Sfogliando un HM del 1993 mi capita di leggere l’intervista agli Stage Dolls. Chi erano? Una band hard rock melodica proveniente dalla Norvegia che tentò di avere successo in America, come diverse altre. Non ci riuscirono e tornarono a casa abbastanza abbacchiati, però fecero un album, “Stripped”, che rispetto alle uscite A.O.R. di inizio anni ’90 aveva qualcosa di speciale. Sorprende che dopo più di un anno dalla pubblicazione (uscì nel 1991), il gruppo si sbattesse ancora in interviste per i magazine italiani, però l’album non era andato malissimo come molti altri del periodo. Aveva superato le trentamila copie vendute, quasi tutte in Europa, quindi valeva la pena insistere un altro po’, sperando magari di arrivare al disco d’oro.
“Stripped” ripresentava un trio di musicisti assai più maturo e compito rispetto agli eccessi in stile hair metal dei lavori precedenti. Il gruppo dichiarò di non essersi mai sentito in sintonia con quegli eccessi pacchiani e adesso desiderava mostrare al mondo una versione più scarna e sincera. Ascoltando l’album in effetti, pur non mancando i cori alla Def Leppard (“Stand By You”) e i quattro quarti inneggianti al rock da sera a mattina (“Rock This City”), emerge un generale senso di sobrietà, sia nella produzione pulita, essenziale e ancora oggi piuttosto fresca e avvolgente, che in particolare nei temi trattati. Inoltre la prestazione vocale di Torstein Flakne è davvero sopra la media, piena di sfaccettature e a tratti davvero intensa.
Gli Stage Dolls però si chiamavano ancora così, un nome in stile Motley Crue, con l’immagine delle “bamboline” di carne da sballottare sopra e sotto al palco, oltre al rimando all’ambivalenza sessuale di pupattole ben più note, provenienti da New York. Nonostante questo il gruppo aveva convissuto con questa evocazione queer o glam in modo piuttosto ingenuo e proponendo il disco più onesto che potesse realizzare, pensò di fregarsene dell’equivoco sulla confezione. Certo però che la parola “Stripped” (nudo) accanto a “Dolls” continuava a suscitare strane suggestioni sensuali.
Un momento, è un disco anche divertente. Ci sono brani da spogliarelliste in azione, “Left Foot Boogie” e “Let’s Get Crazy” e momenti cazzuti da suonare a tutto volume mentre si guida tornando dal lavoro di merda e non si vuol pensare a niente, però dovete passare attraverso l’indigesta “Life In America”, sguardo disincantato sul famigerato luogo dei sogni e delle grandi ambizioni che gli Stage Dolls a quel tempo e con questa grande canzone si mettevano definitivamente alle spalle; e poi i due picchi nella nebbia del distacco: il capolavoro plumbeo “Love Don’t Bother Me” (nel cui videoclip recitava una giovanissima Kate Moss, futura madrina grunge della modella tossica) e la ballata meno sdolcinata che sia mai stata scritta in ambito A.O.R., “Sorry (Is All I Can Say)”, sull’impossibilità di ricucire una storia a causa dell’orgoglio.
Dopo questo album gli Stage Dolls avrebbero navigato a vista per qualche anno, riguadagnando la rotta giusta all’inizio del nuovo millennio, con nuovi successi in Norvegia, dove non erano mai stati dimenticati. Il loro cammino di conquista del nuovo mondo però si era già concluso prima di incidere “Stripped”, che rappresenta ancora oggi una lettera di addio ai sogni adolescenziali che il gruppo aveva capito di non poter mai più realizzare e forse di non volerlo nemmeno.

