Sopra il Re del Pop, Sotto i nerd della sei corde – I tre livelli di Jennifer Batten.

Siamo a Los Angeles nel 1986. In una stanza qualunque, in un quartiere qualunque, con una videocamera fissata su un treppiede e nessun pubblico a giudicare se non l’obiettivo stesso, una chitarrista appena trentenne, motivata, preparata e con tanta voglia di sgasare su quel manico di legno produce una cascata di note con sicurezza estrema. Suona rock, poi jazz, poi funky, e infine si misura con l’assolo di “Beat It”, quello che Eddie Van Halen aveva registrato in studio per Michael Jackson. Quel nastro, spedito insieme a centinaia di altri demo, farà di Jennifer Batten la chitarrista del cantante più seguito del pianeta. Sei anni più tardi, nel febbraio del 1992, mentre il Dangerous World Tour la porta a suonare davanti in stadi colmi, esce il suo primo lavoro solista: “Above, Below and Beyond”. Per comprenderlo davvero occorre ripercorrere l’intera traiettoria che lo ha reso possibile, dall’infanzia newyorchese fino al palcoscenico condiviso con il re del pop.

Jennifer Batten nasce a New York il 29 novembre 1957. Cresce respirando il jazz dei dischi paterni, ascoltati da lui ogni sera dopo il rientro dal lavoro, mentre la televisione le regala nel 1964 la scossa decisiva: l’esibizione dei Beatles che cambia per sempre l’idea, sia in lei che in milioni di adolescenti americani, su cosa sia la musica popolare. Quando la sorella maggiore porta a casa una chitarra, la piccola Jennifer capisce quale sarà la sua vocazione per la vita. A otto anni il padre le regala il primo strumento elettrico e le insegna a suonare “Forest Flower”, brano del sassofonista jazz Charles Lloyd. Folgorazione e soprattutto amore per la musica in senso più ampio.

Nel 1979 si diploma al GIT di Hollywood e comincia a lavorare accanto a musicisti come Michael Sembello (quello della hit “Maniac”), Joe Diorio e Steve Trovato. È proprio in quegli anni di apprendistato che stringe amicizia con un compagno di corso, Steve Lynch, futuro chitarrista degli Autograph. Lynch aveva appena assistito a un seminario tenuto da Emmet Chapman, l’inventore del Chapman Stick, e ne era uscito folgorato dalla tecnica del tapping a due mani. Batten assorbe quella lezione di seconda mano, la studia sui manuali dello stesso Lynch e la trasforma in cifra stilistica personale, portandola verso territori che nemmeno Van Halen aveva esplorato fino in fondo.

Il 1986 segna la svolta narrata in apertura. Steve Trovato, insegnante al GIT e amico di lunga data, avvisa Batten che Michael Jackson sta selezionando i musicisti per il Bad World Tour. Lei si presenta al provino da sola davanti a una videocamera e viene scelta fra centinaia di candidati. Quando lo staff di produzione le domanda se possono intervenire sul suo aspetto, risponde con una frase che diventerà proverbiale: «fate ciò che volete».

Da quella disponibilità nasce il personaggio che il pubblico mondiale imparerà a riconoscere, un’immagine androgina coronata da una criniera di capelli biondo platino, vestita di pelle nera, capace di reggere il confronto visivo con lo stesso Jackson pur restando emblematica.

Anni dopo, ripensando a quel periodo, Batten racconterà con onestà anche il risvolto meno luminoso del successo improvviso: la gelosia che Hollywood coltiva verso chi supera gli altri in una sola notte, definendola poco piacevole da osservare da vicino. Il legame con Jackson attraverserà tre tournée mondiali nell’arco di un decennio, rendendola famosa, ben pagata e realizzata.

Nel dicembre del 2023, ospite di uno spettacolo tributo al Teatro Verdi di Gorizia, dichiarerà che «suonare con Michael Jackson per dieci anni è stato un dono, lui ci viziava», aggiungendo che quel legame continua in qualche modo a farsi sentire ancora oggi: parole che restituiscono la misura affettiva di un rapporto professionale capace di attraversare i decenni senza logorarsi. La stessa Jennifer affermava che Michael valorizzava i suoi musicisti, dando loro risalto durante gli show. Non mercenari ma comprimari.

Torniamo però a parlare del disco.

“Above, Below and Beyond” nasce da un processo lungo e discontinuo. Alla produzione siede Michael Sembello, una scelta che porta nel lavoro un senso della melodia pop capace di bilanciare la componente più marcatamente tecnica del progetto. Le sedute si svolgono fra diversi studi di Los Angeles e dintorni, coinvolgendo un cast ampio di collaboratori: Greg Phillinganes al pianoforte e al basso, i batteristi Steve Klong e Shokti, i bassisti Andre Berry e Robo Jaco, la cantante Kali of Medusa dei The Immigrants su un singolo pezzo, oltre a voci recitanti, cori e persino un ensemble battezzato con ironia Sylmarian Philharmonic.

Il missaggio finale è affidato a Bernie Grundman, fra i tecnici più stimati dell’industria discografica americana. Lei stessa, ripensando a quegli anni in un’intervista, descriverà l’esordio come un disco un po’ da nerd della sei corde, ammettendo di essere stata allora piuttosto disorientata quanto a direzione stilistica.

Il risultato è un’opera che rifiuta ogni compattezza per abbracciare simultaneamente rock, metal, jazz, rhythm and blues e suggestioni tribali, quattordici tracce una diversa dall’altra, ma tutte dannatamente coerenti e riconoscibili nello stile “batteniano”.

L’apertura è affidata al “Volo del calabrone” di Rimskij-Korsakov, trascritto per sei corde con una velocità che funziona da biglietto da visita tecnico e insieme da dichiarazione d’intenti: chi ascolta comprende fin dal primo minuto di trovarsi davanti a una strumentista fuori dal comune. Seguono composizioni originali dai titoli guizzanti e spesso venati di autoironia: “Ya Ain’t Nothin’ Like a Fast Car”, “Cat Fight”, “Headbanger’s Hairspray”, “Whammy Damage”, che giocano con l’immaginario un po’ patinato dell’hard rock di fine Ottanta, pur non prendendolo mai del tutto sul serio.

Al centro del lavoro si collocano due cover cariche di significato: “Wanna Be Startin’ Somethin'”, che Batten sottrae alla voce del proprio datore di lavoro per restituirla come puro tessuto strumentale, e “Respect” di Aretha Franklin, spogliata delle parole e affidata interamente al fraseggio della chitarra. Non manca un omaggio al jazz più ostico, “Giant Steps” di John Coltrane, proposto in due versioni consecutive, una più fedele all’originale e una riletta in chiave rock, quasi a dimostrare che la medesima architettura armonica può reggere pesi e velocità differenti conservando l’equilibrio.

Chiudono la scaletta “Voo Doo”, “Cruzin the Nile” e “Tar-zen’s Day Off”, che dispiegano un’iconografia esotica ancora acerba, e infine “Mental Graffiti”, congedo più interiore rispetto al resto del programma e proprio per questo perfettamente piazzata alla fine dell’album.

All’epoca la critica specializzata accoglie il lavoro con favore, tanto da consacrarlo presto come uno dei riferimenti della chitarra strumentale dei primi anni Novanta. In effetti di guitar hero donne prima di lei ve ne erano poche, e l’esplosione del genere, tutto al maschile, vedeva in Jennifer una sorta di “magnifica anomalia”: brava, bella e spendibile commercialmente.

Resta da affrontare la domanda più interessante, quella che riguarda il senso complessivo di un disco tanto eterogeneo da apparire, a prima vista, privo di un filo conduttore. Eppure il titolo stesso, “Above, Below and Beyond”, sopra, sotto e oltre, offre una chiave interpretativa che la scaletta sembra rispettare con una coerenza sorprendente, quasi involontaria. Si può leggere l’intero lavoro, secondo la mia congettura, come una mappa a tre livelli della condizione in cui Jennifer si trova a vivere fra il 1989 e il 1992, sospesa fra mondi che raramente comunicano fra loro.

Il livello “sopra” è quello della visibilità stratosferica conquistata al fianco di Jackson, e vi appartengono tanto il “Volo del calabrone”, gesto di puro “chitarrismo – spettacolo” pensato per stupire un pubblico che non ha bisogno di conoscere Rimskij-Korsakov per restarne travolto. Allo stesso modo la cover di “Wanna Be Startin’ Somethin'” è un omaggio e insieme una sottile emancipazione dal proprio datore di lavoro. La voce di Jackson viene sostituita integralmente dalle dita di Batten, come se l’atto di eseguire quel brano senza cantarlo fosse un modo elegante di dichiarare la propria autonomia pur restando dentro l’orbita del re del pop.

Il livello “sotto” corrisponde invece al substrato più underground della sua formazione al GIT, quello in cui si annidano gli esercizi armonici più impervi, le due letture di “Giant Steps” che mettono alla prova la medesima struttura sotto luci diverse, e le composizioni dai titoli scherzosamente aggressivi, “Cat Fight”, “Headbanger’s Hairspray”, “Whammy Damage”, che paiono strizzare l’occhio con ironia tutta femminile ai cliché estetici dell’hard rock di quegli anni: la lacca, la posa, la competizione muscolare fra chitarristi, osservati da chi quel mondo lo abita da protagonista pur non essendone mai stata il modello, con ironia, e pungente sarcasmo nel sottotesto non verbale.

Il livello “oltre” infine si proietta verso ciò che ancora non ha forma compiuta, l’immaginario esotico di “Voo Doo”, “Cruzin the Nile” e “Tar-zen’s Day Off”, cartoline sonore un poco ingenue che suggeriscono, come un embrione anticipa l’organismo adulto, la svolta worldbeat che porterà cinque anni dopo a “Momentum”.

Al centro di questa architettura tripartita si colloca “Respect”, forse il brano più carico di implicazioni dell’intero disco. Aretha Franklin l’aveva reso un manifesto vocale della rivendicazione femminile afroamericana, un pezzo che funziona perché chi lo canta, lo pretende, lo scandisce parola per parola, lo vuole come un manifesto politico e sociale, un passa parola per i propri diritti. Jennifer Batten lo priva della voce e lo affida per intero al fraseggio della sei corde, e in questa sottrazione si può scorgere qualcosa di più di un semplice esercizio strumentale: la richiesta di rispetto, che nell’originale passa attraverso il canto, viene qui tradotta in eloquenza, tecnica pura, come se la dimostrazione della propria maestria bastasse a rivendicare, senza pronunciare una sola sillaba, lo spazio che una chitarrista donna doveva ancora conquistarsi in un ambiente quasi interamente maschile.

È una lettura che il disco non dichiara mai apertamente, ma che la sequenza dei brani, il titolo che li raccoglie e la biografia della loro autrice sembrano suggerire con una coerenza difficile da liquidare come casuale, quanto implicita e suggerita, senza aggressività inutile.

“Above, Below and Beyond” resta, a più di trent’anni dalla pubblicazione, un documento prezioso soprattutto per la sincerità con cui fotografa un’artista in transito fra identità diverse: la disciplina jazzistica ereditata dal padre, la tecnica del tapping tramandata da un compagno di corso, la ribalta mondiale conquistata accanto a Michael Jackson, e l’orizzonte ancora indefinito verso cui la sua musica si sarebbe presto diretta. Chi lo ascolta oggi incontra la testimonianza diretta di un momento di passaggio, colta con gli strumenti, in ogni senso, di chi quel passaggio lo stava attraversando in prima persona, e proprio in questa sincerità imperfetta risiede il valore che il tempo non ha eroso. Imperfetto, sia chiaro, ma bellissimo.