Dopo i Codeine, l’articolo di Metal Hammer sulle band del futuro (1993) della Sub Pop, lasciava spazio agli Sprinkler, specificando che si trattava di un gruppo proveniente non da Seattle ma dalla vicina Portland. Questa è una città di cui ho sentito parlare molto negli ultimi quindici anni. Diverse band, soprattutto nell’ambito più “modernariale”, tipo sludge, math o doom, provengono da lì. Nei primi anni ’90 si pensava, non solo tra i giornalisti delle riviste metal, che il successivo avamposto del rock avrebbe potuto essere Portland. Così come si attendevano i nuovi Metallica o i nuovi Nirvana, ci si aspettava una nuova Seattle. Chissà perché capitano queste fisse al cervello collettivo? Boh.
In ogni caso Portland ha dato molto in trenta e passa anni, ma non è stata l’Eldorado del metal o qualcosa del genere, per quanto già nel 1992 fosse ricco di una scena vispa e fiera i cui nomi però non superarono mai le nicchie.
Quando uscirono gli Sprinkler, il grunge iniziava a stufare. I temi, i suoni, gli stilemi ormai erano abusati e il pubblico non si faceva abbindolare tanto facilmente dalla next sick thing. La Sub Pop scommise su di loro, nonostante si fossero formati da poco. Non erano musicisti inesperti, solo che, come nel caso del frontman Cris Slusarenko, si erano impelagati in progetti lunghi e sterili fatti di demo e vita grama nell’underground. Per dire, lui dopo anni di attività dura e frustrante con i Death Midget e poi gli M99, si ritrovò nulla in mano. Stava pensando di puntare tutto sulla scuola di Cinema a quel punto, quando, dopo aver fondato gli Sprinkler, nel giro di qualche mese arrivò la Sub Pop.
Come andò?
Jonathan Poneman entrò all’X-Ray Café di Portland, una sera. Era di pessimo umore e con poche speranze di assistere a uno show interessante. Gli Sprinkler gli mostrarono così tanta voglia di distruggere tutto che rimase folgorato e li scritturò.
L’album “More Boy, Less Friend” fu il loro biglietto da visita e d’addio al mondo discografico. Mi pare che produssero giusto un EP prima di salutare tutti. Cosa non andò? Se li si ascolta attentamente e a stomaco vuoto non si capisce molto bene. Il disco suona benone. Ci sono interessanti incastri di chitarre (due asce), una notevole dinamicità nelle canzoni, grande feeling generale e almeno un paio di pezzi da ricordare (“Jr.Loaded”, “Sandbox”).
Il lavoro produttivo di “More Boy, Less Friend” poi è compiuto, risolto, non ci sono tracce di acerbità, grazie anche alla supervisione dell’ottimo Steven Marker, co-proprietario degli Smart Studios, che è il posto dove fu registrato l’album. L’altro capo del luogo era Butch Vig (ed entrambi avrebbero formato di lì a poco i Garbage).
Però bisogna tornare a quei giorni, quando il suono era tutto un grande impasto di Nirvana, Soundgarden, Mudhoney e Alice In Chains e che due coglioni, basta. A una certa distanza, nella grande frenesia di uscite e pressioni mediatiche, il lavoro degli Sprinkler non godette di uno smalto così impressionante e diversificato dal resto. In altre parole sembravano l’ennesimo gruppo grunge, buono, carino, ma fermatevi, per pietà. Soprattutto l’approccio canoro del pur bravo Slusarenko e il suo “raglio alto” molto in stile Cobain faceva pensare a un progetto derivativo e in ottica commerciale.
Anche a livello di testi, le cose si distaccavano dal consueto modo di raccontare esperienze e rappresentare la sensibilità dei gruppi di Seattle. Per dire, mentre una qualsiasi band grunge avrebbe scritto l’ennesimo spaccato dolente sulla tossicodipendenza, Slusarenko preferiva focalizzare l’attenzione sulle conseguenze fisiche dell’abuso di se stessi. “Ulcer” è un pezzo che parla di come il corpo gridi aiuto mentre la mente continua a non voler ammettere che ci stiamo danneggiando a morte. E poi ci sono riflessioni sul potere economico nelle piccole reti sociali quotidiane (“Landlord”) o assalti al conformismo e l’ipocrisia come prezzo da pagare per far parte di questa umanità (“Personality Doll, “Wide Zero”), ma chi li ascolta davvero i testi? Erano solo gli ennesimi piagnoni del grunge, tutto qui.
C’è chi nel mondo più nascosto del web, ancora si ricorda degli Sprinkler, asserendo che fosse proprio questo “More Boy…” la base ispirante di “Frogstomp” dei Silverchair. Io non saprei. Di sicuro è un disco che si ascolta con un certo piacere, ed è un peccato che lo conoscano in pochi.

