Se ne vanno anche i Running Wild. In un tiepido venerdì d’agosto, nel più telefonato dei modi, dal palco del Wacken. Ci avevano già provato un paio di volte ad autocelebrarsi, la prima nel 2009, con tanto di tronfie dichiarazioni e in pompa magna. “The final Jolly Roger”, tuonava Rolf specchiandosi sulla bitta di un veliero dal porto di Amburgo. La registrazione di quel concerto che doveva essere pubblicata in DVD andò persa, si dice. La verità è che la performance fu scadente, una band messa su alla meno peggio, su un palco pomeridiano privo di scenografie. Insomma, una ciofeca, ed è solo uno dei tanti merdoni pestati dal buon Rolf nel corso degli anni. Tempo dopo ci ha ripensato, o forse ha preferito lavorare su un’uscita in grande stile. Nel frattempo sono stati pubblicati dischi che rasentano appena la sufficienza e che non hanno nulla della mistica che li ha resi famosi. Quando ascoltavi “Marooned’ o “Lead Or Gold” potevi sentire la salsedine sulla pelle da quanto erano evocativi. Oggi ti ritrovi a leggere le veline dallo studio e vedi sempre Rolf col mouse in mano alle prese con Qbase e altro. Specchio dei tempi.Queste le premesse. Avevo altro per la testa quando venerdì sera mi sono sintonizzato sullo streaming del Wacken 2026. Sul palco principale i quattro tedeschi si giocavano tutto, ma io mica ci pensavo, era solo un anonimo venerdì estivo da consumare birra in mano e costine in cottura, un must prima delle ferie.
E invece Rolf ha aperto i nostri cuori come uno scrigno tirando fuori quel tesoro di ricordi che ha partorito con la sua musica.
Intanto il palco, luci, animazioni, giochi pirotecnici e sfondi di prim’ordine, non sarà il galeone di inizio anni ’90, ma è forse la cosa che più ci si avvicina. Si vede da subito che la band è in palla, i tre comprimari che accompagnano il leader si calano benissimo nella parte, nessuna prima donna, solo musicisti solidi, precisi e affidabili. Il lontano ricordo di quelli che salirono sul palco nel 2009. Il bello è che si tratta delle stesse persone, credo. Ed è anche la formazione più stabile che abbia mai avuto, per ironia della sorte. Ne sono passati di musicisti alla sua corte, alcuni anche piuttosto eclettici a cavallo degli anni ’80. All’epoca non ci si fece caso, ma gli strumentali come “Final Gates” e “Final Rainbow” lasciavano intravedere il talento di quei musicisti che Rolf aveva deciso di tenere sotto coperta.
Anche Rolf è in palla, ha avuto un anno di tempo per preparare lo show e non poteva certo fallire, l’occasione era troppo ghiotta e non ce ne sarà un’altra. Parte “Little Big Horn” e la ascolto in religioso silenzio, con gli occhi lucidi. É il loro pezzo perfetto a gusto mio, e mi rendo conto finalmente di aver fatto pace coi Running Wild.
Dopo averli ignorati per un quarto di secolo, talvolta persino sbeffeggiati, il concerto è riuscito a rimettermi in connessione con i primi anni ’90, gli anni dei viaggi in treno per andare al negozio di dischi che importava il catalogo Noise, delle cassette duplicate, di ogni uscita che nel caso dei Running Wild, era sempre migliore della precedente, più potente, meglio prodotta, più esaltante.
I Running Wild erano la band degli outsider degli outsider. Quelli che non si ritrovavano neppure nel metal di quegli anni, oltre che nel mondo esterno. “Raise Your Fist”, Under Jolly Roger”, “Prisoners Of Our Time” sono inni identitari e libertari. Non una chiamata alle armi dai toni fascistoidi, qualcosa di più rassicurante e ribelle, vagamente di sinistra. Non sei solo, noi siamo qui, siamo uniti e combatteremo l’oppressione e le ingiustizie. Un messaggio che per un adolescente all’epoca era verbo e che anche oggi, in un’epoca in cui sembra prevalere la legge del più forte e del più ricco, mantiene una sua valenza.
Rolf non ha mai investito più di tanto nella propria carriera, per sue stesse parole: da sempre la band è inesistente sul mercato americano, mentre in America Latina pur avendo un seguito importante la mancanza di offerte economiche allettanti ha precluso qualsiasi attività live. Hanno preferito concentrarsi sull’Europa senza comunque avere mai quel riconoscimento definitivo.
Di lui si sa pochissimo, il personaggio da sempre parla poco di sé: si dice che abbia paura di volare, che sia un biker vecchia scuola, che viva da anni ad Hannover, che abbia una moglie. É uno che si fa gli affari suoi e ogni tanto torna ad Amburgo e dintorni per promuovere i Running Wild, così come lo vediamo nelle interviste. Placido, sereno, trasparente e in pace col mondo. Dà l’impressione di essere un uomo libero. L’associazione con la figura del pirata moderno è telefonata. Eppure la scelta dell’iconografia fu del tutto casuale, ispirata dalla visione di “Pirati” di Polanski.
Prima di Johnny Depp e degli Alestorm, prima che tutto diventasse macchiettistico, Rolf ha tracciato i contorni di queste figure controverse con tono romantico e grande perizia storica. I cori delle sue canzoni ricordano quelli delle punk band della Reeperbahn e della curva del St. Pauli, un’associazione di idee che non può essere casuale.
Ora che non ci saranno più i Running Wild su un palco, tutto sembra più chiaro col senno di poi. Continuerò a fare dischi, dice Rolf, fino a quando sarà in grado di tenere in mano una chitarra. Un uomo libero, fino in fondo.

