Ma guarda un po’, le band italiane per pubblicare dischi e godere di fiducia dalle etichette, devono rivolgersi all’estero. Questo si disse quando uscì, non direttamente sul mercato italiano, l’EP dei Royal Air Force, band heavy melodica in cui suonava la batteria quello che poi sarebbe stato il boss di Rock TV, fondatore del progetto Rezophonics e membro dei Movida, tra le tante altre cose che fece (batterista per Grignani nel disco “La fabbrica di plastica”). I R.A.F. inizialmente dovevano chiamarsi solo Air Force. Fu l’etichetta francese Killer Axe Records, a suggerirgli di pensare in grande e aggiungere “Royal”. Si esibivano con una divisa da paracadutisti rielaborata in chiave metallica e avevano davvero un grande potenziale. Il brano “Storytellers” ancora grida di rabbia.
Purtroppo quando vuoi realizzare un sogno, devi essere pronto in qualsiasi momento a farlo davvero, se l’occasione ti viene offerta su due piedi. Non so bene cosa immaginassero i R.A.F. Magari avevano idea di scalare le classifiche italiane e quando si esibirono al Monsters Of Rock del 1988 accanto agli Iron Maiden si sentirono vicinissimi all’olimpo delle loro più sfrenate fantasie, ma il giorno in cui il capoccia della Axe Killer li convocò in sede per parlare con i ragazzi a quattrocchi, visto l’incoraggiante responso di vendite dell’EP, di sicuro non erano pronti alla sua proposta e probabilmente nemmeno lui immaginava di raccogliere un no.
Thierry Wolf era a capo di una casa discografica in affari con gli americani. Distribuiva esclusivamente sul territorio europeo fior di nomi del thrash come i Dark Angel e aveva i mezzi e i contatti giusti per tentare un lancio di quei giovani e fighissimi metallari italiani negli Stati Uniti. Si sarebbero trasferiti sul posto e aiutati dalla Axe Killer, avrebbero tentato di farsi strada direttamente lì.
Allora, cosa ne pensavano?
“Ehm…”
Dopo aver detto no, i R.A.F. assistettero al più repentino cambio d’umore della loro esistenza. Wolf la prese così male che non solo li cacciò via su due piedi dall’ufficio, ma rescisse il contratto mentre erano ancora visibili dalla finestra. Il gruppo tornò in Italia con quella gigantesca pedata nel culo e senza più niente in mano.
Per un po’, diciamo tre anni buoni, si ritrovarono nel vuoto, spaesati e privi di prospettive. Non avere più una label prestigiosa come la Axe Killer Records pronta a scommettere su di loro, a supportarli e finanziarli addirittura in America e questo drastico cambio di prospettive fu un trauma dal quale i ragazzi si ripresero dopo molto tempo, quando entrò in gioco la Metalmaster di Lombardoni, succursale della Discomagic, etichetta numero uno in campo italo-disco. Costui aveva ambizioni fuori dal comune: voleva scommettere sul metal nostrano e farlo con i soldi veri. Mise sotto contratto le migliori band dello stivale, tra cui ovviamente i R.A.F.
La storia di questo gruppo riserverà altre sorprese e storie molto interessantissime, ma in questo caso vorrei soffermarmi solo sull’EP. Riascoltandolo ora ammetto che i Royal Air Force a metà anni 80 fossero oro rispetto alla gran parte di gruppastri e banducole heavy italiane in giro per il paese. Mario Signorini era un vocalist d’alta levatura. Già con uno così lì davanti, avevano senza dubbio delle “chance”, come avrà detto a suo tempo quello stronzone di Wolf, ma è palese quanto non fossero ancora pronti per un salto così vertiginoso sul mercato americano. Basandomi sugli sviluppi estremi della vicenda Astaroth, sempre nello stesso periodo, mi è chiaro quanto fosse complesso e impermeabile a un gruppo di giovani connazionali, pur molto bravi e ispirati, farsi strada nel Sunset Strip. Ecco perché credo che fecero bene a dire no alla Axe Killer, che tra l’altro poi non offrì la medesima opportunità a nessun altro gruppo del proprio catalogo.

