Il blues malato di Lucio Fulci – La resistenza mortifera di “Acts Of The Unspeakable

Oggi ho un po’ di problemi con la linea, speriamo sia solo una cosa momentanea. Intanto provo a buttar giù il mio pezzo su “Acts Of The Unspeakable” degli Autopsy. Mi soffermo su questo disco perché è il primo di un periodo in cui il gruppo stava cercando di creare qualcosa di originale e audace e si beccava delle belle stroncature, mentre ora che da anni non combina più nulla, a parte rifare il verso alla propria storia, sono tutti salamelecchi ed encomi da 1000 battute. All’inizio del 1993 HM li silurò prendendosela con la scelta di fare un disco auto-prodotto, con pochi soldi, realizzato in gran fretta, con dei suoni opachi, poco incisivi e soprattutto accorciando il minutaggio delle canzoni e aumentandola scaletta a un numero esagerato di brani, di cui la maggior parte poco interessanti. Sarebbe stato meglio, ha scritto il recensore che qui non cito, concentrare soldi e forze su un prodotto meno ricco di tracce e lavorato con più lena e un budget adeguato. In pratica si pretendeva dagli Autopsy, vale a dire una delle band più rappresentative dell’ondata death primordiale americana, un’evoluzione. Al tempo per evoluzione i recensori avevano in mente solo i Metallica, quindi il cambiamento avrebbe dovuto scandirsi in album sempre più curati e prodotti bene. Gli Autopsy dopo quello che per molti è il loro capolavoro definitivo, “Mental Funeral” optarono per un sound più rozzo, ma solo in apparenza. Ascoltando incipit come quello di “Meat” o gli assoli furenti di “Battery Acid Enema”, per dire un paio di titoli a caso, è evidente la cura che ci misero al tempo. Le sovraincisioni di chitarre non sono banali ma molto ricercate e gli assoli estremamente precisi e persino di un certo gusto, considerando in quale contesto metrico si muovevano Danny Coralles ed Eric Cutler: Kerry King e Jeff Hanneman giù per una scoscesa caduta di sterpaglie acuminate.

“Acts Of The Unspeakable” era una presa di posizione sentita contro l’andazzo sempre più complicato e sofisticato delle produzioni death metal. Chris Reifert voleva soltanto ribadire cosa era e doveva restare il suono mortifero che lui, Chuck Schuldiner e pochi altri avevano ideato. Questa forma di resistenza, di cui oggi gli Autopsy sono gli assoluti emblemi ed esempi per le novelle band death metal sprofondante nel marciume revisionistico, al tempo aveva un senso ed era non solo fonte d’ispirazione, come provano i brani di “Acts Of The Unspeakable”, che sono tutti quadretti certosini lungo uno sprofondo barkeriano di indicibili nefandezze, ma nel suo insieme avrebbe dovuto essere percepito, questo disco, non la prova di una carenza di idee, un passaggio discografico a vuoto nella gara a chi ce l’aveva più grande nel death, ma l’espressione coraggiosa e matura di chi sapeva bene di non poter competere con certi piani manageriali di conquista del mercato e soprattutto credeva ancora nel messaggio austero di partenza: il vaffanculo di gente che voleva fare una musica impresentabile, imbarazzante, inscusabile. I Cannibal Corpse stavano diventando i peluche del death metal; i Death e gli Atheist l’avevano compromesso con il progressive, ma gli Autopsy erano ancora i peggiori della classe, quelli da nascondere nella tana del bidello durante la visita ufficiale del ministro della cultura.

La copertina che la Peaceville poi sostituì con quella nera e con su solo il nome del gruppo, per tema di giocarsi le vetrine di un sacco di negozi in Germania e Inghilterra, era il manifesto schietto e inamovibile di un pugno di outsiders che concepivano la musica estrema non proprio come un gioco disgustoso e sterile a chi mette sul tavolo le più luride perversioni e schifezze necrofile; per Reifert era più come un’auto-terapia: apriva il suo vaso di Pandora interiore e lasciava che venissero fuori le più assurde visioni infernali. Doveva essere l’equivalente in musica di un cannibal movie italiano di inaudita ferocia o se volete, il blues più malato che la mente di Lucio Fulci, ormai prossima al collasso, potesse concepire. “Acts Of The Unspeakable” riesce in questo intento.