Boomer Things – È Tempo Di Morire

Il 30 giugno 1992 usciva “The Art Of Rebellion” dei Suicidal Tendencies, “Lights… Camera… Revolution” era stato un disco sensazionale, che aveva fatto esplodere la band a livello mediatico e di vendite, ma in realtà io non li avevo conosciuti con quell’album bensì molto prima. Nel 1989 avevo acquistato “Join The Army”, addirittura in un negozio in Inghilterra, uno di quegli splendidi templi musicali che Albione aveva 40 anni fa. Entrare al Tower Records in Piccadilly Circus era come varcare la soglia del British Museum, piani e piani di vinili, roba da impazzire o finire sul lastrico. Quella copertina era un cazzotto nell’occhio, se avevi visto qualche action movie americano pezzente come “Invasion USA”, “Action Jackson” o “Il Mio Nome È Remo Williams” eri perfettamente a tuo agio con quel manifesto bellicoso che ritraeva un soldato paranoico con le fattezze di Mike Muir in copertina, una coscrizione grottesca che parafrasava i manifesti nei quali lo zio Sam ti chiedeva di difendere gli Stati Uniti arruolandoti nell’esercito. Beh, stavolta era l’esercito dei Suicidal, appena arrivati al secondo album dopo l’omonimo esordio spaccatutto del 1983.

“Join The Army” mi piacque da morire, fu ostico all’inizio perché mischiava hardcore e thrash metal senza infiocchettare alcunché, tutto diretto nei denti, sghembo, infoiato e sgraziato, ma irresistibile. Quel disco era pura verità, urgenza, autenticità. Poi venne “How Will I Laugh Tomorrow When I Can’t Even Smile Today” (1988), che è il mio disco preferito della band, anche se secondo molti è invece il più debole della golden age dei Suicidal.

Per me quell’album è come una seduta dallo psicologo, come guardarmi allo specchio, lo hanno scritto i Suicidal ma dentro ci sono io, parla a me, è qualcosa di estremamente familiare e ogni volta mi sento a casa. Seguì “Controlled by Hatred/Feel Like Shit… Deja Vu” (1989) gradevolissima ed efficace operazione patchwork con cover, inediti e versioni diverse di brani già editi, release propedeutica a “Lights… Camera… Revolution”, che battezza i ’90 ed è considerato il capolavoro dei Suicidal.

All’epoca io lo ascoltai un milione di volte, poi un altro milione e quindi un altro milione ancora. Lo consumai letteralmente, lo avevo in vena, metabolizzato ed assorbito nota per nota. A tal punto che mi venne quasi un senso di rigetto, passai da un estremo all’altro, da sentirlo compulsivamente a riporlo nel cassetto senza più alcun ascolto per un lungo periodo, perché letteralmente non ne potevo più.

Ci vollero due anni prima di avere un nuovo capitolo della discografia Suicidal ma nel giugno del ’92 arrivò finalmente “The Art Of Rebellion”. Un banco di prova, poiché se prima si era trattato solo di alzare progressivamente l’asticella, dopo un album ritenuto il climax della loro carriera potevano solo pubblicare un climax ancora più grande, altrimenti si sarebbe trattato fisiologicamente di un passo indietro. Di fatto così venne salutato “The Art Of Rebellion”, un buon album ma inferiore a “Lights… Camera… Revolution”, come non potesse essere altrimenti. Ma su questo non mi dilungo oltre, ne ho scritto ampiamente su Sdangher cartaceo (Heavy Horses Vol. 1), che ospita un ricco articolo sui Suicidal e sui loro Epic years.

“The Art Of Rebellion” mi ha fatto venire in mente i giorni nei quali aspettavo che arrivasse nei negozi. E se le mie righe sin qui non vi erano sembrate sufficientemente boomer, da ora in poi affogherete nel boomerismo conclamato. Amen. Come in un travaso di nostalgia canaglia, ho riassaporato l’odore, il sapore, la frenesia dei giorni in cui si aspettava come l’apparizione della Madonna (quella di Betlemme, non la Ciccone) il nuovo album della band tanto amata. E non mi riferisco (solo) alla band preferita. Già perché erano un plotone di gruppi che amavo, seguivo e ascoltavo quotidianamente e che meritavano il mio interesse e il mio seguito affezionato.

I Suicidal erano tra questi, insieme a Flotsam And Jetsam, Evildead, Mordred, Overkill, Nuclear Assault, Annihilator, Atheist, Coroner, Risk, Xentrix, Acid Reign e parecchi altri. Il solo annunciare una data di release di un nuovo album mi mandava in fibrillazione e mi faceva ragionare sull’arrivare puntuale a quella data con i soldi da spendere.

Ero un adolescente, i primi lavoretti furono la vendemmia e il magazziniere in un ingrosso di giocattoli (in nero), qualcosa di più serio cominciò negli anni dell’università e dunque attorno ai 18/20 anni non avevo tutti questi capitali a disposizione. Spesso portavo dischi all’usato, era un buon piano B per avere disponibilità alternative ma finiva sempre che scambiavo con qualcosa che mi capitava lì per lì tra le mani.

L’opzione di ascoltare un disco prima di comprarlo non rientrava nelle possibilità, non allora, non a quel livello di dedizione. Intanto c’era un impedimento pratico, era molto più complicato negli anni attorno al 1990 ascoltare in anticipo un album, internet e youtube non erano esattamente mie abitudini, tra modem a 56k, bollette care assaettate e impedimenti vari tutto era decisamente più complicato.

Di fatto le uniche vere alternative erano l’ascolto tramite un amico o chiedere al negoziante di sentire il disco. Ma anche qui c’erano diversi ostacoli. Nel primo caso dovevi avere un amico con gusti affini e che stesse al tuo pari per voracità, e per me non valeva. Nel caso del negoziante dovevi intanto aver stabilito una certa confidenza, ovvero aver acquistato già parecchi dischi in quel posto. Doveva essere un giorno nel quale in negozio non era pieno di clienti, dei quali diversi erano in fila per ascoltare qualcosa, il che a volte richiedeva letteralmente un’attesa di ore. Infine, l’ascolto era pur sempre sommario, appena indicativo; il primo pezzo, poi il secondo, qualche incipit qua e là lungo la scaletta, la canzone col titolo strambo, ma una buona percentuale del minutaggio finiva col rimanere oscura e misteriosa.

Tutto ciò premesso, c’era anche una questione ideologica e morale, se amavi quella band, se non ti aveva mai tradito, se ti fidavi di quei ragazzi, se ti avevano aperto il cuore con le loro emozioni tradotte in musica non c’era motivo per tradirli a tua volta e trattenerti dall’acquisto a scatola chiusa, pretendendo un ascolto preventivo.

In qualche maniera era una forma di rispetto e gratitudine per quanto ricevuto sin lì. Immagino che per molti questo concetto suoni ridicolo, persino puerile, ma l’adolescenza è un’età alquanto puerile e tutto sommato mi pare una forma mentis assai coerente. I dischi li aspettavo con gli occhi sognanti, a cuoricino, pronto a essere trasportato per l’ennesima volta in un altro mondo, di volta in volta quello dei Suicidal, dei Laaz Rockit, degli Evildead, dei Kreator o dei Coroner.

L’attesa del piacere era essa stessa il piacere (Gotthold Ephraim Lessing), o perlomeno parte del piacere, che poi si sarebbe rinnovato ed elevato a potenza con l’ascolto vero e proprio del disco. Arrivato il fatidico giorno ci si scapicollava allo shop, ma capitava che per problemi di distribuzione, di consegna e ritardi vari il vinile non fosse lì, una cocente delusione. Bisognava cominciare a tornare il giorno dopo, la settimana dopo, sperando di trovare il sacro Graal.

Prima o poi accadeva e non c’era gioia più grande che consegnare quei maledetti soldi in mano al cassiere pusher di endorfine per avere il quadrato 30×30 nelle proprie mani. A quel punto si correva a casa e iniziava tutta l’esegesi della copertina, del retro, del foglio interno, dei testi e delle foto quando c’erano, e l’analisi dei credits per sapere chi veniva citato e perché. I credits erano uno spunto ineludibile per fantasticare di nuovi e futuri acquisti. Se quel produttore o quella band venivano ringraziati, allora dovevi segnarteli perché sarebbero stati da attenzionare.

E se tra i musicisti guest c’era quel chitarrista o quel cantante a fare le backing vocals si andava subito a vedere a quale band apparteneva e nuovamente ci si appuntava il nome, in una lista infinita di candidati potenziali all’acquisto. A tanti dischi sono arrivato anche così, la fisicità dell’oggetto aveva una sua importanza, un valore, un punto di ricaduta concreto.

Infine, giungeva il momento dei momenti, si appoggiava il vinile sul piatto, si predisponevano tutte le manopole ai livelli ottimizzati e si dava avvio al romanzo. Il suono era come letteratura, o come i fotogrammi di una pellicola se preferite, lo stesso potere di strapparti dalla realtà e portarti altrove, l’altrove concepito dai Suicidal Tendencies all’altezza di quel 1992, forti delle esperienze pregresse maturate a colpi di album fenomenali pubblicati a partire dal 1983, con tutta la messe di concerti e vita on the road che ne erano conseguite.

A me “The Art Of Rebellion” piacque molto, tutto e subito, ma mi resi conto che era qualcosa di diverso da “Lights… Camera… Revolution”. I Suicidal non avevano tentato di replicarlo pari pari e questo già mi dava una certa soddisfazione, segno di maturità e consapevolezza. Intanto la Ribellione aveva una produzione inaspettata, molto più levigata, pulita e cristallina del solito (a opera di Peter Collins).

Soprattutto la batteria, suonata da Josh Freese, un session, il che probabilmente poteva spiegare almeno in parte questa sfumatura. Il suono del drum kit non era più quello di Ralph J. Herrera, non si addiceva allo spirito Suicidal, tutto era estremamente intellegibile, pure troppo, veniva voglia di sporcarlo un po’ e questo non mi piaceva granché.

Le canzoni però erano all’opposto, un upgrade del marchio Suicidal, la band fotografata ad uno stadio di maggior maturità e rigore. Non c’era bisogno di correre sempre a perdifiato, di attaccar briga con chiunque e lanciarsi contro il mondo al grido di un indomito “fuck you!”, si poteva anche ragionare attorno alla forma canzone e agli stati d’animo che essa generava.

“Nobody Hears”, “I Wasn’t Meant to Feel This/Asleep At The Wheel”, “I’ll Hate You Better” ne sono esempi lampanti. “Asleep At The Wheel” in particolare venne proposto come singolo che anticipava l’album, scelta coraggiosa da parte di una band il cui pubblico non si aspettava certo (e probabilmente neanche desiderava) una canzone così riflessiva, ipnotica e a tratti persino psichedelica.

In poche parole, atipica per i Suicidal.

Non che manchino passaggi più agguerriti e vecchia maniera in scaletta (“We Call This Mutha Revenge”, “Gotta Kill Captain Stupid”) ma nel complesso l’album è più mediato, consapevole, elaborato e raffinato (per gli standard Suicidal Tendencies). È un progetto sul quale si sente che la band ha lavorato, ha percorso strade, tentativi, ha approfondito e tirato le somme, non un prodotto estemporaneo per battere il ferro caldi di “Lights… Camera… Revolution”, e soprattutto non c’è una copia carbone di “You Can’t Bring Me Down”, il loro manifesto.

La metabolizzazione dell’album avvenne grazie a un ascolto attento e certosino, dovuto anche all’acquisto a scatola chiusa. Prima funzionava così, per quanto vi sembri boomer questo è un dato di verità. C’era meno offerta, oggi la mole di musica che viene prodotta quotidianamente è parossistica, inversamente proporzionale alla facoltà di ascoltarla, comprenderla, apprezzarla, valorizzarla, ricordarla.

Mentre hai in mano (…in mano?) un album stai già pensando a quale altro ascoltare, basta un click. L’assenza di supporto fisico aggrava questo stato di cose, se tutto è nell’aria tutto è impalpabile, effimero, vago e astratto. E devi veramente avere una forza di volontà ferrea e una disciplina severa per non cadere in distrazione.

La forma della musica contribuisce alla sostanza della musica. Le copertine degli album erano la cornice di un mondo, un trampolino immersivo, lo spunto per iniziare ad assaporare determinate atmosfere che sarebbero poi proseguite con le canzoni. Un biglietto da visita insomma. Poi tutto l’elenco che ho già fatto di colori, materiali, testi, foto e note varie redatte dalla band. Elementi che contestualizzavano e amplificavano la musica.

Secondo lo zeitgeist vigente, la perdita di questi riferimenti affida significato e direzione unicamente al suono, il che dà una parte è la sublimazione della purezza della musica, dall’altra però ne è anche un parziale depauperamento.

La donna più bella del mondo rimarrebbe tale anche nuda, ma uno splendido abito, degli accessori di pregio, dei gioielli importanti, un make-up sensuale, un profumo inebriante e un contesto sontuoso ed elegante impreziosirebbero ulteriormente il suo incanto fino a renderlo assoluto, irresistibile, di una grandiosità quasi dolorosa a livello epidermico, un vero e proprio archetipo di bellezza.

E a proposito di bellezza, capitava persino che alcuni dischi venissero acquistati anche solo per la capacità attrattiva di una copertina, per la sua forza narrativa, evidentemente in grado di far scattare qualcosa negli occhi di chi guardava, persino in condizioni di digiuno totale nei confronti di quella band o di quell’artista. Si instaurava un qualche legame criptico, segreto e tuttavia potentissimo che ti portava a considerare e magari persino acquistare quel disco, a causa della sua estetica, attraverso la quale presumevi di capire, di indovinare in quale direzione si sarebbe andati a parare.

“Triumph And Agony” lo comprai così, a quindici anni, senza avere la più pallida idea di chi fossero Doro e gli Warlock, totalmente rapito dal disegno e dall’esperienza visiva di Gillespie.

L’attesa dei nuovi album delle band che amavamo come parenti prossimi della nostra famiglia era un rito, una cerimonia liturgica fatta di passione, attesa, trepidazione e gratificazione. Qualcosa che è lontano nel tempo più o meno come il giurassico e le prime glaciazioni terrestri. Un mondo perduto, antico, boomer quanto volete ma il piacere della musica passava anche da lì.

La portata di un click che mette l’intero universo a disposizione è devastante per potenza, ma ha un lato oscuro, patologico, bulimico. Permette a chiunque con estrema facilità di raggiungere chiunque, ovunque. Il che è vero fino a un certo punto, perché quando ho un miliardo di miliardi di opzioni tra cui scegliere la probabilità che scelga proprio la tua rasenta quasi lo zero percento, e la mia soglia di attenzione si è drammaticamente atrofizzata in mezzo a una cornucopia così asfissiante di alternative.

Tutto diventa nulla, tanto diventa niente. Dopo essere passato attraverso quelle emozioni, quegli stati d’animo, la sensazione che almeno personalmente sento addosso è quella del droide Batty in Blade Runner, interpretato da Rutger Hauer, abbiamo vissuto cose forse inimmaginabili, navi da combattimento al largo dei bastioni di Orione (probabilmente quelle dei Nocturnus di “Thresholds”), raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser (i Voivod ne sapranno certamente qualcosa), e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.