In effetti, anche John Garcia ne parlava in quella vecchia intervista su Metal Hammer. Siamo ai tempi in cui, come ammetteva candidamente l’autore del pezzo, non si sapeva neanche in quale maniera andasse pronunciato il nome. E non era ancora saltata in testa a qualche penna sveglia la definizione di “desert rock” o “stoner rock”. Ci arrivò a tutti noi sbarbini dei primi anni 90, questa mazzata sul cranio intitolata “Green Machine” ma non sapevamo bene come definirla. Al tempo sembrava che tutto potesse rientrare nell’etichetta grunge. Da Vetralla i Kyuss, i Monster Magnet, gli Alice In Chains e The Lemonheads, sembravano un inquieto villaggio di “grungies”.
Nell’intervista a Garcia, costui spiazzava l’intervistatore smentendo che la band avesse pescato a piene mani da Zep e Sabs. La prova era che Josh, il chitarrista, aveva scoperto i Black Sabbath solo sette mesi prim e che l’intero gruppo aveva ben altri nomi da ringraziare. Roba tipo Bad Brains, The Cult, ZZ Top e via snocciolando una serie che qualcuno definirebbe “cose a caso”.
Erano anni in cui la gente mischiava di brutto gli ascolti e non perdeva tempo con i soliti nomi dell’hard rock. Potremmo pensare che fosse il motivo di tanta ricchezza stilistica ma sbaglieremmo. Era un buon momento e basta. Qualcosa spingeva tutti quei ragazzi a menare pesante il loro pot-pourri di influenze ma non si capì e non si capisce nemmeno ora come mai di tutta quella grevitudine.
Dicevo, anche Garcia accennò in quella vecchia intervista che i Kyuss quando ancora non erano nessuno, così come altre band delle loro parti, cresciute nel grande deserto della California del Sud (Palm Desert), tiravano dietro i generatori e organizzavano feste con gli amici nel nulla, tra sterpaglia, teschi di cavallo e serpenti.
Sembra che la musica dei Kyuss, in particolare il loro secondo e piuttosto noto “Blues For The Red Sun”, sia riuscito a tradurre nel mondo quella pienezza di luce e polvere farcita di watt e urla, quell’anarchia giovanile formatasi da piedi ai grandi titani della terra, le cui litanie si possono ancora ascoltare salendo su una montagna di roccia, davanti alla desolazione famelica del grande nulla che ti invita ad andare.
C’è un film che ho visto di recente, si intitola Sirāt e in parte documenta la vita di gente che vive passando da un rave all’altro nel deserto tra Marocco e la morte. Beh, ho pensato a un incipit simile, con questi ragazzi capelluti che spingono grossi ampli giù dai furgoni e fanno scattare le leve del generatore nel vento curioso del mattino californiano e poi Josh Homme che prende in braccio la sua chitarra, che per la cronaca era una Ovation Ultra GP (e incomincia il fraseggio di “Caterpillar March” e il resto del gruppo gli va dietro caracollando la violenza sonora lungo la scoscesa pianura di morti di fame, di sete e di speranza.
Sotto il palco, gli stessi ragazzi che hanno aiutato a montare il palco, sono lì che pregano e bevono birra calda e ballano sotto quel nuvolone di suoni distorti. E poi dall’alto di uno dei picchi montani che circondano la valle, appaiono gigantesche donne nude dalla pelle di rettile che scendono a ballare pure loro. I ragazzi le circondano e si strofinano contro le sinuose dee serpentine e poi le scuoiano vive al ritmo di “Freedom Run”. “C’è l’incipit di questo pezzo che mi fa sempre vedere un grande sole feroce, sono come uno di quei poveri pezzi di merda lasciati a morire in qualche western. Ogni passaggio di quella suite mi racconta quanto tempo ci metto a morire; quanto la luce e il calore ci impiegano a trascinare la mia mente all’inferno e il mio corpo nell’aria.
I Kyuss erano tutta un’altra faccenda rispetto al grunge, oggi è ovvio. Testi degni di qualche hippie scoppiato, riffoni rotanti e un basso, quello di Nick Oliveri, che ci avvolge come una tempesta di sabbia. Chissà quanti prima di me avranno scritto similitudini così in tono con la locazione desertica.
“I Kyuss non si ascoltano: si respirano insieme alla polvere del deserto.”
“Chiudi gli occhi, fai partire il disco e giuro che riesci a sentire il calore dei generatori a benzina.”
“La colonna sonora perfetta per un viaggio allucinogeno sulla Route 66 sotto il sole cocente.”
“C’è più sabbia e cactus in questi riff che in tutto il deserto del Mojave.”
Ma se non ci avessero spiegato con dei dépliant cosa immaginare, raccontandoci da dove provenivano quei ragazzi e come avevano forgiato quel loro suono psycho-heavy-punk, ci saremmo immaginati davvero il deserto o magari avremmo pensato a qualche altro posto? Forse un nuovo pianeta? Per dire, la Jam funky al centro di “50 Million Year Trip” mi ha fatto spesso pensare alla sinuosità spiraliforme di una pianta che cresce custodita in una parete forestale di gocciolante clorofilla.
Spesso i brani di Blues For The Red Sun muovono la fantasia in strane città silenziose, o nei sobborghi di una metropoli abbandonata. Probabilmente è un deserto metafisico: ognuno di noi ne ha uno dove andare a ballare la musica dei Kuyss, giusto?
Ah, tra le band che secondo Garcia i Kyuss avrebbero dovuto riconoscere un debito c’erano senza dubbio i Masters Of Reality, che io non avevo mai sentito. Pensavo fossero un gruppo doom stile Obsessed o Saint Vitus e invece sono molto più variegati e vicini al rock classico. Hanno avuto varie fasi ma, insomma, non fanno doom.
Guarda caso il loro leader, Chris Goss, gli aveva prodotto “Blue For The Red Sun”, contribuendo a dar vita non tanto all’incisione di un disco ma a una “comunione mistica” tra menti creative. “Lui capiva quello che noi volevamo fare e noi capivamo che lui capiva”, ha detto John.
Per chiudere, “Blues For The Red Sun” non uno dei 101 dischi metal più fichi di sempre, anche se l’ha detto la rivista Rolling Stone. Io penso che sia il primo olezzante saluto del rock all’inizio della putrefazione.

