Eroina via FedEx, hip hop e crisi d’identità – L’ultimo valzer dei Faster Pussycat

Le cose iniziarono ad andare male con l’arresto di Mark Michals. Il genio si fece mandare l’eroina via corriere espresso FedEx e lo beccarono. La band era nel mezzo di un tour nel 1990 e le cose stavano andando bene, poi all’improvviso non c’era più il batterista. Addio alla formazione classica, al feeling, alla vecchia squadra che aveva reso i Faster Pussycat unici e inarrestabili. Purtroppo la perdita di Mark, rimpiazzato al volo da Frankie Banali dei Quiet Riot per finire la serie di concerti in agenda, avrebbe dato il via a un periodo davvero troppo incasinato. Il gruppo era oltre i livelli di guardia con le droghe e non c’era nessuno che sapesse riportare un po’ d’ordine. Le audizioni per il sostituto di Michals durarono secoli e quando la band si ripresentò sul mercato con “Whipped!”, il terzo lavoro, le cose erano drasticamente cambiate. Nonostante le vendite deludenti, i Faster partirono per un nuovo tour nei club e nelle arene. Come disse Taime a Piergiorgio Brunelli nell’intervista pubblicata da HM nei primi mesi del 1993, “non c’è da stare allegri, là fuori. Le possibilità di suonare in giro sono ridotte all’osso”.

I Faster Pussycat erano tornati in Europa con un look completamente nuovo. Invece del consueto stile sleazy, indossavano felpe molto grandi con i numeri delle squadre di football e tutto un armamentario che sembrava avessero rubato in qualche camerino dei Public Enemy. I nuovi brani non segnavano chissà quale stravolgimento. “Whipped!” era prodotto dal braccio destro di Eddie Kramer (Jimi Hendrix e molti altri), John Jansen, già responsabile della riuscita di “Heartbreak Station” dei Cinderella e “Cherry Pie” dei Warrant. La Elektra non pareva ancora sul punto di scaricarli, per il momento. L’album non aveva un sound alternativo o più pesante del solito. Si trattava però di un passo deciso verso il livello successivo. Le tematiche, gli arrangiamenti, le strutture dei brani denotavano un miglioramento generale dei Pussycat, stanchi di raccontare solo storie di feste e spogliarelliste. Era un po’ come “Native Tongue” dei Poison. Si sentiva che erano cresciuti, ormai.

Il sapore generale di “Whipped!” era più dark, senza dubbio. Non c’era da stare proprio allegri. Anche il più canterino e irresistibile anthem, messo in apertura, “Nonstop To Nowhere” raccontava del duro prezzo da pagare dopo una vita passata a suonare in giro per il mondo, facendosi e ubriacandosi, scopando e collassando. Il rock and roll ti intossica e arriva un momento in cui non sai più neanche dove ti trovi. Avete notato che molte ballate dei gruppi hard rock anni 80 cantano di voler tornare a casa, a un certo punto? Beh, diciamo che è quello che capita dopo mesi e anni in tour o negli studi di registrazione e le sere libere ad annoiarsi e ubriacarsi e fottere sconosciute nei camerini. Alla fine ti manca la mamma.

I Faster Pussycat non la buttavano giù proprio pesante, sia chiaro. Sapevano lamentarsi con un certo senso di stoicismo: era una loro scelta e non è che avessero smesso di divertirsi e di far divertire il proprio pubblico, però il disco scivolava spesso in anfratti sinistri, come nella stupenda “Mr. Lovedog” dedicata allo scomparso Andy  Wood dei Mother Love Bone. C’era ovviamente anche molto da scapocciare e sghignazzare con “Madam Ruby’s Love Boutique” o “Big Dictionary”. Non mancava una bella dose di funk (“Loose Booty”) e nonostante Taime negasse di aver scritto una nuova ballad che provasse a bissare il successo di “House Of Pain”, “Friends” era più o meno questo e di certo non riuscì a ripetere il colpaccio della loro hit più grande.

“The Body Thief” tra tutti è il mio pezzo preferito dell’album: abrasivo e tartassante, sporco e muscolare, con la voce di Taime che ricorda a tratti Al Jourgensen dei Ministry. Non è un segreto che in questo periodo lui fosse più interessato all’industrial, come poi si sarebbe visto con i progetti successivi allo scioglimento dei Pussycat.

E a proposito, ascoltando le testimonianze dei diretti coinvolti, vale a dire il suddetto Taime e il chitarrista Brent Muscat, “Whipped!” era venuto fuori dopo mesi di battaglie tra il primo che voleva spingere il gruppo in nuove direzioni (l’interludio industriale “Cat Bash”) e l’altro che invece insisteva nel mantenere la matrice sleazy tipica della band (“Jack The Bastard”).

Mentre Taime ricorda oggi con orgoglio e piacere la “riuscita” dell’album, giudicandolo probabilmente il migliore della loro discografia, per Brent non è mai stato così, troppo condizionato dalla confusione che regnava nel gruppo. Per lui “Whipped!” è ancora un posto in cui non ama tornare perché gli mette addosso un senso di depressione e di caduta libera.

I Faster Pussycat non avevano speranze di sopravvivere negli anni ’90, lo sappiamo, eppure il tour negli States non andò così male. Ci furono diverse serate di tutto esaurito, compreso il concerto d’addio che il gruppo decise di tenere prima di sciogliersi, dopo mesi logoranti trascorsi a litigare, drogarsi e maledire la band, i Nirvana e il rock and roll tutto.

Oggi “Whipped!” rimane uno dei migliori album della fase crepuscolare dell’hard rock americano anni 80 e vi consiglio vivamente di riscoprirlo.