Ma come, scrivi di un film di Fellini su un sito che parla prevalentemente di metal? Eh già. Capisco la perplessità di qualcuno ma vorrei chiarire una cosa ai pochi che leggeranno questo pezzo: Sdangher non è una webzine metal e non è un blog metal. Non siamo Metal Skunk, per dire, anche se ammetto che agli inizi, quando ancora si chiamavano Metal Shock e c’era Mancusi a dirigere le nefandezze del loro blog, io ho tratto ispirazione da ciò che facevano per realizzare Sdangher. Non ho problemi ad ammetterlo, sono partito un po’ da lì. Poi però ho puntato all’infinito. E infatti eccomi qui a scrivere di “Otto e mezzo”. E poi non capisco come mai, dopo cinquant’anni di metal ancora si debba parlare solo di film horror e troiate demenziali, come se chi ascolta il metal non vada oltre “Evil Dead” o “Gli anelli del potere”. Ormai vivo la metà della mia giornata in una discarica. Per lavoro la gestisco io, da solo. L’idea di scrivere di film a caso mi è venuta stando qui. Ho visto arrivare vecchi videoregistratori ancora funzionanti, televisori catodici buoni ma ormai “inutili” e scatoloni su scatoloni di videocassette. Io ho sempre amato le VHS e non ho mai mandato giù il trattamento che hanno subito dopo un ventennio di assoluta “dominazione”. Sono state deposte e scalciate via per far spazio ai fottuti DVD. I DVD poi, grazie al cinema in streaming, sono stati trattati alla stessa maniera e ancor peggio tutte le forme intermedie di supporti fisici ad alta definizione.
Guardando le vecchie VHS mi è scattata l’ispirazione e ho deciso di recuperarle, infilarle in un video sopravvissuto agli anni, guardarle come facevo una volta e poi scriverne. Pescando a caso negli scatoloni che ho salvato dal macero stavolta è toccata a “Otto e mezzo”, in una vecchia edizione cartonata dai bianchi accecanti e i neri profondi come il nero più nero che non si può. Uscita in Edicola all’inizio del 1990, la collana “I Grandi Capolavori del Cinema Italiano” è antecedente al fenomeno dei film come gadget dei quotidiani. Risale a quando ancora io facevo le scuole medie e sapevo già chi fosse Fellini, perché in occasione dell’uscita del suo ultimo film “La voce della luna” la promozione era stata serrata e inarrestabile. Vidi questo vecchio scapigliato in sciarpa e cappello, venerato come un dio, che faceva siparietti nelle trasmissioni generaliste assieme a Benigni e Villaggio, due dei comici più famosi e pagati del periodo che al cospetto di questo signore sembravano due paggetti nell’ora d’aria.
“Otto e mezzo” lo vidi per la prima volta, molti anni dopo, al primo anno di Università, nel 1999. Studiavo Cinema alla Sapienza e volevo mettermi in pari con i Grandi capolavori, i cosiddetti “must” che non puoi non aver visto almeno una volta. Non era il puro bisogno di godimento a muovermi ma un senso del dovere e un complesso d’inferiorità divoranti. Dovevo conoscere almeno i più grandi film di Fellini, era inevitabile. E così vidi “I Vitelloni” che non capii e “La dolce vita” di cui invece mi innamorai subito. C’era la parte del castello a Bassano di Roma, vicino Sutri, un posto che potrei raggiungere in mezz’ora da casa mia, e tutta questa parte di vecchie leggende, aristocratici decrepiti e grotteschi, fantasmi nelle ale dimesse e amori inseguiti in stanze dagli effetti acustici magici. Capivo il bisogno di aggrapparsi a un amore improvviso e trascendente da parte del protagonista, scombussolato da una vita di effimere sirene e abbaglianti allucinazioni. Io vivevo questa angoscia di non realizzare qualcosa di serio e consistente, così preso dall’alcol, il fumo e le chiacchiere intellettuali fino alle tre di notte con amici che avevano l’aria di combinare poco quanto me. Mi innamoravo ogni giorno, mi bastava salire su un pullman o un vagone della metro. Una volta seguii una ragazza carina finché non la vidi inquietarsi.
Sto raccontando tutte queste cose personali per dirvi che rispetto a Rossellini o Visconti, i cui “Grandi capolavori” mi guardavano come monumenti schiaccianti e ammuffiti dall’alto della loro austera complessità, Fellini parlava al mio cuore e lo capivo. “Otto e mezzo” era la sua immediata confessione dopo il grande successo di “La dolce vita”. Il regista a quel punto aveva capito che le cose gli erano ampiamente sfuggite di mano. La società italiana l’aveva promosso a “vate del significante” e “dominatore dei due mondi”: quello reale e illusorio di Via Veneto e quello dei sogni di un bambino venuto via da una terra incantata del nord e persosi nel chiasso e il cinismo di Roma.
Con “Otto e mezzo” lui provò a dire cosa c’era dietro l’apparenza del “genio”, del “profeta scandaloso” a cui tutti si rivolgevano: un uomo pieno di incongruenze, ignoranze, donnaiolo, infantile e confuso. Fece un film su un regista che non riusciva a fare un film. Non aveva scelta. Mise in scena la realtà effettiva perché dopo “La dolce vita”, una cosa difficile da definire, da comprendere ma che funzionava come d’incanto dall’inizio alla fine e a una infinita serie di livelli fruitivi, visto che andava a guardarla l’operaio con la seconda elementare e l’intellettuale annoiato, restandone affascinati e disorientati entrambi, insomma, dopo questo capolavoro che non sapeva come cacchio fosse riuscito a far funzionare, per lui la posta era tanto fuori dalle proprie effettive capacità tecniche e intellettuali, che si spaventò.
E iniziò a soffrire della cosiddetta “Sindrome dell’impostore”, abbondantemente confessata anche nel suo “Fare un film, un libro autobiografico uscito molti anni dopo per Einaudi. A quel punto del suo massimo traguardo di popolarità, dovette denudarsi e confessare come stavano le cose, ma il pubblico prese il film come l’ennesima prova di grandezza registica. Oramai qualsiasi cosa Fellini girasse, era tutto “felliniano” e quindi scusato. Arrivò a mettere in scena il tradimento coniugale facendo recitare la vera moglie nella parte della moglie e la vera amante nella parte dell’amante. E il pubblico si bevette tutto. Chi sapeva visse la questione con un certo imbarazzo e sicuramente parte della critica attaccò Fellini, ma non tanto se la presero con lui sul piano del costume e della morale, per quelli tacevano: era la parte “politica” a rodergli, perché non c’era.
Negli anni 60 e 70 tutto divenne dibattito delle idee e delle appartenenze partitiche. Fellini sembrava solo voler fuggire nei sogni d’infanzia, sprofondare nelle vergogne personali e fregarsene delle questioni del paese. Lui aveva l’attenzione del mondo e non faceva altro che mettere in scena la vaghezza del regno onirico declinato su un lettino freudiano e affrontando l’egocentrica fustigazione di un uomo a cui si perdona tutto, come a un bambino viziato, mentre lui non perdona a se stesso nulla.
“Otto e mezzo” non è un grido d’aiuto. E’ solo un altro grande film di Fellini. Uno dei suoi capolavori. Si dice che come “Quarto potere” sia responsabile di aver scatenato la vocazione registica in un sacco di persone. Pupi Avati e i suoi amici del circolo culturale di Bagnacavallo scrissero entusiasti a Ennio Flaiano offrendo i propri servigi alla causa di Cinecittà e ringraziando lo scrittore e il grande genio Fellini per aver realizzato “il capolavoro Otto e mezzo”.
Flaiano inviò una lettera in risposta dicendo loro di non scrivergli più. Tra l’altro in “Otto e mezzo” c’era una delle sorelle Legnani di Pupi, Eugene Walter, ma andiamo oltre.
Visto però che ho accennato a quel capolavoro spaventoso di Avati, lasciatemi dire che qualcosa pure nel cinema di Fellini e nello specifico di “Otto e mezzo” mi spaventa assai e mi riferisco alle scene oniriche. Specie la prima, quella in cui Guido è bloccato nel traffico e non riesce a venir fuori perché le auto sono tutte vicine alla sua piccola utilitaria, una scatolina di ferro ex capsula di boom, che diviene una trappola in cui lui rischia di morir soffocato. Credo che sia perché il sogno sa sempre di morte. Nel film di Fellini i sogni sono visioni che vanno nel passato e nel futuro ma sempre un passato e un futuro che sono oltre, metafisici, memoria, fantasia, vale a dire le zone della mente in cui regna la nera signora.
Sono visioni sull’altrove e quel silenzio intorno al protagonista, che è lo stesso che si “sente” in “Il posto delle fragole” di Bergman e via così in certi film di Bunuel e nei sogni di Padre Karras de “L’esorcista” di Friedkin, questo è un silenzio che sa di sardonico e di minaccioso. E’ il coro dei morti, un silenzio totale e asfissiante, che promana dalla loro invidia per i vivi. Sono tutti spifferi cinematografici che vengono dalla stessa dimensione dell’immaginifico.
E poi i volti spettrali delle persone che Guido incontra nei suoi sogni sono fantasmi di vivi non veri e di morti. Nella memoria tutto diventa spettro, oltre la vita, la materia, il tempo. Fellini esprime soprattutto questo nel suo cinema più ispirato: la paura di morire senza aver detto o fatto… cosa?
“Il mondo è ai tuoi piedi. Cosa ci volevi dire, Federico?”
“Non me lo ricordo più. Mi pareva una cosa così semplice e vera. Volevo fare un film che seppellisse tutto ciò che di morto ci portiamo dentro””.
“Peccato che il tuo film è ciò che di morto vive ancora in te”.
Spesso ho letto della Cavalcata delle Valchirie nella scena degli elicotteri di “Apocalypse Now”, ma nessuno parla della stessa sinfonia in “Otto e mezzo”. Utilizzata stavolta in modo ridanciano, tronfio e ridicolo nella sciarada di malati alle terme di Chianciano: vecchi avvizziti, prelati claudicanti, signore smarrite e suorine timide, tutti che sfilano davanti allo sguardo stanco del regista in crisi d’ispirazione. Wagner e la sua cavalcata delle valchirie torna poi nella scena della frusta, quando Guido deve far fronte a un ammutinamento del suo harem immaginifico, dove la moglie, le amanti e le donne che desidera portarsi a letto, abitano tutte con lui e si prendono cura di lui come da bambino facevano le balie. Lo mettono a mollo in una tinozza e nel mentre, le amanti del piano di sopra, quelle confinate in un archivio, “letteralmente segregate in soffitta”, vagano nella polvere e le ragnatele. Tutte tranne una, ballerina, giovane, che non accetta di essere dimenticata così presto. Lei scatena la rivolta e Guido usa la frusta per rimettere tutte queste amanti in riga.
La frusta dei domatori dei leoni, il circo che ritorna come strumento funzionale di un’ossessione meno reale di quel che sembra. Fellini lo usò molto ma non si sognò mai di entrare a farne parte. L’idea dell’harem e della rivolta, la frusta e il resto, sono i picchi più provocatori della confessione del regista. Non avete idea quanti italiani invidino i talebani, sapete? Vi racconto questa storia: un mio zio mi disse un giorno che un suo amico, un uomo benestante, aveva conosciuto una donna molto bella, un’afghana. Lavorava appunto all’ambasciata dell’Afghanistan. I due uscirono per un po’, a Roma, dove entrambi vivevano. Lui però aveva anche una piccola fattoria fuori città, verso Fiumicino, un posto molto carino, nostalgico, fatto di galline che scorrazzano nell’aia, cani che girano liberi e non addentano le galline, e poi mucche nella stalla, maiali nel porcile eccetera eccetera. Un giorno, per fare una sorpresa a questa bella signora con cui tutto stava andando a meraviglia, lui le disse di chiudere gli occhi perché stava per condurla in un luogo meraviglioso. Quando arrivarono alla piccola fattoria lui le disse di guardare. Il sorriso che lei aveva finché teneva gli occhi chiusi si raggrinzì come una fetta di formaggio sulla griglia appena vide. Abbassò il finestrino, guardò un po’ fuori e poi si rivolse a lui.
“Cos’è questo posto?”, chiese.
“E’ la mia vera casa”, disse lui, giulivo.
Lei ritirò su il finestrino e poi guardò avanti a sé. “Se è uno scherzo non fa ridere”, disse.
“Ma non è uno scherzo. Questa terra è mia. La gestisce un mio amico ma io ci vengo spesso. Vorrei trasferirmi qui il giorno in cui…”
“Portami immediatamente via da questo posto orribile”, lo interruppe lei.
Tornarono in città senza parlare e quella sera non ritrovarono il dialogo nemmeno a cena, in uno dei soliti ristoranti chic dove avevano già mangiato molte volte. Finirono la serata all’ingresso del palazzo dove abitava lei, al quartiere Parioli. Dal giorno dopo la donna non rispose più alle chiamate di lui e nemmeno ai messaggi. Lui smise presto di mandargliene.
Quel mio zio, dopo avermi raccontato la storia aggiunse: “lo vedi che tutti i torti, quei talebani, a portarle in giro incappucciate e seguendole dietro dietro col bastone, non ce l’hanno?”
Si tratta di una cosa che mi è stata detta di recente e io, vedete, comprendo il senso profondo di ciò che mi ha raccontato quel mio zio e anche la sua battuta orribilmente sessista e razzista. Lui è divorziato, ha amato molto e si è incasinato parecchio la vita per via delle donne, ma io sono italiano come lui e questa cosa dell’harem, delle amanti, della frusta, la capiamo. Ce l’abbiamo dentro. In “Otto e mezzo”, è l’espressione all’ennesima potenza del gallismo e della vigliaccheria sentimentale di Guido, messa in scena in modi molto meno enfatici e colossali in decine di film della Commedia all’Italiana e su cui tutti per generazioni abbiamo riso. E’ ancora lì. Ce l’abbiamo dentro.
Anche il fatto di lavare i panni sporchi in pubblico, come se fosse sufficiente questo ad assolverci, è una cosa profondamente cattolica che dimora dentro tutti noi, in primis lo stesso Fellini. “Otto è mezzo” è inesorabilmente cattolico e il film se lo dice da solo. Io sono inesorabilmente cattolico, anche se mi atteggio a satanasso e libero pensatore. “Ma non lo sai che la Saraghina è il diavolo?”, chiede il prete al giovane Guido in confessione, dopo che è stato sorpreso ad assistere a un balletto di una grassa prostituta barbona sulla spiaggia. “Eh già, il sesso, la prostituta emarginata, il divertimento, l’emozione, sono l’inferno.
Inoltre, per comprovare l’italianità assoluta di “Otto e mezzo”, io ci ho trovato citato a più riprese anche uno dei libri italiani più universali: “Pinocchio”. Il personaggio di Rossana, la sensitiva, che si fa trovare nel sogno dell’harem di Guido e si proclama “grillo parlante” è già un rimando preciso. La scena in cui il critico nasuto viene incappucciato e impiccato da due faccendieri, gatto e volpe, di cui il regista si avvale per i lavori più torbidi, necessari anch’essi alla realizzazione di un film è un’altra scena pinocchiesca.
“Otto e mezzo” è poi una preziosa lezione meta-cinematografica sulla fase di pre-produzione di una pellicola. Non ci troverete il direttore della fotografia, il montatore o l’autore delle colonne sonore; solo i galoppini, i tirapiedi, i leccaculo, gli scagnozzi e i tecnici che traccheggiano intorno al produttore e al regista, pronti a servirli, a implorarli, a lustrarli con gli occhi pieni d’odio. “Otto e mezzo” racconta la nascita (abortita) del film nel momento preparatorio in cui si cercano gli attori per le parti, si preparano le scenografie, si consultano gli esperti. Nel film di Fellini tutto è portato però all’eccesso: la costruzione dell’astronave, costosissima e futile; il dialogo privato con un cardinale che si conclude in un nulla; la mobilitazione di attori, convocati e scritturati da paesi lontani per poche pose; e le e comparse scartate su due piedi. Tutto va avanti in una bolgia rossiniana che sommerge il responsabile di questo grande caos: il regista stesso.

