Il monaco e la sirena – Robert Fripp si è fatto sedurre da David Sylvian

C’è un momento, nella storia della musica cosiddetta “colta”, in cui un chitarrista ossessivo-compulsivo con la disciplina di un certosino decide di lasciarsi mettere le mani addosso da un ex idolo new wave con la voce da crooner decaduto. Quel momento si chiama “The First Day”, 1993, ed è probabilmente una delle cose più sporcamente sensuali mai uscite sotto l’etichetta “art rock”. Sì, sporcamente. Tenetevi forte. Partiamo dai fatti, che poi qui a Sdangher i fatti li rispettiamo sempre, prima di infilarci il dito nell’occhio come piace a noi.

Il corteggiamento lungo un decennio – Fripp e Sylvian si erano già annusati negli anni Ottanta: prima su “Alchemy – An Index of Possibilities”, poi e qui la cosa si fa seria su “Gone to Earth” del 1986, dove il chitarrista di King Crimson entra come ospite e lascia intendere che tra i due c’è più di una semplice collaborazione tecnica. C’è chimica. C’è quella tensione da “non sappiamo ancora cosa siamo l’uno per l’altro” che dura sei anni, fino a quando Fripp, nel tentativo più disperato e romantico della sua carriera, chiede a Sylvian di diventare il frontman di una nuova versione dei King Crimson. Sylvian, che di sottomettersi al progetto di un altro non ne ha mai avuto voglia (chiedetelo ai Japan), gli risponde più o meno: “no caro, ma facciamo un disco nostro”. Ed è qui che la storia diventa piccante.

Woodstock, New Orleans, e un letto sonoro a tre – Il disco nasce tra Woodstock e New Orleans, con David Bottrill al mixer e un cast di supporto Trey Gunn allo Chapman Stick, Jerry Marotta alla batteria, Marc Anderson alle percussioni, Ingrid Chavez a dare corpo vocale in un paio di momenti che funziona come il letto morbido su cui i due protagonisti si concedono la loro danza. Fripp ci mette la disciplina delle Frippertronics, quei loop di chitarra costruiti con la pazienza di chi non ha fretta di arrivare al punto. Sylvian ci mette il contrario: la voce bassa, vellutata, quella che qualcuno ha definito scottwalkeriana e che qui suona più seducente che mai, quasi a voler stuzzicare il rigore dell’altro.
Il risultato sette tracce, oltre un’ora di musica è un disco che oscilla tra funk scarnificato e improvvisazioni chitarristiche che sembrano volerti spogliare lentamente invece che travolgerti. C’è chi lo ha chiamato “il King Crimson che non è mai stato”, chi lo considera l’apice pop degli istinti di Fripp. Noi lo chiamiamo semplicemente: due uomini che si stuzzicano in pubblico e fingono che sia solo musica.

Il singolo che civetta con la radio – Da questo intreccio esce “Jean the Birdman”, firmata a tre mani con Trey Gunn, l’unico singolo estratto, quello con cui i due si concedono persino un video e un timido corteggiamento delle radio. È il loro momento di massima esposizione pubblica, la mano che si sfiora sotto il tavolo mentre fuori tutti guardano altrove.

Dopo il primo appuntamento, si continua a vedersi – Che non fosse una scappatella lo dimostra il seguito: pochi mesi dopo arriva “Darshan (The Road to Graceland)”, un disco fatto quasi interamente di remix del brano omonimo del primo capitolo la coppia che rielabora i propri ricordi, li rimescola, li riguarda da un’altra angolazione, come si fa dopo che una storia ha lasciato il segno. E poi, nel 1994, arriverà anche “Damage”, il documento live della loro relazione portata sul palco, dove la disciplina di Fripp e la sensualità di Sylvian si mettono in scena senza più nascondersi.

Perché ce ne frega qualcosa qui a sdangher? – Perché “The First Day” è la prova migliore che l’attrito tra due estetiche opposte, l’ascetismo matematico di un chitarrista che pensa la musica come architettura, e l’abbandono vocale di un uomo che pensa la musica come fosse “pelle”, produce scintille vere, non calcolate. Ed è un discorso che a Sdangher ci sta a pennello: il bello, quello vero, nasce sempre da un incontro scomodo. Un monaco e una sirena chiusi nello stesso studio di registrazione per mesi non potevano che partorire qualcosa di indecentemente bello.