Tra Donington e Metal Hammer – Il miracolo d’altri tempi di “Laughing on Judgement Day

Tra il 1992 e il 1993 sulle riviste italiane capitava spesso di leggere dei Thunder. Erano onnipresenti ai grandi festival europei e vendevano forte, soprattutto in Gran Bretagna e Giappone. Il loro album “Laughing on Judgement Day” si piazzò secondo nella classifica dei dischi più venduti in Inghilterra e come sappiamo, quel tempo non era così favorevole all’hard rock classico, quindi si tratta di un risultato di assoluto rilievo. Non ho mai stravisto per loro, così come non ho mai avuto molte speranze che la pur buona fattura dei lavori di Gotthard e Fair Warning potessero tenere alta la fiamma del rock duro di matrice britannica alla faccia delle nuove leve dell’alternative metal, del crossover e del grunge. Eppure bisogna riconoscere la qualità di un disco come questo. Probabilmente ci si sarebbe aspettati un livello tanto alto di singoli come “Low Life In High Places” o “Everybody Wants Her”, solo da David Coverdale e i suoi Whitesnake. Peccato che lui aveva tirato in remi in barca dopo il “mezzo insuccesso” di “Slip Of The Tongue”. Lo tiro in ballo in parte per il timbro simile di Danny Bowes, perché il resto della formula dei Thunder deve molto di più all’influenza dei Bad Company con Rodgers.

I Thunder comunque non potevano essere associati a tutte le hard rock band anni 80 che stavano cercando di sopravvivere nel nuovo decennio. C’era qualcosa in loro di molto più basico e aggrappato alle fonti originali, di più illustre e saggio. C’era l’orgoglio britannico rappresentato anche dall’attitudine ironica e burlona sul palco da parte di Bowes. Lo stesso sentore che avrebbe ricondotto in cima alle classifiche lo stesso prodotto dieci anni dopo, con i Darkness.

L’album è stato realizzato sotto la supervisione di Andy Taylor, l’anima hard rock dei Duran Duran in combutta con il chitarrista del gruppo, Luke Morley. La Emi li ha gestiti molto bene, tenendo conto che nonostante fossero un fenomeno confinato solo in alcune zone commerciali, i Thunder erano spesso sulle riviste metal italiane. Vero che Nuovo Metal Hammer in quel periodo era per l’ottanta per cento traduzione pedissequa del materiale corrispettivo del magazine inglese, ma non si trattava solo di questo. I Thunder suonarono a Donighton con gli Iron Maiden, erano senza dubbio un fenomeno con cui fare i conti.

Dopo questo picco però le cose calarono in modo piuttosto precipitoso anche per loro. Il 1992-93 ci fu un tentativo da una parte dell’industria discografica di dar voce a quei gruppi che volevano ribadire l’importanza del divertimento, della leggerezza e dei classici del rock, ma il pubblico evidentemente era stanco di quel messaggio sbarazzino e bighellone che già da diversi anni centinaia di band tutte uguali proponevano nei loro dischi tutti uguali in cui si cantava di spassarsela tutta la notte e dormire il giorno. Però i Thunder dimostrarono per un annetto che la battaglia non era ancora perduta e che il rock inglese manteneva quel senso di calore e di genuinità che la melassa americana non era riuscita a cariare, infatti i testi parlavano di temi sociali, politici ed esistenziali, come avveniva ai vecchi tempi.