Mi trovato a portata questo “Sweet Dreams”, VHS cartonato della collana La Repubblica – Cinema. Dando una scorsa sbadata alla confezione ho creduto di leggere che si trattasse della storia di Patty Hearst, la figlia del milionario rapita dall’esercito di liberazione simbionese. La storia la conoscerete, c’è questo gruppo di guerriglieri armati che prendono in ostaggio una ricca bambolina la quale, in seguito al fenomeno psichiatrico diagnosticato come “Sindrome di Stoccolma”, finì per unirsi al piccolo cenacolo di terroristi, compiendo crimini assieme a loro.
Scorgendo il cast, Jessica Lange nella parte di Patty, Ed Harris in quella che immaginavo fosse la parte del leader del gruppo di rapinatori, che nella realtà si chiamerebbe Willie Wolfe, io mi ero già fatto tutto il film nella testa. Harris non era proprio spiccicato all’originale ma date un qualsiasi ruolo a un grande attore e vi farà vedere lui di cosa è capace. Poi ho letto meglio il sottotitolo sulla VHS e ho capito di sbagliarmi. Non era Patty Hearst ma Patsy Cline.
Chi era questa Cline? Una cantante americana che ebbe molto successo tra gli anni ’50 e ’60. Il film si concentra sulla sua ascesa in parallelo alla travagliata storia d’amore col secondo marito, Charlie Dick.
Mi è dispiaciuto di non poter mai vedere Ed Harris e Jessica Lange alle prese con la storia di Patty Hearst e onestamente non ho mai nutrito grande interesse per un soggetto come quello di Patsy Cline. Credo di averla sentita nominare qualche volta ma non la associo a nessuna canzone. Ascoltando i suoi più celebri successi riportati nel film ho capito che lei è quel tipo di ugola dorata molto mainstream nell’America innocente delle torte di mele, una brava ragazzona con il cappello da cowboy, gli stivali di vacchetta ai piedi e un bel fazzolettone rosso intorno al collo, che se la cava alla grande in qualsiasi cosa la metti: country, il western, il blues e tutto ciò che nelle radio di quegli anni faceva tanto Buongiorno America!
Insomma, avete presente la scena in cui lui e lei, in un paesello rurale degli Stati Uniti se ne stanno in silenzio e si guardano negli occhi in una tavola calda mezzo vuota e la sola cosa che si sente è una canzone sdolcinata alla radio? Beh, probabilmente quello è un successo di Patsy Cline.
Stranamente la produzione è inglese e il regista chiamato a dirigere lo è altrettanto. Karel Reisz, non uno stronzo qualsiasi. Lui viene dal “Free Cinema”, la nouvelle vogue britannica, per capirci. Ha diretto “Sweet Dreams” però come un qualsiasi bravo mestierante, cercando di non favoleggiare troppo i dolori e le gioie della Cline, impedendo che i contrasti e i dissapori scivolassero nel melodramma. La cantante in verità ha condotto, almeno stando a cosa racconta il film, una vita piuttosto tranquilla. Era brava, fece la gavetta, si ritrovò a cantare e incidere canzoni d’amore di folk urbano ed era in perenne conflitto con il ruolo da principessa delle balere rustiche in cui il mercato voleva relegarla.
Il suo secondo marito, interpretato da Harris, è un tipo rissoso e violento, donnaiolo ed egoista e non deve essere stato facile per la Cline conviverci tutti quegli anni. Dal film però non si raggiungono mai livelli di assoluto squallore sentimentale. I due erano entrambi reattivo-oppositivi e si mandavano a cagare spesso. Alzavano le mano tra loro e bevendoci pure, capitava che le cose degenerassero. Lui nel film piscia un paio di volte fuori dal vaso e sembra essere più il classico tipo ideale per divertirsi ma non metterci assolutamente su una famiglia. Il profilo psicologico dell’Istrionico.
L’errore di Patsy è stato quello di fare dei figli con lui, una specie di diavolo del sabato sera, così bravo a parole e a scopare, ma poco portato per il sacrificio domestico e la routine famigliare.
Il film ovviamente, come tutti i biopic, si conclude con una morte. Quella della Cline fu particolarmente violenta, ma non nel modo in cui viene rappresentata dal film da Reisz.
La scena del volo, con l’elica che si ferma e il manager Randy Hughes, pilota del velivolo, che prima tenta una picchiata per farlo ripartire e poi, dopo un momento di illusione, causa nebbia, porta il piccolo aereo da turismo dritto in picchiata addosso a una montagna, ecco, quella scena non è vera. Realistica ma falsa.
La realtà fu più brutale. L’aereo andò dritto come un fuso su un terreno paludoso e lo schianto fu così terribile da uccidere tutto il piccolo equipaggio immediatamente. Nel film non si dice che chi pilotò il velivolo non era competente per farlo nelle condizioni meteorologiche pessime del momento. C’era però un concerto in programma e un nuovo palco da raggiungere al più presto, quindi, Hughes decise lo stesso di viaggiare e di guidare lui.
La Cline morì nel pieno della propria carriera e da quel momento è diventata uno dei tanti martiri del pop. Ed Harris/Charlie Dick, dopo essere stato molto stronzo con la poverina, ha consacrato a lei il resto della propria vita, partecipando a una marea di attività in sua memoria.
Nonostante sia divenuto a tutti gli effetti il custode onorario della vita della Cline, il film non poteva raccontare che in seguito Dick avrebbe sposato un’altra giovane cantante country, Jamey Ryan e che la loro relazione avrebbe replicato in modo piuttosto fedele la medesima parabola distruttiva che lui aveva avuto con Patsy. Se però con le donne vive Dick ha seguitato a comportarsi da “signor coglione”, per sua moglie defunta lui ha raggiunto livelli di venerazione spirituale assoluti.
Devo dirvelo però, questo “Sweet Dreams” non è un granché. Ebbe un discreto successo all’uscita ma oggi è un titolo dimenticato e dimenticabile. Evidentemente nei primi anni 90, quando La Repubblica lo fece uscire in allegato al giornale, sembrò a tutti loro una buona idea proporlo al pubblico. Dopotutto era arrivato nei cinema solo nel 1985 ed era un “film per tutti”.
Che noia i “film per tutti”, sapete? C’è di buono che quello sulla Hearst, che ovviamente esiste davvero ed è diretto dal grande Paul Schrader, non lo è per un cazzo un “film per tutti”. Niente Lange, ok, ma c’è una giovanissima Natasha Richardson. Prima o poi lo vedrò e ne scriverò.

