A me i dischi in cui la band heavy metal di turno suona con l’orchestra (di solito una brava, ma di paesi tipo Bulgaria, Estonia, Belgio, Paraguay, perché costa poco e comunque fa la sua porca figura), piacciono, pure quelli brutti. Figuriamoci poi quelli belli e riusciti, lì si gode al massimo. Ma prima o poi quasi tutte le band di fascia media si fanno tentare e zac! Ecchilo! Una parata di uomini e donne in frac e tubino nero, accalcati in una foto orizzontale dove fanno fatica a starci tutti, insieme agli irsuti capelloni accucciati, tipo squadra di calcio nelle foto dell’Almanacco. Provo un piacere insano, misticamente dionisiaco, nel vedere quella posa tamarra e spaccona che si mescola all’immagine pettinata degli orchestrali, che magari fino a due settimane prima manco sapevano cosa era una chitarra distorta. Immagino Tom Warrior che consegna CD e spartiti, ondeggiando sornione e appesantito, a decine di accademici diplomati al conservatorio, che quando sono in “borghese” vestono mocassini, ballerine, maglioncini marroni e camicette da collegiali. Immagino nella mia mente i dialoghi, cosa pensano e cosa poi dicono, quasi fossero nel bar di Guerre Stellari della musica. Come si presenta? Come spiega la sua visione della musica? Andrà a bere un caffè con Ester, Manola, Klara o Monika chiacchierando di Giger, di bunker e di Hellhammer ? Cosa ne capiranno loro, che domenica pomeriggio hanno ascoltato Mozart sorseggiando una tisana e sfogliato una rivista di decori per interni? Mi immagino Away dei Voivod che discorre di alieni e di Korgull the Exterminator a un baffuto suonatore di oboe di cinquant’anni, che gli dice di avere finito di pagare le rate della station wagon a Cracovia. Un mondo che esiste davvero, che vorrei poter osservare, poter essere in mezzo a loro, ascoltare un’umanità così varia e distante, che in fondo vive per la stessa cosa: fare musica.
La fusione metal + orchestra è delicata, difficile, il sottile confine tra il successo e la cagata è millimetrico, basta poco per rovinare tutto e trasformare l’idea di un nuovo “Concerto for Group and Orchestra” dei Deep Purple nel pubblicare un disco del Maestro Canello del capodanno di Fantozzi. E di dischi brutti, in questi trent’anni abbondanti di flirt fra metal e orchestra, ne sono usciti parecchi, ognuno con il suo carico di ambizione velleitaria, di sogni non corrispondenti alla realtà.
Gli Scorpions con “Moment of Glory”, inciso nel 2000 con la Filarmonica di Berlino nientemeno, un ensemble abituato a Brahms e Bruckner, che quella volta si ritrova a dover accompagnare “Rock You Like a Hurricane”, ribattezzata per l’occasione “Hurricane 2000”. Il solo pensiero mi manda in visibilio: un primo violino berlinese che ha passato la vita a studiare i concerti di Beethoven, che si guarda lo spartito e legge un titolo che parla di un uragano capace di scuoterti come una lattina di Coca Cola sgaasata. Il disco vendette pochissimo, in America si fermò poco sopra le ventimila copie, e la critica non fu tenera, fra chi lamentò un missaggio fangoso e chi un repertorio scelto male, perché mettere l’orchestra dietro un pezzo da stadio pensato per la potenza diretta del riff ha poco senso quando in scaletta ci sono già ballad nate apposta per accogliere gli archi.
Klaus Meine canta divinamente, come sempre, ma quello che senti scorrendo il disco è un’orchestra che aspetta pazientemente il proprio turno per suonare quattro accordi mentre la chitarra fa il suo mestiere, salvo poi in certi passaggi ribaltare tutto e affogare la canzone in un birignao sinfonico fuori contesto, come se al bar sotto casa qualcuno avesse improvvisamente allestito un palco per un’aria di Puccini nel bel mezzo dell’aperitivo della Terza C.
Un caso feroce è quello dei Dimmu Borgir con “Death Cult Armageddon”, inciso nel 2003 con la Filarmonica di Praga. Qui la faccenda si complica, perché non stiamo parlando di semplice heavy, ma di black metal, un genere che si porta dietro tutto un discorso identitario fatto di purezza, di necro qualcosa, di rifiuto viscerale per tutto ciò che sa di studio patinato e di budget costoso. Mettere decine di elementi di un’orchestra filarmonica boema dietro Shagrath che urla in un microfono diventa così immediatamente un caso politico prima ancora che musicale: i puristi della scena, quelli per cui il black metal deve puzzare di chiesa bruciata e corvi putrefatti, non di sala da concerto, insorsero in massa, accusando la band di essersi comprata con il denaro della Nuclear Blast un’aura di serietà che il songwriting da solo non bastava più a garantire, di aver fatto fare all’orchestra il lavoro sporco che prima toccava ai riff. E in effetti, se ascolti bene certi passaggi del disco, l’impressione è proprio quella: la chitarra si defila timida e smarrita, mentre gli archi prendono il sopravvento e trasformano quello che dovrebbe essere un rituale satanico in una colonna sonora di Tom e Jerry.
C’è un dettaglio che trovo delizioso e che quasi nessuno nota: guardate i crediti di questi dischi. Il cantante ha nome, cognome, foto, biografia sul booklet, a volte pure il segno zodiacale. L’orchestra invece resta quasi sempre un blocco anonimo, tipo “The Prague Philharmonic Orchestra”, settanta persone ridotte a un logo collettivo, la lista dei nomi come fossero un unico strumento enorme preso a noleggio insieme al service. Nessuno si chiede mai come si chiami il secondo violoncello che ha passato tre giorni a incidere ottantasette take della stessa nota per accompagnare un tizio truccato che parla di demoni. È la prova di chi comandi davvero in questa storia, ed è sempre lo stesso: chi ha il logo sulla copertina, non chi ha il diploma in tasca.
Perché succede sempre così, o quasi? Perché questi due mondi, anche quando si guardano con simpatia reciproca, restano due economie del suono profondamente incompatibili. Il metal fin dalla sua preistoria si costruisce sulla ripetizione: il riff che torna identico a se stesso, la sequenza “obbligata” strofa, ritornello strofa, lla distorsione predominante che annulla spesso le ricchezze armoniche. L’orchestra nasce invece da un’idea completamente diversa, quella dello sviluppo tematico, della variazione, di un materiale che si trasforma attraverso i movimenti; a chi suona un archetto da trecento anni hanno insegnato che ripetere due volte la stessa frase senza cambiarla è pigrizia e mancanza di talento. Quando questi due organismi si incontrano uno dei due deve cedere: o l’orchestra si arrende e si limita a raddoppiare quello che la chitarra già fa, ed è il caso più frequente, quello in cui gli archi diventano un tappeto decorativo che non aggiunge nulla se non un “indietro tutta” da far pagare ai musicisti, oppure il metal si ammorbidisce per lasciare spazio alla logica sinfonica, perde quota, si calma, e per qualche minuto smette proprio di essere se stesso. C’è poi un problema più fisico, di semplice ingegneria del suono, che nessuno mette mai abbastanza in risalto: la chitarra distorta e la sezione d’archi occupano più o meno le stesse frequenze medie, e quando le fai suonare insieme una delle due deve perdere terreno. O comprimi l’orchestra fino a renderla un rumore di fondo indistinto sotto la parete di chitarre, e allora tanto valeva usare un sample di tastiera risparmiando l’aereo e il cachet a settanta orchestrali con partita iva, oppure alzi gli archi e abbassi la chitarra, e in quel caso hai appena castrato l’aggressività che è la ragione stessa per cui qualcuno ascolta il metal. Non è quasi mai una questione di cattivo gusto: è un’incompatibilità meccanica, prima ancora che estetica, tra due modi opposti di produrre energia sonora.
C’è poi un cortocircuito di potere che mi fa ridere ogni volta che ci penso. Il frontman metal passa la vita a costruirsi come un dio in terra, urla, comanda il pubblico, decide lui quando si parte e quando si ferma tutto con un cenno della testa. Poi arriva il giorno del disco con l’orchestra e per ore deve stare fermo a guardare un signore con la bacchetta che con un solo movimento del polso può azzerare novanta persone in un colpo solo, lui compreso. Il vero padrone del palco, quel giorno, non ha né chitarra né microfono, ha solo un bastoncino di legno e trent’anni di conservatorio alle spalle, e il metallaro più duro del pianeta deve imparare a contare le battute come al corso di salsa e merengue..
E infine c’è la faccenda più delicata, quella che secondo me spiega la maggior parte dei fallimenti: l’ansia di legittimazione. Il metal nasce da un pubblico operaio, da periferie industriali, da ragazzi che si sentivano fuori posto persino nei loro stessi licei, e si porta ancora addosso, cinquant’anni dopo, un complesso di inferiorità culturale verso la musica seria, quella con il frac, le prime a teatro, i catering pettinati con le autorità, quella che i giornali chiamano arte senza bisogno di altre spiegazioni. Chiamare un’orchestra, quasi mai, è un bisogno compositivo: è piuttosto un gesto di rivalsa, un modo per dire “vedete, anche noi sappiamo fare cose serie”, ed è proprio in quel bisogno di essere presi sul serio che si annida il rischio più grande, perché l’ansia, in musica come altrove, produce quasi sempre eccesso e superata una certa soglia, produce il ridicolo. E c’è pure un conto economico da fare, se vogliamo essere fino in fondo cinici: il turnista dell’orchestra incassa la tariffa sindacale della sua giornata di lavoro e torna a casa, mentre il nome della band resta sulla copertina, sui manifesti, sui diritti d’autore per i prossimi trent’anni. Al metallaro importa la band, l’orchestra è intercambiabile, una componente folkloristica quasi, mentre il pubblico colto della musica classica ignora quasi totalmente queste operazioni.
Poi però, lo confesso, a me piace lo stesso, anche quando è tutta un’operazione di marketing nostalgico o di ego smisurato di qualche bassista in mutande di pelo con il pallino di Wagner. Mi piace immaginare la seduta di registrazione alla Filarmonica di Praga, con il primo violino che si chiede chi sia quel tizio dipinto di bianco e nero con le borchie sulle chiappe che accorda la chitarra, il tenore di Berlino che si porta a casa lo spartito di “Big City Nights” e prova a spiegarlo a sua moglie durante la cena a ostriche e champagne. Il giorno dopo la seduta, quando l’orchestrale torna alla sua vita fatta di Brahms e di abbonamento stagionale vip e il metallaro torna alla sua vita fatta di van puzzolenti e cene scadenti, si rendono conto che per una sera, forse solo per una sera, si sono guardati negli occhi e hanno capito, magari anche per sbaglio, che stavano cercando la stessa cosa, cioè far muovere qualcosa dentro a chi ascolta. Il fatto che il risultato sia spesso più vicino al cinepanettone che al capolavoro non toglie nulla alla bellezza del tentativo. Anzi, forse è proprio in quello scarto tra l’ambizione e la riuscita che questo strano genere ibrido trova la sua parte più umana, e quindi anche la sua parte più metal di tutte. Quella che piace a me.

