Supersuckers – Spazzatura, furgoni usati e cowpunk

Ok, prometto che con questa band chiudo la tirata sull’articolo di Metal Hammer dedicato al futuro della Sub Pop. Lì qualcuno scriveva dei quattro cavalli di razza su cui l’etichetta stava puntando nel 1993 per rilanciarsi dopo l’exploit del grunge e tutto il resto. Se avete seguito le ultime pubblicazioni i nomi li conoscete, altrimenti riepiloghiamo: Codeine, Pond, Sprinkler e i Supersuckers di cui scrivo oggi. Quattro gruppi che probabilmente diranno poco a molti di voi e che in effetti collassarono poco tempo dopo il contratto con l’etichetta. In tre morirono prima della fine degli anni 90 e solo la quarta band, nell’ordine in cui le ho nominate, vale a dire i Supersuckers, ha proseguito imperterrita per tutti questi anni macinando milioni di chilometri con furgoni usati e suonando e sudando in locali di media capienza. Beati loro a non aver perso l’entusiasmo in tutto questo tempo.

I Supersuckers (nome rubato dal retro di una rivista porno) hanno praticato nel corso della loro “lunga giacenza” nel giro discografico indipendente, oltre a una serie inenarrabile di perversioni ed esperienze disdicevoli, tipo l’aneddoto del chitarrista Dan Bolton e la donna bruciata viva in una padella. Generalmente suonano un punk dritto e con risvolti vicini all’hardcore, almeno all’inizio, ma dopo hanno indossato e svestito a più riprese vari generi in base all’estro del momento, mostrando un’attitudine alla chi se ne frega che gli rende onore. Per dire, alla fine degli anni 90 hanno registrato un disco country alla faccia dei puristi del punk pieno di canzoni a favore della droga.

Per molti versi la loro ambivalenza stilistica è definita dai più come “cowpunk”. Cazzo, esiste una cosa chiamata “cowpunk”, sono elettrizzato! Non ne avevo mai sentito parlare, esattamente come per lo slowcore, pace all’anima vostra di intenditori spocchiosi con il cervello a comparti stagni e l’insofferenza per chi non se ne intende abbastanza quanto voi. Immagino già i conati nelle vostre anime di bambini cresciuti a pane e ondarock, ma oltre a farvi sapere che non me ne frega nulla dei vostri disagi, mi domando cosa ancora veniate a leggere le mie stravaganze equine, con tutto il ben di dio che c’è là fuori, scritto dalle macchine che se ne intendono sul serio di catalogazioni. Solo le macchine che tanto odiate vi possono comprendere a fondo.

I Supersuckers nascono dopo un trascorso a dir poco singolare. Erano infatti impiegati della Sub Pop, addetti al magazzino, impacchettamento e spedizione. A un certo punto la favola si è avverata e questi ragazzi sbrigativi e schizoidi, guidati da un bassista sghembo dal nome suggestivo di Eddie Spaghetti, hanno firmato un contratto sotto il sornione e attento sguardo di mister Poneman.

Il loro primo album “The Smoke Of Hell” non so che riscontro commerciale registrò, di sicuro è un lavoro godibile di ventisette minuti incazzati tra punk classico (“Coattail Rider”; “Luck”); ultra-core vattelappesca (“I Say Fuck”; “Retarded Bill”); omaggi a Lemmy & i Motorhead (“Caliente”) e un po’ di dark-western (“Hell City, Hell”).

Sono simpatici; una via di mezzo tra Ramones, Clash, Buzzcocks e tutta la combriccola che ben conoscete +  Willie Nelson; ma non stiamo parlando di chissà cosa, dai. Sono quasi sicuro che non tornerò mai ad ascoltare, almeno per quel che riguarda questo capolavoro, per il resto della mia vita.

Per chiudere sull’articolo malinconico riciclato da Metal Hammer da chissà quale altro magazine, quello che parla della Sub Pop in cerca di nuove scommesse per il futuro del grunge o quel che era, le cose andarono maluccio, ma dopo sarebbero andate molto meglio, negli anni 2000. L’etichetta pare che abbia risollevato le proprie finanze non grazie al patrimonio di band grunge prodotte e pubblicate agli albori, ma per via di gente come The Postal Service, The Shins e tutto quel versante folk e pop elettronico su cui spostarono la pesca via via che Seattle perdeva potere nelle classifiche rock. Di sicuro non videro molti soldi con i Supersuckers, di cui si dice che a farne ci sono riusciti ma solo grazie ai concerti, non per le vendite dei dischi, piuttosto contenute. Amen.