Sinner – I cancelli sul mare della Noise

Allora, oggi parliamo dei Sinner, vale a dire la band di Mat Sinner, produttore, bassista e co-fondatore dei Primal Fear, tra le tante cose. Confesso di aver ignorato questo gruppo per molti anni. Un giorno mi ero pure convinto ad affrontare la discografia e buttar giù un articolone per Classix Metal, ma mi scoraggiai dopo una scorsa ai titoli. Diciotto album in studio fino al 2017. Tutta quella roba e non accorgermi di loro? Sì, li avevo sentiti nominare, ma non mi ero mai imbattuto in una canzone che fosse una. E a quanto ne so, il più grande successo mai ottenuto dalla band fu un disco del 1998, “The Nature Of Evil”. Si piazzò alla sessantatreesima posizione della classifica ufficiale tedesca. Per quel che riguarda invece l’era classica dei Sinner, vale a dire gli anni tra il 1982 e il 1987, per varie ragioni, non sembra esservi mai stato nulla di così grandioso da lasciare un segno indelebile nella storia del genere e sul mercato internazionale.

Le ragioni sono tante. Su tutte il contratto con la Noise, che non solo aveva il potere assoluto sui master dei dischi registrati con loro, ma offriva alle band percentuali di guadagno ridicole. I Sinner erano entusiasti di suonare a livello professionale e incisero sei lavori in sei anni, cedendo via via alle pressioni dell’etichetta per trasformare il loro sound, inizialmente molto più ruvido, in qualcosa che rasentasse le sofisticate trame dei Foreigner. La cosa li provò al punto che per un po’ si sciolsero.

L’album con cui ho deciso di iniziare ad assaggiarne la levatura, è “Touch Of Sin”, che mi si dice sia stato una bella svolta per il gruppo ai tempi. Non so di preciso per cosa, dal momento che è un classico disco metal alla tedesca e le cifre di vendita a quanto sembra restarono molto underground anche dopo l’uscita e via via negli anni successivi. Sulla questione però tornerò a breve.

Leggendo la vecchia recensione sul primo numero di HM, chi scriveva dell’album si lamentò un po’ della fattura troppo “pulita” nei suoni e un’eccessiva precisione nelle esecuzioni. Mi risulta che questo sia il primo e unico album dei Sinner con Herman Frank, ex chitarrista degli Accept fino a poco tempo prima e di seguito fondatore dei Victory, altro nome che mi riprometto di approfondire in futuro.

In effetti se c’è qualcosa che mi abbia davvero colpito dei pezzi di “Touch Of Sin” sono i fraseggi di tapping, specie uno in particolare al minuto 1 e 40 di “Open Arms”, ma per il resto siamo sul versante pane e salsiccia del class metal di metà anni 80, vale a dire Dokken, ma anche Scorpions e Accept. Nelle melodie c’è sempre questa maestosità europea che negli Stati Uniti non sapevano proprio dove fosse di casa, mentre Sinner col suo vocione trasforma ogni inno rock (‘till you drop) in qualcosa di epico da gonfiare i petti come vele.

Sembra che Mat Sinner si sia ritrovato a mangiare i gomiti suoi e di chi aveva a portata di mano quando provò a scendere a patti col proprio passato giovanile con la Noise. L’etichetta era fallita da tempo e tutto il catalogo ormai faceva parte dei grandi magazzini della BMG. La cosa paradossale è che questo colosso discografico, potendo permetterselo alla grande, non aveva alcuna intenzione di ristampare i lavori storici della band.

Quando Mat cercò di farsi ridare i master per restituire una seconda vita alle vecchie canzoni, dovette desistere per via di una situazione legale insormontabile. Ci ha pensato in effetti la BMG a pubblicare un cofanetto dal titolo “Born To Rock: The Noise Years 1984-1987” ma lui non ci ha ricavato nulla. Per riprendersi ciò che era proprio ha finito con l’incidere una nuova versione di quelle vecchie canzoni e pubblicarla con la AFM Records. Si intitola “Touch Of Sin 2”, che però non ho avuto voglia di ascoltare. Detesto gli album risuonati.