Contronotte di mezz’estate – I Digger e altri bizzarri vicoli ciechi del 1986

Finisce il film, titoli di coda, tutti a casa.
“Piaciuto?”
“Non lo so, più di testa che di pancia”.
“Quindi è sofisticato”.
“No, c’è un senso che lo rende idealista a modo suo”.
“Che vuoi dire?”
“Il messaggio passa in un modo nascosto”.
In “Pesce d’Aprile”, (April Fool’s Day, horror slasher del 1986 diretto da Fred Walton) ho trovato un’illuminazione: cercavo il modo di scrivere del disco dei (Grave) Digger “Stronger Than Ever”, (sempre anno 1986) ma ci sono pure altre similitudini.

“Pesce d’Aprile” è caratterizzato dalla fotografia impeccabile che cattura lo sguardo creando un senso di familiarità. Su questa base fisica ecco la trama:
un gruppo di sette piccolo (o molto grossi) borghesi statunitensi, viene invitato da un’amica comune a passare un fine settimana in una villa su un’isola disabitata del loro nordovest.

Sono tutti fra i 18 e i 21 anni, in fasi di passaggio fra scuola e università.

L’impatto è snervante: i personaggi sono intercambiabili, odiosi e superficiali. Divisi a metà fra maschi e femmine; sembra un gruppo pronto per una commedia erotica o a essere sbudellato in uno slasher, appunto. La trama sembra portare verso il massacro, dato che a causa d’un loro scherzo, un marinaio pare rimetterci la faccia (fisicamente) e ciò dovrebbe fornire il pretesto per una punizione.

La destinazione a cui sono diretti è un luogo mozzafiato circondato da paesaggi titanici e qui entra in scena la casa, la vera protagonista. La fotografia la esalta rendendo al meglio una villa che dà sul lago e da cui, detto con tono abituato e confidenziale “si vede quella della famiglia Kennedy”; un’abitazione complessa con ambienti dettagliati, caldi e articolati, oppure semplici, quasi spogli quando necessario.

Su questo contesto fa perno un non slasher disturbante, un anti-horror che non è parodia, una “contronotte” di mezz’estate che non fa sorridere e scatena sentimenti opposti. Il regista Fred Walton dirige bene un’idea geniale di Danilo Bach, creatore di “Beverly Hills Cop”, verso la conclusione dove c’è una scena memorabile: il momento in cui una protagonista ritrova tutti i sodali riuniti in un’atmosfera di calma straniante dopo due giorni di terrore. Si tratta di uno dei momenti più clamorosi della cinematografia del decennio, grazie a come fa immedesimare lo spettatore.

Un bizzarro manufatto degli anni ’80 che va riscoperto, considerando l’insuccesso che condizionò le carriere dei partecipanti, ma voglia di sperimentare con i generi non fu compresa, in quell’anno segnato da noti insuccessi: “Grosso guaio a Chinatown”, “Manhunter”, “Labyrinth”, offrivano soluzioni originali come in “Pesce d’Aprile”.

Tutti puniti e poi riscoperti, tranne quest’ultimo, dove emerge qualcosa che ricorda il meccanismo delle “Escape Room”: il gioco di società più idiota al mondo. Come definire altrimenti qualcosa in cui si paga per entrare e l’obiettivo è uscirne?

Oltre i segreti dei protagonisti messi alla gogna per la loro miseria morale, anticipazione di uno dei costumi commerciali odierni, si può trovare un prodromo di “Society” di Yuzna, ma mentre lo vedevo, risuonava nella mia mente una particolare associazione: “Reazione a catena”, dove nel finale i bambini credono di giocare e uccidono davvero, mentre qui i ragazzi credono di morire mentre si tratta d’un macabro gioco, provato sulla loro pelle sin dall’inizio, per trasformare la casa in una fonte di guadagno. Visto l’ambiente, non si sa cos’accadrà dai segreti emersi.

E i (Grave) Digger? “Stronger Than Ever” fu un insuccesso che fermò il gruppo fino al 1992.

Scenario: Karl Walterbach è il capo della Noise nell’anno di “Somewhere in Time” dei Maiden e “Rage For Order” dei Queensryche. Fino a quel punto il metallo nero alemanno l’ha prodotto la Noise, da cui in seguito arriveranno anche Coroner, Rage, Gamma Ray, però mai più nulla di simile a “”Stronger Than Ever”, mi spiace.

Nell’anno della grande crisi dell’Heavy tradizionale, Walterbach deve aver pensato di far qualcosa per capitalizzare la situazione. E allora, quei quattro ragazzotti potevano andar bene per un esperimento. Disco curioso, con turnisti del Rock progressivo locale e un produttore, Mick Jackson. che aveva lavorato con quello più famoso di nome Michael; il gruppo che cambia nome per sfondare negli USA; un papero metallico in copertina a metà strada fra Donald e gli androidi degli Autograph, con un vago e pericoloso aroma di Howard the Duck.

Eppure è un lavoro gradevole: pervaso da uno spirito goliardico, conteso fra Power e Glam in un Heavy godereccio, massiccio come i sassoni e accattivante come gli angli. Supera in qualità il materiale precedente, ma in quel 1986 fu stroncato e anni dopo ripudiato poi da Chris Boltendhal, unico Grave Digger presente in tutta la discografia.

Cosa speravano la Noise e il gruppo con quell’esperimento?

Vista la presenza d’influenze powerspeed e pure thrashcore intervallate da canzoni quasi hard con bei tastieroni, ci potrebbe essere stato l’intento di battere tutte le strade e divertirsi nel farlo. La produzione non era all’altezza di dischi come “Sport of Kings” dei Triumph, ma la voce, in genere pessima, qui suonava meglio e la prima prova del chitarrista Uwe Lulis in alcuni passaggi si mostrava tutt’altro che scontata per dei Poweroni tedeschi, come in “I Don’t Need Your Love”; “Listen To The Music” anticipa certe soluzioni ariose e gigantesche del giro Helloween del periodo d’oro. Poteva essere un piccolo classico, invece fu demolito da tutti.

Riguardiamo l’anno: lo stesso in cui !I Against I” dei Bad Brains e “Cause For Alarm” degli Agnostic Front furono aggrediti dai puristi; di “Seventh Star”, il disco più raffinato di Tony Iommi, attaccato in modo infame quando si trattava d’un lavoro dignitoso in cerca di soluzioni pescando anche in area Soul;
di “Turbo” che beh… inutile aprire anche questo argomento.

Tutte cose che saranno rivalutate, accettate e osannate ma forse realmente mai comprese.
“Stronger Than Ever” è ancora nella categoria dei dischi sottovalutati, mentre è da assaporare anche nei suoi limiti. Cosa non piacque al pubblico? Un’altra chiave di lettura: dal papero al gran mischione di stili, tutto fa pensare a un tono goliardico, non cupo come molti contemporanei, che gioca su più espressioni, cerca soluzioni alternative.

Sì, gli anni ottanta non erano un paradiso di culture in dialogo e forse “Pesce d’Aprile” e “Stronger…” sono stati vittime d’un modo diffuso d’intendere rigidamente l’appartenenza a un certo genere. “Pesce d’Aprile” e un papero androide su una copertina metal: fin dall’inizio sono accomunati da un’ironia anche oggi rara, soffocati come siamo da asfissianti (perché insinceri e modaioli giochi di parole e dal grezzo sarcasmo dei meme).

Invece queste due opere presentano un gruppo d’interpreti passabili e in un modo più sottile dell’avanguardia perché più calibrato, sconfinano, ribaltano i tavoli con esiti particolari e nessuno che ci ha lavorato, ha mai più avuto molto successo nel proprio campo. Sfortuna, destino, circostanze, analisi, sintesi, comparazioni, sono parole che non li spiegano del tutto; provate voi a tirarci fuori qualcosa.