La Lancia Dedra, il ruggito blues e il leone Richie Sambora: 35 anni di Stranger In This Town

Il primo disco solista di Richie Sambora ce l’avevo qui nel gozzo. Da anni volevo dargli un’ascoltata perché qualcosa mi diceva che dentro ci fosse roba di qualità. Sapevo che dentro ci avrei trovato “Ballad Of Youth”, che conoscevo per via della pubblicità di non ricordo quale macchina, se una Lancia Dedra o Thema. Quel motivo di chitarra era meraviglioso e un giorno, su Videomusic scoprii che faceva parte di un brano di Sambora solista. Al tempo i Bon Jovi cagavano hit un tanto al chilo, al punto di potersi permettere di venderne ad altri artisti e lasciarne fuori un po’ per i progetti solisti. All’interno di “Stranger In This Town” c’è persino un rimasuglio di New Jersey, “Rosie”, co-firmata con Jon, più Desmond Child e Diane Warren, uno squadrone della morte commerciale per un pezzo che in effetti è solo un guazzabuglio di risentiti, somiglia a tre o quattro singoli dei Bon Jovi. All’interno dell’album solista di Richie sembra messa tanto perché del maiale non si butta via nulla. C’è altro che mi interessa analizzare.

Amo questo chitarrista. L’ho sempre considerato uno straordinario solista e compositore. Lui è il chiappa 2 del culo dalle uova d’oro condiviso con Jon che invece è chiappa 1. Questo album però mi ha convinto di come fosse in gamba come cantante. Sambora ha una voce degna di un Kip Winger degli anni tosti. Ha quel ruggito grintoso e alto da leone in amore che da bravo ragazzo degli anni 80 mi inumidisce il plesso solare come un richiamo trombettistico da battaglia carnale.

Questo album è estremamente datato, certo. Non intendo la cosa come un difetto, è semplicemente una constatazione. Il 1991 era l’anno in cui il mondo musicale del pop rock si pensava eterno e completamente padrone del mondo. Non guardava né avanti né indietro. Seguitava a ribattere le stesse ricette produttive e stilistiche. E ogni pezzo di Sambora mostra l’arte sapienziale di mettere insieme il coro irresistibile, il ritmo trascinante e imbattibile nel triennio 1988-90. Ad aiutarlo c’è un produttore come Neil Dorfsman, celebre per aver lavorato con i Dire Straits, voluto espressamente dal chitarrista per “confetturare” il giusto color blu alla marmellata hard rock + ballads di Richie.

Sambora, si dice, con questo disco volle esprimere la sua natura di bluesman, ma non è solo questo. Secondo me “Stranger In This Town” è la lettera di natale che Richie ha inviato a tutti quanti e a se stesso. Una lettera lunga in cui ha cercato di dirci tante cose, forse troppe. Qui amici miei, c’è la mia classe, il mio talento e la mia frustrazione di non poter trasformare da solo la pietra in oro.

Negli anni ha guadagnato un certo culto, ma è un disco fatto per ricarburare, levarsi qualche sassetto e sgomberare il cassetto dalle canzoni rimaste ferme. I Bon Jovi avevano conquistato il mondo in sei anni di album e tour. Dovevano fermarsi. Optarono per una pausa di diciassette mesi. E in quel mentre, sia Jon che Sambora fecero le loro mosse. Il primo con il “Blaze of Glory” (colonna sonora del film “Young Guns II”) e l’altro con questo “straniero in città”. Ovviamente Jon vinse a man bassa con le vendite, ma per Richie non era una questione di copie vendute. Voleva solo far sentire la sua voce e una piccola parte del vasto pubblico adorante del gruppo di cui faceva parte, seppe ascoltarla.

Sarebbe stato interessante capire come avrebbe potuto sviluppare il proprio percorso creativo, Richie, se fosse rimasto fuori dai Bon Jovi oltre quei diciassette mesi, se “Keep The Faith” e “These Days” fossero usciti senza di lui, ma a quanto ne so, una volta tornati insieme ritrovarono lo spirito di squadra che li avrebbe portati a dominare gli anni 90, nonostante i Bon Jovi fossero i capitani coraggiosi di una flotta, quella hard rock, quasi tutta andata a picco. Mi piacciono le metafore picaresche. Arrrrrgh!

Di Sambora, questo suo modo più personale di sedurre il mondo, tra Beatles e Clapton (anche ospite con un assolo), non so quanto emerga nei lavori del gruppo, ma so cosa non c’è dei Bon Jovi in questo libello solista. Non c’è traccia dell’irruenza jerseyana del boss. Quella è un’ossessione di Jon. Ecco, per “Stranger…” mi immagino le manone di Sambora che spostano la sagoma del cantante con il suo sorriso ammazza-somare, e resta lui sul palco, il suo profilo italiano (sì, lo so che è polacco d’origine) e quell’aria da ragazzone gentile.

Ascoltando l’album, scrivo questa e poi chiudo, mi sfugge via via l’aspetto chitarristico, degli assoli, la tecnica, ed emerge quello dell’autore: “The Answer” che è così avvolgente e personale, “One Light Burning” che ascende a spirale come il fumo del pop buono dei Mr. Mister verso il cielo color tempera dell’inizio degli anni 90 e “Father Time” che invece è solenne e lirica ma allo stesso tempo ha la grandeur risentita bonjoviana di “New Jersey”. Questi secondo me sono i tre confini rappresentativi del potenziale in solitaria di Sambora. Va detto che alcuni della band sono ospiti. Tico Torres suona la batteria su tutte le canzoni e David Bryan si occupa di archi e tastiere. Fossi stato in Richie io non li avrei coinvolti. Se ti porti dietro due terzi della band madre, è difficile far credere al mondo di essere davvero un “coraggioso straniero solitario in città”