Poliritmie contro camicie di flanella – perché ignorare il Grunge

Andando in piena contrapposizione con parte della stalla di Sdangher, che invece lo adora e lo ascolta molto volentieri, io sto al polo opposto. NO al grunge per me. Non odio il grunge in realtà. Odiare richiede energia, e io l’energia la spendo altrove, di solito su qualcosa che ha almeno la decenza di essere suonato con precisione. Il grunge lo ignoro con rispetto, che è una forma di cortesia più fredda e più onesta del disprezzo. E siccome ogni tanto qualcuno mi chiede perché un critico che passa le giornate tra poliritmie e scale aliene non riesca a commuoversi davanti a un power chord sgangherato suonato da uno in camicia a quadretti di flanella, provo a mettere ordine, sapendo già che verrà citata la solita frase “i gusti sono gusti e sono soggettivi”.

Vengo da un ascolto che tratta la tecnica come contenuto, non come contorno. Quando ascolto un giro che si scioglie in undici ottavi senza che nessuno si perda, o un assolo costruito come un teorema, non sto ammirando l’abilità fine a se stessa, ma una forma di volontà resa udibile. La tecnica, in quel mondo, è etica prima che estetica: dice che hanno deciso di controllare ogni variabile, di non lasciare nulla al caso, di trattare lo strumento come un corpo da disciplinare. È una visione quasi ascetica, e infatti non stupisce che tanta parte del metal tecnico strizzi l’occhio all’esoterismo, alla ritualità, alla trascendenza attraverso la fatica. Il virtuosismo è una liturgia laica ma intrisa di trascendenza.

Il grunge parte dal presupposto opposto, e lo fa con convinzione, il che gli va riconosciuto. La sporcizia non è un incidente di percorso ma un manifesto. Le chitarre scordate, gli assoli abbozzati e poi abbandonati a metà, la batteria che sembra suonata da qualcuno che vorrebbe essere altrove, tutto questo non è pigrizia, è ideologia cercata e voluta. È il rifiuto esplicito della bravura come valore, la scelta di mostrare la crepa invece di stuccarla. Capisco l’operazione, la trovo persino coerente. Solo che a me la crepa, da sola, non basta. Mi manca il gesto successivo, quello che nel metal tecnico arriva sempre: struttura, il caos che si organizza in qualcosa di più grande di sé. Nel grunge la crepa resta crepa. È tutto lì, lo so, ma è anche esattamente dove smetto di seguirlo e apprezzarlo.

E qui arrivo alla parte che mi interessa davvero, perché il problema non è mai stato solo sonoro. È che le tematiche del grunge parlano una lingua che non è la mia. È un genere costruito sulla stanchezza come condizione permanente, sull’apatia elevata a postura esistenziale, sulla vittima come figura centrale del racconto. Non lo dico per sminuire il dolore reale che c’era dietro, quello era vero, Cobain non recitava. Dico che l’industria culturale ha preso quel malessere vero e lo ha trasformato in un archetipo commerciabile, il ragazzo bianco della provincia americana che non ce la fa, che non vuole nemmeno provarci, che fa della propria resa un’identità stabile e vendibile. È un mito potente, ma rivolto all’interno, chiuso nella stanza, nel sobborgo, nel proprio disagio. Il metal tecnico che amo io guarda fuori, verso il cosmo, verso il mito antico, verso strutture più grandi dell’individuo, verso l’idea che ci sia un ordine da decifrare anche quando è difficile metabolizzarlo, perché pone l’uomo come inerte davanti a forze più grandi di lui. Sono due opposte teologie del dolore. Una lo attraversa cercando un varco. L’altra ci si sdraia dentro e piange.

C’è un altro motivo, più politico che musicale, che alimenta la mia freddezza, ed è la cronologia. Mentre il grunge riceveva copertine su copertine come rivoluzione dell’onestà, nello stesso identico periodo, tra il 1990 e il 1993, un pugno di gruppi tecnici stava riscrivendo silenziosamente le regole del linguaggio metal senza che nessuna rivista generalista se ne accorgesse. I Death pubblicavano “Human” nel ’91, i Cynic uscivano con “Focus” nel ’93, gli Atheist smontavano il concetto stesso di riff con “Unquestionable Presence”, sempre del 1991. Nessuno di loro vendeva un decimo di “Nevermind”, nessuno finiva su MTV, eppure la mutazione che stavano operando sul metal era enormemente più radicale. Il grunge ha avuto la narrazione popolare, il metal tecnico ha avuto solo il lavoro a testa bassa relegato alle nicchie in penombra.

C’è poi un dettaglio che mi irrita più del previsto, ed è la mitologia dell’autenticità che il grunge si è cucito addosso e che ancora oggi qualcuno indossa senza controllare le cuciture. Il metal tecnico viene spesso accusato di freddezza, di essere troppo cerebrale per essere sincero, come se dovesse per forza somigliare a un singhiozzo. Non è così. C’è più onestà emotiva in un pezzo dei Cynic costruito con chirurgia millimetrica che in tre power chord suonati come se non importasse a nessuno, soprattutto a chi li suona. A volte è solo sciatteria, vestita bene dal marketing di un’epoca che aveva bisogno di un contraltare povero e sofferente all’edonismo patinato dell’hair metal, del classic metal e del thrash. Il grunge ha vinto quella battaglia culturale, meritatamente su certi fronti, ma ha anche insegnato a un’intera generazione, secondo me a torto, che rinunciare fosse più nobile che tentare. Io su quel punto non transigo. Piangersi addosso non fa per me.

Non sto costruendo una gerarchia morale tra chi suona bene e chi suona ruvido, sarebbe un discorso stupido oltre che falso, la storia della musica è piena di capolavori nati dall’imperfezione voluta o subita. Sto dicendo una cosa più piccola e più personale: che il mio orecchio cerca la tensione tra caos e controllo, e il grunge mi offre solo la prima metà dell’equazione. Mi manca la seconda. Mi manca il momento in cui il rumore si piega a una forma. Ascolto gli Alice in Chains e riconosco il talento, ascolto certi passaggi armonici di Chris Cornell e capisco perché tanti li considerano sacri, ma resto fuori dalla stanza, con la porta socchiusa e la sensazione di essere un ospite educato che non si toglie mai il cappotto per non entrare.

Alla fine è una questione di lingua madre, non di merito. Il grunge parla un dialetto della resa emotiva e personale, io sono cresciuto a pane e ascensione tecnica, alla tenacia e al non mollare mai, e tra le due lingue non c’è mai stata vera traduzione possibile, solo una cordiale incomprensione reciproca che dura da decenni e che, sospetto, durerà ancora, forse per sempre.