Prima di parlare dei Pond, la terza band nominata su quell’articolo di Metal Hammer riguardante il “futuro” della Sub Pop dal 1993, vorrei condividere una riflessione. Sdangher è da sempre considerato un blog provocatorio, irriverente e che fa incazzare un sacco di gente. Vero. Però vi posso garantire che spesso, mettendoci di proposito a stuzzicare il pubblico, abbiamo raccolto molte meno reazioni di quante ci saremmo aspettati. Invece, nei momenti in cui ci siamo semplicemente presi la libertà di esprimere ciò che avevamo dentro, senza fingere posture o convenevoli vari, allora sì che la gente si è incazzata. Da qualche anno condivido il mio viaggio esplorativo nel mondo della musica metal e limitrofi senza atteggiarmi a conoscitore sopraffino dell’argomento. Non sono un divulgatore che sa tutto o finge di sapere tutto. Non amo quell’approccio da esperto che dice agli altri cosa ascoltare, perché questo disco è importante e perché questo gruppo non lo è mai stato davvero. Posso farlo, ma sono mie opinioni. Non mi piace pontificare, mettermi su un trespolo e insegnare di musica, libri, cinema, vita, agli altri.
In particolare, riguardo il metal preferisco ascoltare dischi, fare le mie ricerche e condividere poi le esperienze fruitive, raccontare cosa ho scoperto, che idea avevo prima e che idea ho avuto dopo l’approfondimento di qualcosa e soprattutto mi va di esprimere qualsiasi pensiero audace e che mi suoni plausibile che produca la mia testa.
Non mi importa se qualcuno di voi si scandalizza perché io fino a ieri non sapevo nulla di quella band importantissima senza la quale non sareste riusciti a sopravvivere fino a qui. Non ci posso fare niente se un paragone o una osservazione sembri troppo ingenua o “inesatta”. Io riduco la mia ignoranza o, come si dice nei corsi di auto-aiuto “aumento la mia competenza” anche grazie alle vostre spocchiose o sarcastiche osservazioni, ai vostri rimbrotti saccenti e le petulanti correzioni che preferite comunicarmi in pubblico, davanti a tutti, così voi siete belli e bravi e io un somaro.
Sono ignorante, esattamente come chiunque altro. Scrivo di musica da vent’anni, ne ascolto tantissima dal doppio del tempo, leggo un sacco, pubblico libri, fanzine e discuto con gente molto più preparata di me eppure non ne so abbastanza. Ecco perché continuo a scavare, muovermi, viaggiare e scriverne.
Ed è meraviglioso scoprire cose, per quanto a volte possa sembrarmi quasi traumatico.
Per esempio riguardo i Codeine e lo slow core, di cui ho scritto giorni fa, io non ne sapevo nulla. Ho ammesso di aver fatto una scoperta. Non ho scritto le mie riflessioni su quel loro primo disco per insegnare qualcosa agli altri. Ho solo condiviso la sorpresa e l’entusiasmo per un “piatto” che non avevo mai assaggiato e che mi ha ricordato i sapori di altri piatti che invece conoscevo bene.
Ovviamente c’è chi mi ha accusato di tirare nomi a caso e non saperne nulla; che è sacrilego accostare le melanzane e il riso soffiato. Odiano che si accostino Radiohead e My Dying Bride, Lana Del Rey e Mogwai. Mi spiace, ma quelli che per voi sono dei mondi incommensurabili in contesti spaziali paralleli, per me è lo stesso micro-universo in cui mi perdo ogni giorno.
Mia nonna considererebbe i Pantera e i Beatles rumore, ma non è perché non ne capisce nulla lei. Siamo noi che abbiamo così tanto ascoltato il rock e il metal da percepirne le più lievi variabili sensoriali. Per dire, i Pond, e finalmente attacco a dire di loro, non erano mica grunge però passarono per tali.
Furono venduti come tali, in effetti.
E non ebbero successo per questa ragione: pur mostrando già nel loro disco omonimo un grandissimo valore creativo e lo stile dei veri grandi, non erano sporchi e capelloni come gli Alice In Chains o gli Screaming Trees. Erano tre ragazzi vestiti in modo ordinato e con un taglio corto, senza barba. Quest’aria da bravi guaglioncelli impedì al grosso pubblico di godersi la loro musica, che ci crediate o meno. Non avevano l’aspetto giusto per essere fichi del grunge.
Loro però erano già proiettati verso un’evoluzione emotiva del rock alternativo, ma possedevano un approccio ritmico e melodico assimilabile ad alcune delle band di Seattle. Di fatto quei tre erano cresciuti con i dischi della Sub Pop, quindi esprimevano un’evidente debito con certe band, ma avevano qualcosa di più, non sguazzavano tra Soundgarden e Mudhoney. Stavano già cercando un nuovo ruscello su cui imbarcarsi.
E quando il grunge andò in malora, pur sopravvivendogli e addirittura passando a una major sul finire degli anni 90, dovettero arrendersi all’indifferenza del mercato, che evidentemente non sopportava più neanche il post-grunge e qualsiasi cosa anche solo vagamente accostabile a quella scena.
Stiamo parlando probabilmente di una delle più grandi band meno note della Sub Pop. Un gruppo su cui la rivista Melody Maker aveva scritto un sacco di articoli entusiastici ancora prima che avessero pubblicato una sola canzone. Sapete perché? Io non ne avevo idea. I giornalisti musicali britannici smaniavano per essere sul pezzo e cavalcare la “nuova onda”, quindi inviavano esploratori negli Stati Uniti in cerca dei nuovi Soundgarden su cui scrivere e scommettere. Qualche inglese ascoltò i Pond in un locale di Portland e si arrese alla magnificenza annichilente di quei tre temibili nuovi alfieri del grunge.
Pare che dal vivo il trio, soprattutto grazie al basso a sei corde di Chris Brady, rigorosamente distorto e in netto anticipo sul Nu Metal, e grazie anche all’approccio scatenato del batterista Dave Triebwasser che in concerto mandava a puttane ogni impostazione accademica per prendere a testate e a morsi piatti e tamburi e chiunque si avvicinasse, pare dicevo, che i Pond fossero davvero brutali e con un suono molto spesso e violento rispetto a ciò che si sente nei dischi.
Poneman che li produsse personalmente, in studio di registrazione optò per un sound pulitissimo, facendo emergere la voce e il dinamismo chitarristico di Charlie Campbell, oltre a mettere in mostra le doti indiscutibili della sezione ritmica. Questo credo non sia stato necessariamente un peccato, ma resta la curiosità della versione raccontata da Melody Maker, di un gruppo più granitico e selvaggio dei primi Soundgarden, che in studio sembrava invece più vicino ai Pavement.
“Pond” è un album magnifico e che mi ha sorpreso. Non sono uno spasimante sfegatato del grunge e se qualcosa di quei gruppi mi piace è quando mi fanno dimenticare tutto quel bric-a-brac emo-drammatico e i ragli allucinati di Cobain. L’attacco sguillante di “Young Splendor” mi ha scatenato una voglia di sgroppare nel deserto rado e spietato del rock anni 90. I cori, i fraseggi risucchiati della chitarra, il ritmo cavalleresco di basso e batteria, sono una vaselina meravigliosa che mi permette di scivolare tra incertezze e angosce verso l’infinito e oltre.
Ci sono diverse sorprese in questo album. Non è uno di quegli spaccati tra tossicodipendenza e riabilitazione, visioni nichiliste della realtà e sogni a occhi aperti da dopo-sbornia. Non che il grunge fosse tutto così, ma diciamo che un nuovo gruppo associato o influenzato da queste cose, avrebbe potuto inciampare in certi cliché tematici. Invece i Pond se ne sono usciti con storie di fantasmi cattive (“Agatha”) e lamentazioni sui lavoretti estivi (“Filler”), il ritratto mesto e squallido di un burocrate (“Beancounter”) e uno spaccato urbano raccontato dal punto di vista di un albero (“Tree). Queste quattro canzoni le cito non solo per il contenuto dei testi, ma anche perché sono meravigliose, specie “Agatha”, che è la mia preferita.
Tornando al discorso del pezzo di Metal Hammer, ammetto che sia i Codeine che gli Sprinkler e soprattutto i Pond, per quanto non siano mai stati il futuro del grunge e della Sub Pop, rappresentano ancora adesso tre proposte notevoli e degne di una riscoperta.

