Vittorio De Sica – I fantasmi del giardino e il ronzio del tempo

Vedere i film in costume mostra quanto la realtà, in ogni tempo, sia condizionata da mode: nei vestiti, nel linguaggio e negli oggetti imposti da quel preciso tempo c’è solo moda. La gran parte di tutto, nelle decadi si sperde e viene sostituito da altri tagli di vestiario, modi di dire, nuove tecnologie. Le vestali di quel passato suonano buffe, appaiono brutte, addirittura certe pettinature, le locuzioni, risultano tremende, di pessimo gusto. Durante il Fascismo, il linguaggio e le pose sono stati così gonfiati di retorica populista, usando parole che oggi sembrano tronfie, comiche e che al tempo erano seduttive, impressionanti, confondenti, che a Guzzanti è bastato attenersi ai modelli originali per realizzare un film, “Fascisti su Marte” di puro delirio comico-fantastico. La storia dei Finzi Contini non mi fa pensare a molto. Non lo trovo un film così bello. Sembra che in rete oggi vi sia un plauso totale. Vinse l’Oscar al tempo e non solo. Forse sono influenzato dalle recensioni negative che lessi negli anni 90, una decade molto critica verso certi film “classici” e che oggi sembrano essere stati lasciati di nuovo in pace dalla generica e anonima tribuna dei vari portali in rete. Tipo Rotten Tomatos a cui il film di De Sica piace così tanto da sfoggiare il massimo dei riscontri positivi; un trionfo di consensi come quasi nulla sulla piattaforma; nemmeno “Schindler’s List” è così “assolto” dagli utenti.

La collana De Agostini “I Grandi Capolavori del Cinema Italiano”, ormai dimenticata, mi mostra nelle condizioni gracili del nastro, i suoi quasi 40 anni passati. Non ricordo chi ha buttato la cassetta. Mi è capitata e ho deciso di scrivere su di essa. Le immagini sono tempestate di bianco, vanno e vengono. A momenti fatico a seguire le conversazioni dei personaggi, risucchiate e rilasciate in un periodico circolo e ricircolo della vecchia VHS consumata dall’umidità.

C’è un ronzio sotterraneo che non molla mai e nella nebbia Capolicchio emerge e scompare con i suoi tormenti politici e amorosi, mentre lo sguardo dell’ambigua Dominique Sanda mi riporta agli occhioni altrettanto spietati di mia figlia il giorno in cui mi disse che non voleva più vedermi.

Non ho mai conosciuto un ebreo in vita mia. Un vero ebreo intendo, uno con il cognome da ebreo, tipo Levi o Ginzburg o che so io. Nei film americani ce ne sono tanti e anche in Italia durante la guerra ce n’erano; come la famiglia Finzi Contini ne furono rastrellati in gran numero. Non so qui a Vetralla quanti e quali siano. Vivono tra noi, immagino. So che si trovano ovunque.

Eppure in tutta la mia vita, e guardate che ho svolto per circa quindici anni impieghi da sportello, con schede anagrafiche dei clienti e tutto il resto, io di ebrei propriamente detti non ne ho conosciuti. Se dovessi basarmi solo sulla mia esperienza diretta, potrei credere che siano esseri inventati, come i super-eroi o i rettiliani.

Tornando a “Il giardino dei Finzi Contini” mi sorprende in quale baraonda di polemiche si trovò a nascere e poi trionfare (alla notte degli Oscar) questo film. Al tempo, il 1970, la produzione dovette far fronte a molti attacchi. In particolare c’erano due ronde. Da una parte la critica letteraria, inferocita dalla serie di tradimenti alla trama del romanzo e aizzata dal Bassani stesso, autore celeberrimo del libro, prima coinvolto a scrivere la sceneggiatura e poi estromesso, dopo aver litigato di brutto con De Sica.

Dall’altra c’era la critica cinematografica egemonica di sinistra che rimproverava ancora una volta la decisione del grande Vittorio di rinunciare, ormai da vent’anni, alle implicazioni politiche del suo cinema, rimaste spiaggiate sulla crisi del Neorealismo. In pratica De Sica da troppo tempo si limitava a fare dei decorosi compitini e in effetti, considerando ciò che erano stati “Umberto D” o “Ladri di biciclette”, per quei critici anni 80 e 90, anche “La ciociara” o “Il Giudizio Universale” risultavano fasulli, dei bluff autoriali senza unghie e denti buoni solo ad azzannare i premi festivalieri alla carriera e la grana grossa sentimentale del grande pubblico della televisione.

Come dice Bojack Horseman, va bene ricevere dei riconoscimenti o buone recensioni a qualche festival, ma è quando il film esce nel mondo reale, con la gente che va o non va a vederlo, è lì che si gioca la partita vera. E in questo caso De Sica, a quattro anni dalla sua morte, la cui decadenza fisica e sociale mi risulta abbia vissuto in modo molto doloroso e triste, ebbe ragione su tutti quanti, intellettuali e livorosi. La gente in Italia amò i Finzi Contini e anche gli Stati Uniti lo amarono. E pure le élite cinematografiche europee ne riconobbero i meriti, visto che vinse pure l’Orso d’oro a Berlino.

Però questo film fu molto odiato e lo è ancora nel tempo. Basta leggere la scheda di Morandini, nell’edizione del 2004, per capire quanto, anche a distanza di vent’anni e oltre dalla sua realizzazione, ci fosse uno sprezzo che debordava i confini biliari.

Sentite qua: “Film illustrativo di cartapesta… di una ruffianeria sentimentale che sfiora il cinismo.  Franoso nella costruzione drammatica. (Diabolico nell’amplesso. Sprupurzionat pe quant riguarda le dimensioni di sesso). Imperdonabilmente approssimativo nello svolgimento temporale, inetto nella ricostruzione dell’epoca, zeppo di incongruenze e svarioni. Persino la scelta e la direzione degli attori sono al di sotto del decoro consueto di De Sica regista”.

E che cacchio! Ammetto che il film si sfilacci un po’ nella seconda parte, ma non userei aggettivi così tremendi: inetto, cinico, franoso…

Fa strano perdere di vista i protagonisti e conoscerne la fine solo attraverso le parole di altri. Capolicchio però è meraviglioso, ancora oggi si fatica a riconoscere la bravura di questo attore. Fabio Testi poi, la Sanda e il viscontiano Helmut Berger li ho trovati tutti in buona forma e ben gestiti da De Sica; oltre il “decoroso consueto”.

Ho trovato un po’ caotici e fragili certi passaggi di macchina nel grande bosco intorno al giardino dei Finzi Contini con delle orride zoomate qui e là, e come sguardo registico fanno pensare ai movimenti scattosi di un anziano un po’ confuso e meravigliato dal paesaggio, o di un bambino distratto da un uccello che sfreccia via da un ramo o qualche voce misteriosa che chiama il nome di una ragazza e lui si volta a guardare e si domanda chi sia.

C’è vitalità ma anche stanchezza e tanta malinconia sia dietro che davanti alla macchina da presa. Il film racconta un mondo che finisce. Vittorio De Sica quando furono emanate le leggi razziali, nel 1938, aveva 37 anni ed era nel pieno della sua vitalità. Recitava nei film di Camerini e godeva di grande successo a teatro e in radio. Tornare a quel momento storico a sessantanove anni, quelli di allora non sono come quelli di oggi, ovviamente. Era malato ma non lo ammetteva, era deluso dal mondo a cui sentiva ancora di appartenere. Raccontare la storia di Bassani col peso di un’esistenza agli sgoccioli, potrebbe aver significato per lui raccontare sì un mondo che finisce, ma il proprio. Il giardino è l’illusione di vivere in una sorta di protezione eterna. L’illusione negli occhi del giovane De Sica, quello che cantava “Parlami d’amore Mariù” e che sfidava il mondo nelle vesti ingannatrici del Conte Max.

Quando la famiglia ebrea dei nobili è presa e scortata via dalla villa, l’illusione di protezione del luogo svanisce. La ricca famiglia ebrea scende le scale dopo essere stata chiamata all’appello dai rastrellieri fascisti. La servitù assiste alla loro deportazione. Una musica caracollante di pianoforte e struggenti violini ci racconta da sola il distacco dalla casa, l’addio, l’incertezza futura. Cosa avrà pensato De Sica il giorno in cui gli impedirono di girare “Il viaggio” perché non superò la visita medica e l’assicurazione non avrebbe pagato i rischi delle riprese?

I Finzi Contini vengono prelevati a casa e scortati in macchina fino alla scuola elementare. La vita è un continuo passaggio dal presente al passato. I nostri ricordi sono tanti sé che si sovrappongono. I Fascisti fanno accomodare i nobili ebrei in una classe. Sui muri ci sono le cartine geografiche e i banchi sono ancora in fila.

Vecchi, donne, uomini e bambini sono tutti fatti sedere lì, stipati, anche chi è malato al punto di agonizzare su una lettiga è stato trasportato in quella classe. Proprio lì, tra quelle cartine e quei banchi, Micol (Dominique Sanda) dieci anni prima studiava e consegnava da brava i suoi compiti in classe prima degli altri, perché era diligente, bella, intelligente e speciale in quanto figlia della famiglia più illustre della città.

Per un momento lei rivede la bambina che porta il compito al professore ed esce dalla classe, fiera di aver già finito e di essere chi è. La Micol adulta non la faranno mai uscire da lì, fin quando non lo decideranno loro, per portarla sappiamo dove. C’è un passaggio importante che mi torna in mente. Un sopravvissuto ai campi parla a Capolicchio di cosa sia Dachau. Lui ne è uscito perché da socialista ha abiurato e dichiarato di abbracciare il nazismo. “Sono fuori perché più vigliacco di tutti gli altri” dice. Ma allora fino a un certo punto, qualche disgraziato usciva dai campi, almeno fin quando l’Italia non divenne anch’essa il nemico dei tedeschi.

La vista di Ferrara vuota, strade sgombre e il finale degli stessi personaggi che giocano a tennis inondati di una luce bianca, come al principio del film. è uno scenario che potrebbe dirci molto sull’anima del regista. Per vivere abbiamo bisogno del futuro e a quasi 70 anni un uomo non si da’ pace perché quel futuro non lo ha più. Non può illudersi di vivere trent’anni, quarant’anni. Non sa come fare a vivere senza una prospettiva, progetti, grandi piani di conquista. E lui racconta di quel campo vuoto, una vita ricca, elegante, al sicuro da tutto, spazzata via. “Si vociferava nel 1970, ancora di un ritorno con Zavattini, ma quando e per cosa? Interpretare due vecchietti, insieme. Sai che bella idea…?”

Il finale del campo da tennis vuoto forse si poteva sfruttare meglio, secondo me. Si vede Micol che gioca vestita di bianco, sfuma nella luce fino a sparire. Stacco su un’ultima immagine dello stesso luogo, la rete, le strisce in terra, prima della rapida dissolvenza. Non facciamo in tempo a scorgere i fantasmi che aleggiano nel giardino, le ombre che si trascinano lente nello scenario abbandonato della ricca dimora, dopo che i suoi abitanti sono stati condotti altrove per sempre. Questa è poesia.