Nirvana e il grunge esplosero definitivamente, qualcuno alla Hollywood Records, la stessa etichetta succursale della Disney di cui vi ho parlato piuttosto male in occasione dell’articolo sui Sacred Reich, si mise in testa che quei quattro ragazzi piuttosto fighi e di talento erano i nuovi Black Crowes, cotti e mangiati.

Chi li fece firmare sentì che era fin troppo facile far funzionare tutta la cosa. Bastava prendere i quattro giovinotti e le loro canzoni total rock, tra Stones e Aerosmith, e affidarli alle mani sapienti di un grande producer, tipo Andy Wallace, il tizio che aveva mixato “Nevermind” e ormai in odore di santità, e lasciarglieli confezionare per il successo.

Andy in effetti svolse un gran lavoro. Aiutò i Poorboys, nel giro di qualche mese, grazie al grosso budget che l’etichetta aveva messo a disposizione del gruppo  a “vestire” un sound davvero bello tondo, asciutto e cazzuto. Non il classico schitarrame sleaze losangelino e tantomeno il patiname delle A.O.R. band di fine anni 80. Quello era il futuro, o meglio il passato senza tempo che tornava e trionfava su dieci anni di pazzie, mode e modine. Quello era l’origine coubertiana del rock americano, sapete, era la vagina sonica ripassata a lucido da ogni tendenza glam o class rock anni 80 e pronta per offrire una gigantesca nidiata rivoluzionaria al nuovo millennio, altroché Sub Bop!.

Purtroppo il pubblico non capì la differenza, tra Quireboys o Little Caesar e Poorboys. Nonostante i brani di “Pardon Me” andassero al cuore del vero rock di una volta, esprimendo però la nuova freschezza appunto dei grandi reinventori della ruota come i Black Crowes, il disco rimase sugli scaffali dei negozi. Cazzo, c’era solarità sensuale (“Guilty”) o il corale vaffanculo all’ennesima giornata di merda (“Shine”) e che dire di un pezzone dritto al collo della vita come “The Last Time”, con quel ritornello alla Jayhawks.

Ma, come ho già detto, il pubblico non capì. Oppure la Hollywood Records ancora una volta non comprese essa cosa la gente cercasse davvero. Inoltre sapete cosa? Per quanto mi dispiaccia per questi “poveri ragazzi”, che nonostante le loro belle faccine decisero comunque di mettere in copertina un meraviglioso maiale maculato di nome Baxter, pur trovandoli simpatici e bravi, si meritarono il fiasco così totale e senza appelli che li portò poco dopo allo scioglimento e al cestone del discount per tutti gli anni 90. Sì, in fondo non era giusto che sfondassero così presto, senza neanche un po’ di gavetta. E per chi se ne intende più di me, in queste cose, fu proprio la mancanza di un seguito, una pubblicità esagerata, un videoclip ammiccante su MTV e una confezione molto costosa, a portare le persone a sentire la puzza che c’era sotto e condannarli a morte.

Senza farlo apposta, i Black Crowes, nel vecchio numero di Metal Shock che ho sfogliato poche ore fa, erano due pagine prima dei Poorboys. I Robinson intervistati dal Fuzz e non ricordo chi, mentre sfoggiavano la propria attitudine rock and roll, tra beghe famigliari, droghe, idee politiche, massime filosofiche sul vendere dischi e il vero successo; gli altri invece titubanti, poco loquaci, carini, garbati, un po’ ingenui che rispondevano in modo scontato alle solite domande sul disco in uscita e sul successo. Questi due gruppi gomito a gomito sul palinsesto cartaceo di una rivista italiana morta molti anni fafacevano il paio con quelli che avrebbero dovuto rubargli la sedia da sotto il culo. Credo che i fratelli Robinson non si siano mai accorti nemmeno della loro esistenza. E meno male, li avrebbero smerdati a sangue in ogni intervista futura come band costruita e farlocca, dei cloni ridicoli da mandare al macero quanto prima.

Chissà cosa c’era nei Crowes che la Hollywood proprio non aveva capito, perché avevano funzionato così bene con “Shake Your Moneymaker”? Me lo domando ancora oggi.

Quantomeno poi era ironico un altro fatto: lo stesso uomo che aveva forgiato la versione definitiva di “Nevermind”, colui che aveva contribuito in maniera determinante al successo del grunge, stava cercando di dare forma e mettere la firma altisonante da piedi al lancio di una band che proprio in quel contesto dominato da Seattle, non aveva alcuna speranza di sopravvivere.

I Poorboys morirono come un piccolo cucciolo caduto troppo presto dal nido, schiacciati da qualche camion su una bollente strada statale degli anni 90 su cui poi pisciò il cane dell’indifferenza generale. Amen. Ma viva sempre il rock and roll. E oh!, voglio specificare, il loro unico disco “Pardon Me”, resta un ascolto davvero gradevole, è invecchiato bene, sa di… infinito, di antico che si muove ancora ma non vuole mordervi i polpacci, capite? Trovo sia un “prodotto” di qualità. Lo era quando uscì e lo è tutt’oggi. A quanto pare è anche un pezzo ambito per i collezionisti del vinile, beati loro.