In un articolo di Metal Hammer di gennaio del 1993, si presentava la “Next Generation” della Sub Pop – leggi “il futuro del grunge”. A parte che, come si scoprì dopo un anno, il grunge non aveva più alcun futuro, parafrasando i Sex Pistols, ma sarebbe stato sbagliato pensare anche solo al grunge, perché l’etichetta più celebre di Seattle si stava muovendo in direzioni inedite. Purtroppo, di tutti questi nomi elencati nell’articolo di Metal Hammer, io non solo non ho sentito parlare dopo, ma proprio non ne ho mai saputo nulla in generale. Vi domanderete il perché di un articolo sulla Sub Pop in una rivista come Metal Hammer, ma è inutile interrogarsi, al tempo tutto quello che veniva da quella etichetta era alla stregua di ciò che pubblicavano la Roadrunner o la Metal Blade. Parliamo per cominciare dei Codeine.
Intanto bisogna che io lo ammetta, non avevo idea di una cosa chiamata “slowcore”, anche se ascolto gruppi che praticano questo genere, da almeno vent’anni. Specie quelle band alternative molto underground che partono da qualche rimbrotto black metal e lo fondono con lo shoegaze e l’avantguarde, come per esempio i temibili Fen o tutta la stregua di emuli degli Alcest e i Deafheaven. Sono debitori tanto ai Mayhem e i Sonic Youth quanto ai Codeine. Ma non solo, molte cose dei My Dying Bride degli anni 2000 erano slow core e non doom metal, come si crede. E poi ne potete trovare in certi dischi dei Radiohead, Lana Del Rey, i Mogwai, i Sigur Rós, i Deftones. Siete circondati di slowcore, sapete?
La cosa intrigante dello slowcore è che si tratta di un cavallo di troia del grunge.
La Sub Pop, dopo aver fatto i soldi grazie al fenomeno “Seattle”, provò a distaccarsene, mentre tutti invece si aspettavano che continuasse a tirar fuori altri Nirvana e Soundgarden dal pollaio. Infatti c’era da parte dei giornalisti questa tendenza a buttare polvere negli occhi con gli ormai risaputi nomi grossi, ignorando o sottacendo consapevolmente sugli sforzi di ricerca dell’etichetta.
Questo trio di New York, i Codeine, avevano già pubblicato l’album per la tedesca Glitterhouse Records, etichetta licenziataria della Sub Pop e un anno dopo circa, approdarono anche in America grazie alla casa madre. Per quanto facessero una musica emotivamente pesa e rallentata al massimo, lontanissima dalle cose pubblicate dalla label di Seattle, Poneman e Pavitt o chi per loro, trovarono incredibile il sound e l’attitudine dei Codeine. L’album si intitola “Frigid Stars”, citazione di un verso dei Fall, “la band post-punk spiegata ai giovani” dal pensatore eco-calittico Mark Fisher, pace all’anima sua.
I Codeine con il metal non avevano niente a che fare, è palese, ma negli anni 90 c’erano un sacco di modi per essere estremi e i più giovani cercavano di spingere al massimo senza pensare di somigliare a questo o quello. “Frigid Stars” era un incipit talmente esasperante che nessun pubblico, per quanto aperto, poteva accettarlo.
Infatti non vendette granché.
Il gruppo si sarebbe sciolto nel 1994 a causa degli scarsi riscontri, ma non solo. I tre, guidati dal leader Stephen Immerwahr (Basso e Voce) applicarono su loro stessi un’etica lavorativa tanto ardua e austera da garantirsi l’esaurimento nervoso prima del terzo album. A quanto ne so le cose divennero talmente assurde e logoranti che ci stettero male i Codeine e tutti quelli che ebbero a che fare con loro nell’arco di cinque gradi di separazione.
“Frigid Stars” sembra galleggiare nel vuoto dello spazio, come una vecchia nave di ricordi e di amori andati a muffa, una valanga di lettere mai spedite, di invocazioni dietro ai corpi astrali in avanzato stato di putrefazione da caduta libera nello spazio profondo. Brani come “D” o “Cave-In” sono spaccati sonori di un mondo etereo, di sogni indigesti sforati in una dimensione altra, piena di satelliti-ossario e malinconiche truppe aliene.
Eppure quel sound così claudicante e fragile era creata con lucidissimo rigore e richiedeva inflessibili prove tecniche. Per dire, i Codeine furono capaci di mettere nel congelatore un intero disco dopo “Frigid Stars”; non erano abbastanza soddisfatti di come l’avevano suonato, quindi ricominciarono a inciderlo da capo.
Il bello è che, con i loro pezzi agonizzanti e sospesi, tra carezze sfinite su corpi dormienti e attese in spettrali stazioni, tra epifanie che emergono sferraglianti nel profondo della notte e viaggi in treno senza conducente, è che anziché agitarlo e farlo pogare, costringevano il pubblico del grunge, unico possibile target da assaltare per la Sub Pop, a star fermo e fissare il nulla. Erano troppo anche per la generazione che avrebbe compreso e glorificato la depressione boreale dei Radiohead e questo me li rende simpatici.

