Sono ancora qui alla discarica. Sembra che ormai il mio incarico sia ufficiale. Il caldo non concede tregua da circa due settimane. Siamo sui 35 gradi durante le ore più calde e 22 la sera, quando le camere arroventate cuociono al vapore il mio schifoso pellame macerato dal sole. Guardo il soffitto, guardo Netflix, guardo il vuoto o la mia compagna che dorme come una bambina lasciata sola sul ciglio della strada e intanto sudo e penso. Sono qui e attendo di sopravvivere a questa parte d’estate così lontana da ogni speranza. Di gente ne viene poca. Arrivano un sacco di VHS, però. Ieri ne ho recuperate dieci scatole, tutte originali. dalle commedie dimenticate di Vittorio De Sica ai vecchi film di Cronenberg. Per un momento non ho più sentito il caldo, mentre le portavo nelle viscere della mia vecchia casa ero contento di questo tesoro capitatomi tra le mani. Poi la casa mi ha di nuovo risucchiato nel buio soffocante di questa merdosa estate. La casa è quella dove sono cresciute le mie figlie e dove il mio primo grande amore è andato in malora con il vecchio me. Lì è pieno di scatole, ragnatele, riviste e libri. Ci sono anche vestiti e altra roba che prima o poi dovrò buttare.
La mia depressione va e viene. Ogni volta che riesco a fare l’amore con la mia donna, per qualche giorno mi sento quasi normale. Poi torna il senso di angoscia, di annichilimento, di impotenza e paura degli altri. Ieri sera ero in una strada buia e accanto a me sentivo camminare e ciarlare un gruppetto di ragazzine. Potevano avere diciotto o vent’anni. Erano tutte decisamente in tiro per il venerdì sera. Beh, ho dovuto cambiare strada e attendere di non sentire più le loro voci.
Sono riuscito ad andare a cena con i colleghi, ieri sera e ho tenuto bene fino alle undici. L’altro giorno invece ho dovuto dare buca a Domenico per la live di metà settimana. Non mi riusciva di partecipare. La cosa mortificante è che non sai se riuscirai a presentarti e se ce la farai, non sai quanto riuscirai a restare. Se potrai farlo fino alla fine, senza sparire all’improvviso o scappare in lacrime. Vorrei solo chiudermi in un bunker con dei libri, un PC per scrivere, carta e penna, una buona connessione per i porno, barrette proteiche, piadine, vecchie riviste metal e vecchie VHS. Starei lì dentro fino alla fine di Agosto. Dopo uscirei e riabbraccerei il mondo o quel che ne resta.
Tempo fa sono riuscito a incontrare lo psichiatra. Mi ha suggerito di raddoppiare il dosaggio del farmaco che prendo da anni. Sarà dal 2015 che non mando giù una pasticca intera ma ricordo bene come mi riduceva. Avvertivo una sorta di lieve torpore dietro gli occhi e a volte non rispondevo alle domande che mi venivano poste. Lo psichiatra mi ha domandato se avevo un calo del desiderio o problemi di erezione. E io gli ho risposto con malcelato orgoglio di no e che il solo problema era che non venivo mai. Il calo poteva capitare perché tanto era tutto inutile. Quindi mi arrendevo appena mi accorgevo che la mia compagna non si stava divertendo più da un po’. Vi immaginate con questa afa scopare un’ora, menarsi un’altra mezz’ora per una pisciatina orgasmica su una coscia?
La vita sessuale è così difficile a queste temperature. Ho sentito dire che ormai viviamo l’estate come in Australia e laggiù è l’inferno. La gente beve birra con i biscotti a colazione al posto del latte e manda giù super-alcolici a oltranza per non impazzire. Io personalmente ho aumentato di parecchio il trangugio di birre, specie quelle ad alta gradazione. Mi piace come mi rallentano. Mi aiutano ad affrontare la notte di caldo e di angosce con un’attitudine sorniona che sbrodola nella sonnolenza e in un sonno che dura circa un paio d’ore, poi il picco di cortisolo mi ridesta. Vado a pisciare e resto sveglio fino alle 5. So che ricorrere all’alcol per alleviare la tensione non è la migliore delle soluzioni, ma farlo con gli psicofarmaci è anche peggio. E inoltre la birra inacidisce il PH della pelle e così le zanzare non mi pungono granché, ormai.
Forse, mi suggerisce una vocina dentro di me, non sono tanto furbo a raccontarvi tutti questi miei casini, visto che sono ancora un padre divorziato e sovente ho dovuto subire minacce di allontanamento a causa della mia pazzia, ma io non sono esattamente pazzo, non lo sono mai stato, nemmeno il giorno in cui andai così fuori di testa da tagliarmi un braccio con un rasoio bic.
Sapete, ogni volta che racconto questa storia l’atmosfera cambia sempre intorno a me. Dovrei tenerla segreta questa mia aggressione a me stesso e invece vi assicuro che è stato un momento molto istruttivo.
Quando ancora, sotto i peli vedo le piccole cicatrici dei tagli che mi sono fatto quel lontano pomeriggio di ormai una decina d’anni fa, o quasi, mi torna in mente l’immagine di me, che da fuori graffio e mordo la mia stessa pelle. Quanto devo essermi odiato in quel momento… e invece non era così. So che oggi c’è tra i giovani una specie di autolesionismo che fa tendenza. So anche cosa spinge i ragazzi a farsi dei taglietti su braccia e gambe. Mi è stato spiegato che il dolore sprigiona delle sostanze che producono nel corpo un senso di piacere e di calma. Nel mio caso il tagliarmi fu per mostrare il mio dolore a qualcuno che non mi pareva riuscisse a sentirlo. Sanguinare e farmi male esprimeva il mio cazzo di vuoto e per me è così importante sentirmi capito da chi mi vuol bene. Probabilmente questa scenata ha delle situazioni antenate nella mia infanzia, quando ai no dei miei genitori ero capace di correre in cucina a prendere un coltello e minacciare di ammazzarmi. Ricordo ancora la sberla di mio padre quando lo feci la prima volta. Mi tolse il coltello, mi assestò uno schiaffone e mi ordinò di andare a dormire. Ma non finì lì.
Ammetto che in quel gesto di dieci anni fa, a cui è seguito un senso momentaneo di confusione e di smarrimento, ha fatto seguito a varie riprese, il desiderio di ripeterlo. L’ho sentito un altro paio di volte con la stessa persona e poi con mia madre e anche in altre situazioni, al culmine di certe discussioni coniugali particolarmente esasperanti. Ma ho sempre avuto la capacità di controllare questa mia idea di incidermi e mostrare il mio dolore che stilla lungo le braccia. So che non ho bisogno di una catarsi così violenta. Semplicemente quella sofferenza io me la terrò, con o senza la comprensione degli altri. L’illusione che tu capendo il mio soffrire mi allevierai il dolore, è solo un’idea che mi conforta ma che non regge.
Per un po’ mi sono sentito malato, mi sono sentito morboso e in un paio di primi appuntamenti con altre ragazze, dopo essermi separato, ho sentito il dovere morale di avvertire le mie povere accompagnatrici che mi era capitata questa cosa e che non garantivo che non avrei avuto una ricaduta. Ovviamente loro mostravano comprensione, ma nello sguardo mi dicevano addio e poi nei fatti capitava lo stesso.
Da allora sono passati anni di analisi e di auto-lavoro. Oggi vivo una felice relazione sentimentale, costruttiva, rispettosa e appagante. Certo, è il migliore degli inferni possibili, non vi racconto balle, ma se c’è una persona che mi abbia dato un po’ di conforto e un vero abbraccio profondo, è la donna con cui vivo ora. Ho letto molto su un sacco di cose riguardanti la depressione e non mi sono più trovato così fuori di testa, però devo ammettere che quella brace là in fondo non si è mai spenta. La differenza rispetto a prima è che probabilmente ardeva senza che io lo sospettassi e quando l’incendio divampò, io non avevo nemmeno idea di dove trovare un estintore. Direi che è un miglioramento, no? Ora so che potrei morire di auto-combustione in mezzo a tutti.

