Il cambio di nome può voler dire tanto o forse no. Non abbiamo prove che chiamarsi in un modo e poi in un altro conduca un gruppo in alto o nel cesso. Però spesso è capitato che questo passaggio abbia segnato, magari è una coincidenza, una sorta di accelerazione, uno scatto nel destino. Ieri per esempio ci siamo soffermati sulla vicenda dei Mighty Joe Young, poi noti come Stone Temple Pilots e oggi invece ci occupiamo dei Love On Ice, meglio noti come… Love On Ice.Già, quel nome non era il massimo e la band se lo tirò dietro fino alla fine perché con esso aveva guadagnato un seguito. Quando si esibirono al Mayors Ball, un festival annuale delle loro parti, vale a dire nell’Oregon, lo fecero come Love On Ice e lo stesso i discografici avanzarono diverse proposte interessanti. Nessuno gli domandò di cambiarsi in “Flannel Shirt Gods” o “Starbuks Runners”. Quello lì andava più che bene.
Firmarono con la Interscope Records, la label che avrebbe fatto i soldi con i rapper e lanciato No Doubt e altre grandezze pop. Loro furono praticamente la prima scommessa dell’etichetta quando era ancora una specie di start up. E all’inizio potete immaginare quanto fossero coccolati e ben gestiti. Qualcuno stravedeva per i LOI all’interno della casa discografica.
Purtroppo successero una serie di cose che portarono presto la Interscope a mettere le mani sul catalogo della Death Row Records e rivedere drasticamente i propri piani d’azione. A tutto gas con il rap e fanculo il metal alternativo, per ora. E così fu che i Love On Ice da nome di punta, si ritrovarono nel gregge delle numerose piccole band messe sotto contratto dall’etichetta e buttate nel mezzo per vedere se rimanevano a galla o no.
Prima che il loro tour collassasse e il gruppo si sciogliesse, prima ancora che il disco uscisse, i Love On Ice si erano esibiti al Melody Ballroom di Portland. Quella sera come headliner il cartellone presentava Alice In Chains, a supporto di “Facelift”. Al loro fianco come band di supporto, a parte i nostri, era in scaletta un altro gruppo di Seattle appena formatosi, i Mookie Blaylock, che pochi mesi dopo avrebbe cambiato il nome in Pearl Jam, inciso e pubblicato Ten e fatto milioni su milioni.
I Love On Ice come avrete capito, non hanno mai combinato molto. L’album “Nude” uscì e vendette pochino nel disinteresse della Interscope, che fece sì arrivare un paio dei loro videoclip su MTV e finanziò un mini-tour in Europa, dove il seguito sembrava un po’ più consistente, ma quando la band tornò a casa, non aveva un solo centesimo per continuare a promuoversi in patria.
In Europa si erano divertiti, soprattutto al festival di Eindhoven, in Olanda, dove l’addetto alla sicurezza, appena letto il nome sui pass chiese al gruppo: “Love On Ice? Ma cosa siete, dei giocatori di hockey gay?”. Il vocalist Dirk Sullivan, rispose ridendo: “Sì, esatto, siamo noi!”
Anche Titti Angeramo su HM fece una domanda al gruppo riguardo al nome. Che significa, perché vi chiamate proprio così? Dirk le assicurò che era giusto come desideravano chiamarsi, ma mentì, perché a quel punto, nei primi mesi del 1993, tempo a cui risale l’intervista, i Love On Ice odiavano chiamarsi così.
Erano tornati a casa come dicevo e pur di non fermarsi, approfittando della discreta popolarità offerta loro dalla rotazione dei video su MTV, accettarono di esibirsi come attrazione fissa al Satyricon di Portland. La gente gradiva e pagava per vederli. I soldi che ricavarono da quelle serate servirono al gruppo per incidere i demo del secondo album, che però la Interscope congelò immediatamente, dichiarando di non essere al momento interessata a proseguire il percorso con i Love On Ice.
Portland. Abbiamo già parlato della nascente scena di lì e di come la Sub Pop e molte altre etichette indipendenti cercarono, tra il 1993 e il 1994, i nuovi Nirvana da quelle parti. Era nell’aria che il genio del rock and roll avesse traslocato proprio lì. Ormai però la memoria storica ci dice che così non fu e che se quelle etichette non trovarono i grandi nomi che cercavano è perché stavano cercando nel posto giusto qualcosa di sbagliato, Portland era e rimane il fratello brutto sporco e cattivo di Seattle.
C’era sicuramente tanta roba buona lì. Per esempio i Love On Ice, che spaccavano di brutto. Erano pregevoli e il loro disco è da allora una gemma da riscoprire. Si intitola “Nude” e lo produsse Rick Parashar (lo stesso di “Ten” e il disco dei Temple Of The Dog). Fu inciso ai fatidici London Bridge Studios di Seattle e ancora oggi suona come un lavoro ricchissimo, pruriginoso, molto vario e pieno di momenti geniali.
Siamo nell’ambito del crossover di inizio anni 90, quando la vena di sperimentare e l’interesse delle etichette coincideva. Durò per un breve, prezioso periodo. Gruppi come Saigon Kick, King’s X, Last Crack, Galactic Cowboys, i dimenticati T-Ride di cui ho scritto poco tempo fa, ebbero il vento in poppa per un micro-scorreggioso minuto e poi più niente.
I Love On Ice ricordavano per abrasività e veemenza i primi Love/Hate e probabilmente questo aspetto glam penalizzò le vendite. Grazie alla mano di Parashar sapevano abbastanza di Seattle, avevano la giusta attitudine freak, con i loro vestiti variopinti e le gonne hawaiane, ma erano troppo allegri e speranzosi e tecnicamente irruenti per piacere ai fan degli Alice In Chains e Nirvana.
Da ascoltare a tutto volume il singolo “Leave Me Alone”, la parentesi country funk metal “Country Boy” e la ballad per nulla ruffiana “Gone Away”.

