Collision – Cronaca di un plagio mancato

Nella seconda metà degli anni 80 da un certo momento, molte nuove band espressero una eccessiva somiglianza con i Led Zeppelin. Non so cosa successe, ma a partire dai Kingdom Come fino ai più recenti Greta Van Fleet, pur non essendo stato continuo, questo fenomeno però non è mai cessato da allora. Plagi o meno, il dibatto continua a favorire il mercato. Probabilmente dipende più che altro dalla voce e lo stile del cantante. Se il vocalist di un gruppo ricorda in modo esagerato Robert Plant, tutto il resto vien da sé. Nel caso dei dimenticati Collision era soprattutto per via dei vocalizzi di Nik Chinboukas, cantante e anche chitarrista di questo ottimo power trio americano, se molti giornalisti iniziarono a intitolare i propri articoli con dei giochi di parole sui Led Zeppelin. Metal Hammer gli dedicò una paginetta a ridosso del 1993 – “Led Clones ?”

Non voglio discutere sulle logiche del giornalismo musicale ma a sentire l’album non è che ci fosse tutta ‘sta “zeppelitudo”. Si sa come funziona, più il taglio di un articolo promozionale è aggressivo, polemico, insinuante, più i lettori si incuriosiscono, si incazzano e cianciano. Chiaramente, nel caso dei Collision, c’era da incuriosirlo di brutto, il pubblico perché non erano nessuno. Chi cacchio li conosceva? Si trattava dell’ennesima band pescata in fretta e furia da una grossa label prima ancora che si facesse una fan base e mandata al macello sulla scia del grunge. Quando questo succedeva, negli anni 90, di solito il “fortunato” gruppo ne usciva bruciato, masticato, da rottamare.

I Collision cominciarono a lavorare su un disco dal forte taglio zeppeliniano di facciata (“Things”, “Who Do You Love”) assieme al produttore piuttosto prestigioso David Kahne, segno che la Chaos/Columbia fosse pronta a scommettere duro su di loro; poi però qualcosa si perse per strada, i piani e le strategie d’investimento mutarono nella grossa azienda Sony e, nel giro di poche settimane, il trio passò dall’essere un piatto forte appena sfornato e pronto per essere servito con sfarzosità, al diventare una portata lasciata a freddare sul retro della cucina e poi mollata con gli avanzi alla mensa della Caritas.

Dicevo che i Collision erano “zeppeliniani di facciata” perché in fondo non ci avevano così tanto a che fare. Sì, indubbiamente erano stati plasmati per stuzzicare la nostalgia per Jimmy Page e gli altri, ma se li si ascoltava con attenzione, si capiva presto che non erano solo quello. Basta ascoltare il funk inferocito di “Things” per rendersi conto che i rimandi al rock classico erano molto più vari e ricchi di personalità.

Ad ascoltarli bene i Collision non erano tanto diversi dagli Steelheart ma senza la patina produttiva del metal americano 1990. E sarebbe stato folle tentare di venderli come tali nel 1992, ormai anche le major l’avevano capito, così, visto che i Soundgarden mostravano una notevole affinità con le vecchie cose degli Zeppelin, perché non accentuare quell’influenza nello stile canoro di Chinboukas? Per la veracità e i rimandi al passato richiamavano molto anche ai Little Caesar o i Bonham, però possedevano anche una certa estrosità irrequieta alla Love/Hate che non era per niente da buttare.

La scelta di aprire un dibattito sulla loro eccessiva somiglianza (plagio, clonazione) ai Led Zeppelin non funzionò, ma immagino fosse il periodo sbagliato. Con i Greta Van Fleet la polemica ha dato grandi frutti, mentre per quanto riguarda i Kingdom Come il gruppo si eclissò non perché il pubblico non avesse apprezzato l’effetto clonazione dei Led Zeppelin, ma solo perché facevano pure loro parte del baraccone dell’hair metal in cui volente o nolente erano stati portati in giro: che fossero loro o i Whitesnake, il mercato era cambiato per tutti quanti.

Nel 1992 ci furono alcuni tentativi interessanti di ricondurre gli ascoltatori all’hard rock pulito pulito, sporco e bastardo, ma non funzionò quasi per nessuno, segno che il grunge non era soltanto un saccheggio di Zep e Black Sabbath ma molto di più.

Nonostante i Collision fossero andati male da subito, poi ritentarono, sempre con la Columbia, la pubblicazione di un altro album nel 1995. “Coarse”, con la major che stavolta li affidò alle sapienti mani di Ed Stasium (Ramones, Living Colour) mostrò una conversione abbastanza opportunistica verso il groove metal che però si risolse con un insuccesso anche peggiore dell’omonimo.

Non so cosa pensare. Erano in tre e facevano fuoco e fiamme, ve lo garantisco. Al di là dei meriti di Nik Chinboukas, va ricordato il muro di cemento della sezione ritmica, Gustavo J. Vitureira (basso) e Alex Kyriazis (batteria). Grandi musicisti, ottimi pezzi, ma scarsa personalità e il culo sbagliato, vale a dire quello che è troppo e tutto assieme. Nella vita io, se dovessi scegliere, preferirei una dignitosa fortuna lungo tutta l’esistenza che vincere la lotteria di Capodanno. Non so voi.