Dai sonniferi di MTV al cuore dei metallari – Il paradosso degli Stone Temple Pilots

Quando gli Stone Temple Pilots vennero inseriti nella heavy rotation di Videomusic io provai un senso di fastidio ed evitai di seguire per intero i loro videoclip. Sembravano un misto di Alice In Chains e Pearl Jam, con una spremuta di Nirvana sopra. Erano chiaramente derivativi. Dopo un paio d’anni in cui uscivano fuori band grunge, piacenti o meno ma distinguibili l’una dall’altra, con uno proprio sound, stile, look, ritrovarmi questi cloni fu un chiaro segnale per me: si stava andando verso la saturazione. A sedici anni non ragionavo in questi termini e non conoscevo la parola “saturazione” ma in fondo avrebbe tradotto bene la sensazione che provai: stanchezza, noia e irritazione. “E adesso questo qui dove li dovremmo mettere?”

Ovviamente mi guardai bene dall’acquistare il loro primo e molto pubblicizzato disco, “Core”, anche se ricordo un’aria generale di scetticismo nei confronti del gruppo. Non vidi la puntata di Headbanger’s Ball dove si presentarono completamente fusi e non riuscirono quasi a spiccicare parola, facendo irritare di brutto il conduttore, Riki Rachtman.

So che venivano da una serie di concerti non-stop e per dormire sull’aereo avevano preso dosi pesanti di sonniferi. Una volta che qualcuno li aveva capitombolati sul salotto di quello studio, a stento riuscirono a capire dove fossero e cosa rispondere alle domande.

Poi però si misero a suonare la versione unplugged di “Plush” e la fecero lenta, intima, incerta ma così intensa da conquistare il cuore di marmo dei gestori di MTV, i quali passarono un sacco di volte il video con la versione elettrica dando molta notorietà al gruppo.

Poi toccò alla colonna sonora de “Il corvo”, che girò parecchio tra i metallari. C’era un loro pezzo sopra e anche lì la cosa mi infastidì. Non li volevo tra i piedi e continuavano a cicciarmi davanti. Eppure poi, leggendo le recensioni della soundtrack, risultava che “Big Empty” fosse uno dei brani migliori dell’intero album.

Un paio d’anni dopo un mio amico insistette per prestarmi “Purple”. Lo ascoltai dopo un mese che ce l’avevo in casa e ne rimasi folgorato. Oltre alla bellezza trascinante delle canzoni era il sound così pieno e fresco a conquistarmi. Non impazzivo per gli Stone Temple Pilots ma dovetti convenire che ci sapevano fare. Per qualche misteriosa ragione però non esplorai altro e di sicuro non recuperai “Core”.

Ho colmato questa lacuna solo adesso. Certo, si tratta di un grande album, ma che volete, ci ho messo solo 30 anni a capirlo. D’accordo, non è un lavoro originale. La band non aveva quel quid unico e magistrale di altri grossi nomi che l’avevano preceduta, ma cazzo se sapevano scrivere grandi pezzi. Per dire “Creep” non sarebbe esistita senza i Pearl Jam e i Soundgarden e il modo di cantare di Weiland deve moltissimo a quello di Cobain, nel ritornello poi l’intonazione gli diventa molto simile a quella di Eddie Vedder, ma cazzo che melodie, che crescendo. Si tratta di un brano meraviglioso e basta.

Provate a sentire cosa fecero con gli stessi ingredienti i Dokken in “Convenience Store Messiah” e vi renderete conto che non si tratta solo di fare una cosa che vende mettendo insieme tre cose che funzionano, imitando le band più lanciate. Non viene automaticamente un pezzone come quello; anzi, di solito viene una merda.

Sono stati accusati per molti anni di essere una band creata a tavolino. In effetti arrivarono che già il grunge dominava le scene e pure loro facevano apparentemente grunge. Non erano stati però assemblati da qualche Simon Cowell del rock. Avevano già trascorso sei anni di dura gavetta col nome di  Mighty Joe Young e come disse Rachtman di Headbanger’s Ball, “prima travestirsi da gruppo alternativo avevano suonato tutt’altro genere”.

Vero, erano prima di essere gli Stone Temple Pilots erano giovani scavezzacollo dediti al funky-glam metal losangelino, con gli spandex e il rossetto. Ma quindi? Cosa dovremmo dire degli Alice In Chains? Pure loro per anni si erano dati da fare nei locali con un look e un sound molto vicini ai Motley Crue.

Pare che ci fu una spinta esterna ad aiutare gli Stone Temple a trasformarsi in quelli che conosciamo, certo. Intanto dovettero cambiare nome perché un signore di nome Mighty vattelappesca, un bluesman, gli avrebbe intentato causa se non l’avessero fatto, ma la direzione musicale gliela suggerì un talent scout della Atlantic che dopo aver sentito un loro demo rimase ammaliato dalla voce e il talento interpretativo di Weiland e dalla potenza della sezione ritmica del gruppo.

Non so se Tom Carolan, così si chiama il tipo, andò da loro con i CD di “Nevermind”, “Dirt” e “Badmotorfinger” e gli disse di studiarseli. Non ho mai sentito direttamente i demo dei vecchi Mighty Joe per rendermi conto dell’effettivo cambiamento maturato dopo che l’A&R dell’Atlantic Records li ebbe convocati in ufficio per offrirgli un contratto, ma so che non si crea un grande album vestendosi di un altro genere solo perché bisogna farlo: non funziona mai così. Prendete molti dei tentativi di band storiche degli anni 80 quando provarono a seguire la scia grunge: ci sono sicuramente dischi interessanti e amabili, ma niente di così alto livello come “Core” degli Stone Temple Pilots.

Inoltre basta ascoltarlo con un po’ di attenzione per accorgersi che non c’era solo il tropo del grunge in quei riff e ritornelli. Potevate trovarci l’hard rock dei Cult e degli Zeppelin e decisamente una buona dose di psichedelia. Non è un caso che il gruppo col tempo avrebbe seguito il proprio percorso creativo affrancandosi dalle cose di Seattle e sviluppando una vena più melodica e randomica, senza disdegnare i lidi puramente pop e soprattutto senza diminuire la qualità della propria offerta.

Non dimentichiamo poi che a plasmare il sound di “Core” ci pensò un certo Brendan O’ Brien, che per almeno un decennio diventò IL produttore di riferimento del rock alternativo. Trovo stupefacente anche oggi come l’album suoni potente e vivo, dopo tanti anni. Sul piano dei suoni e dell’equilibrio generale è un capolavoro.

Poi certo, si presentarono sul mercato con una major alle spalle che li spingeva di brutto, ma non sarebbe bastato se non ci fosse stata sostanza nei brani. Fece un gran lavoro anche il manager, Steve Stewart, che riuscì pianificare una serie di strategie d’azione che servirono a ottenere ingaggi di prima qualità accanto a Rage Against The Machine, Megadeth e Def Leppard.

Ora, potete immaginare come reagì il pubblico di questi gruppi quando si trovò davanti Weiland con i suoi capelli colorati e gli altri in camicie di flanella. Eppure so che nonostante il lancio di sputi e bottigliette, i buu e gli insulti, piano piano gli Stone Temple Pilots si fecero valere. E poi sì, né io né voi siamo i primi a notarlo, ma avete visto ancora una volta come una band grunge fu adottata dai metallari.

Tutti questi gruppi alternativi sfruttarono il carrozzone dei grandi del metal di fine anni 80 e inizio anni 90 per farsi conoscere e poi, se vogliamo, si comportarono come la classica serpe allevata in seno.

Pensate al successo che Weiland e i suoi raccolsero suonando in apertura ai Def Leppard? Mentre la band inglese, ex giganti delle classifiche, carambolava nelle retrovie dopo anni di milioni e milioni di copie vendute, questi alfieri del grunge-pop, si mangiavano ogni sera il loro pubblico e aumentavano il proprio potenziale di successo.