Tra montagne di uscite che si accavallano, quintalatate di annunci e news che si rincorrono su ogni sito del settore, mantenere l’attenzione su una band o su un disco è diventata un’impresa titanica. Il flusso non si ferma mai, e in questo tritacarne quotidiano, persino i nomi storici finiscono trattati come una notizia tra le altre, buona per un titolo e poi dimenticata. A fatica, sgomitando per il loro quarto d’ora di celebrità recuperata, ci sono stati pure i Crimson Glory, tornati dopo ventisette anni da “Astronomica” con il nuovo album, “Chasing The Hydra”. Potendo riassumere tutto in una frase, direi che potevano pure risparmiarselo e restare in letargo a vita. Non c’è nulla che giustifichi un rientro pensato per lustrare la leggenda dei primi due album, e nemmeno per mantenere quel poco di buono che esisteva ancora in “Strange And Beautiful” e “Astronomica”; qui abbiamo il vuoto pneumatico, camuffato da operazione nostalgia.
Manca Midnight, manca Jon Drenning, quindi manca il 90% di coloro che hanno scritto e composto le canzoni targate Crimson Glory. Ma soprattutto manca il loro talento incredibile, quello che rendeva il songwriting delle canzoni perfetto nell’esecuzione, almeno nei primi due capitoli discografici, quando ogni struttura, ogni cambio di tempo, ogni armonia vocale sembrava calibrata al millimetro. Restano tre membri originali, che nella storia della band hanno prodotto poco in termini di scrittura: esecutori materiali, per quanto solidi, del genio creativo dei due sopracitati, mai realmente la testa pensante dietro le canzoni che hanno reso grande questo nome. In questo nuovo capitolo musicale c’è un chitarrista, Mark “Borgy” Borgmeyer, bravo tecnicamente, veloce, pulito, uno che sa il fatto suo sul manico, ma lungi dall’essere un compositore di talento capace di firmare un riff o una progressione che restino in testa oltre l’ascolto. Poi abbiamo il nuovo cantante, Travis Wills, che se la cava, arriva dove deve arrivare in termini di estensione, ma è un clone alla Temu del compianto Midnight, di cui non possiede un briciolo del carisma, della teatralità, della capacità interpretativa e del range vocale che facevano di ogni sua frase un piccolo evento drammatico.
Aggiungiamo una produzione pessima, compressa fino all’inverosimile, meccanicamente piatta, che azzera ogni sfumatura e dettaglio dinamico; proprio quelle due caratteristiche, la dinamica e il dettaglio, che erano i tratti distintivi principali di “Crimson Glory” e “Transcendence”, dischi capaci di respirare anche nei momenti più densi. Qui invece tutto suona schiacciato sullo stesso livello, senza profondità, come se il missaggio avesse l’unico obiettivo di essere rumoroso in streaming piuttosto che vivo in cuffia. Infine, “last but not least”, una copertina imbarazzante, che sembra il frutto di un prompt Ai lanciato da Gigi Er Bullo in stato di ubriachezza molesta, un’accozzaglia di elementi senza composizione né gusto, usando un francesismo, “una merda”, anche se alla voce “layout” compare nei crediti tale Anastasia Ziazopoulou. Mistero.
Le canzoni risultano quindi una pallida imitazione dello stile dei due capolavori, senza alcun guizzo melodico, ritmico o vocale degno di nota, appiattite in mid-tempo prevedibili che scambiano la solennità per lentezza. Addirittura, nel pezzo che dà il titolo al disco, c’è un plagio maldestro del riff di “Red Sharks”, trasformando i feroci squali rossi in sbiadite sardine: lo stesso gesto, ripreso senza la ferocia e senza il contesto che lo rendevano memorabile, diventa un vezzo citazionista buono solo a ricordare quanto lontano sia oggi quel livello di scrittura. Tutto da buttare? Forse qualcosa resta per chi è di bocca buona, per chi venera il logo più che la sostanza, per chi non si dà pace e continua a seguire la band a prescindere; ma anche lui, alla fine, affoga miseramente in un gorgo di mediocrità e inutilità.
I Crimson Glory stanno vivendo le stesse identiche sorti dei Queensryche, e la somiglianza va ben oltre l’etichetta di genere. Le due band nascono a distanza di pochi anni, si affermano nello stesso identico giro di scena americana della metà degli anni ottanta, e producono, guarda caso, nello stesso 1988 i due dischi che ancora oggi ne definiscono l’identità: “Operation: Mindcrime” da una parte, “Transcendence” dall’altra.
Entrambe perdono poi, in momenti diversi ma per ragioni sovrapponibili, l’architetto reale del proprio songwriting. I Queensryche con l’uscita di Chris DeGarmo nel 1998, chitarrista e coautore che con Geoff Tate firmava la quasi totalità del materiale migliore del gruppo. I Crimson Glory con l’addio di Jon Drenning e, ancora prima, con la morte di Midnight. In entrambi i casi restano alcuni dei membri storici, ma senza la penna che dava forma alla visione, e in entrambi i casi il crollo qualitativo che segue non è un caso isolato: è la prova provata che quella band, in fondo, era in larga parte il lavoro di una o due persone soltanto.
L’operazione nostalgia più vicina, per meccanica, a “Chasing The Hydra” resta “Operation: Mindcrime II” del 2006, seguito tardivo scritto senza DeGarmo e pensato apertamente per rivendere ai fan lo stesso disco che avevano già amato diciotto anni prima: stessa trama, stessi personaggi, persino alcuni degli stessi ospiti vocali, ma senza la scintilla che rendeva l’originale un concept album fuori scala. È lo stesso meccanismo del riff di “Red Sharks” travestito da title track: citare invece di scrivere, sperando che il pubblico confonda il richiamo con l’ispirazione.
C’è poi un dettaglio che chiude il cerchio con una precisione quasi comica: nel 2012 i Queensryche cacciano Geoff Tate dopo mesi di tensioni interne e una causa legale sul nome del gruppo, e per sostituirlo scelgono Todd La Torre, all’epoca voce proprio dei Crimson Glory. Lo stesso cantante presta quindi la voce, in tempi diversi, a due monumenti del progressive metal americano ridotti a gestire un marchio più che un’eredità artistica. È esattamente la stessa logica dei Crimson Glory di oggi: chi resta non è necessariamente chi ha scritto la storia, è chi ha tenuto in mano il marchio quando le luci si sono spente. Da capostipiti e geniali songwriter a cover band di se stessi, con dischi inutili, dimenticabili, che potevano tranquillamente non incidere. La trascendenza che Midnight cantava, quella capace di sollevare l’ascoltatore oltre la materia, qui è ridotta a un banale saltello di pochi centimetri che stacca appena dal suolo, senza produrre alcun effetto, e ricade subito, pesante, dov’era partito.

