Le storie delle grandi band sono segnate da crisi, flessioni, scioglimenti, ritorni. Nel caso dei Rush tutto sembra essere andato sempre liscio, album dopo album senza sbagliare un colpo, seguitando a sorprendere il mondo, almeno quello capace di percepire il loro genio. Oggi è palese che siano intoccabili. Dal primo all’ultimo passo del lungo cammino intrapreso nei decenni hanno nessuno può metterli davvero in discussione, ma se andiamo a vedere più il dettaglio e torniamo indietro al tempo in cui certi lavori sono usciti, ci accorgiamo che non era sempre così semplice per loro.
Per esempio prendiamo il periodo in cui uscì “Power Windows”, che ormai è un titolo celebrato come tanti altri nella loro fase di evoluzione tra le tecnologie degli anni 80. Nel 1985 i Rush venivano da un album molto complicato e plumbeo. Erano nel pieno di una crisi d’identità iniziata con Signals (1982) ed esplicitata durante le sessioni di “Grace Under Pressure” (1984), registrato sotto la grandissima pressione dovuta al “traumatico divorzio” dallo storico produttore Terry Brown.
C’era qualcosa che li rendeva inquieti. Avevano bisogno di inserire senza traumi nel proprio stile i nuovi suoni in circolazione. Quel decennio aveva contaminato qualsiasi band. Non potete ascoltare un album del 1986 e non sentire che è di quel periodo esatto. Tutti si sono lasciati plagiare dall’elettronica, i synth e i campionamenti orchestrali.
I Rush, essendo da sempre molto lucidi e intelligenti, non volevano snaturarsi, si persuasero però di dover accogliere ciò che c’era là fuori e non opporre resistenza. Gli serviva solo il produttore giusto per farlo. Si rivolsero all’inglese barbuto (ma senza peli sulla lingua) Peter Collins, uno che non aveva sentito niente di loro e che dall’alto della propria esperienza nel pop inglese era ben deciso a non lasciarsi impressionare da quei ruderi del prog.
Come saprete, li aiutò a trovare una nuova via e tutti vissero felici e contenti eccetera eccetera.
Ma non fu semplice. I Rush sentivano il rischio di affogare in tutta quella nuova tecnologia. Lui gli impose di concentrarsi su poche idee chiare, creare melodie eccellenti e usare inserimenti orchestrali veri.
Quando l’album uscì, una parte del pubblico, specie quello più rockettaro e vicino all’heavy metal, storse il naso perché anche i Rush avevano ceduto alle tastiere e i sintetizzatori a costo di “sacrificare il genio chitarristico di Alex Lifeson”.
La cosa in parte era vera.
Successe infatti che durante le sessioni di registrazione, la chitarra rimase l’ultimo strumento da incidere e quando arrivò quel momento, Alex e gli altri si accorsero che non c’era più molto spazio per lui.
O meglio c’era ma avrebbe dovuto ricavarselo in modo diverso dal solito. Niente riffoni distorti ma suoni più leggeri, puliti, usando chorus e delay fino a “galleggiare” su tutto quel mare di frequenze intasate dai synth di Geddy Lee.
Per il chitarrista fu una sfida difficile ma si scoprì pronto ad affrontarla e secondo me, la vinse. La chitarra appare oggi molto presente e creativa come al solito, ma non è più l’ossatura portante dei pezzi.
So che non tutti impazziscono per “Power Windows” anche ora che la band è un santino nelle mani di un oceano di fondamentalisti. Per me è un tentativo importante di rielaborare se stessi e adattarsi a un contesto musicale differente e che forse ai Rush non piaceva neanche così tanto. I fan che allora li tacciarono di commercializzarsi e tradire se stessi, seguitando la manfrina anche al cospetto del successivo “Hold Your Fire” (1987) erano molto provati dalla potenza mangiatutto delle produzioni tecnologiche di quegli anni e la tendenza semplificatrice e canterina dei grandi autori da hits come Desmond Child e e Diana Warren.
La band però non si era impigrita e consegnata alle mode, stava cercando solo di non perdersi.
Certo, le vendite andarono molto bene. “Power Windows” arrivò al milione di copie solo negli Stati Uniti e “The Big Money” conquistò a forza il pubblico, grazie anche al lussureggiante video in rotazione su MTV, ma non aveva senso accusare il gruppo di essersi ammorbidito. Brani come “Manhattan Project”, la gigantesca “Mystic Rhythms e persino “Emotion Detector” che per Geddy Lee è ancora oggi un momento non riuscito della loro discografia, sono mosaici sonori deliziosi e intriganti, ben oltre la portata del pubblico dei Kajagoogoo e di Den Harrow.

