La situazione della band a un certo punto divenne questa: in studio c’era un giovane cantante che non aveva mai sentito parlare di thrash o power metal. Lui ascoltava i Journey e Foreigner. Gli ci volle un corso accelerato di metallo crudo da parte di Scott Ian, che però mandò ugualmente molto lunghi i tempi in studio. Al riguardo va aggiunto che il budget era quasi agli sgoccioli. Il gruppo aveva contratto un debito tale con l’etichetta che forse non sarebbe neanche arrivato alla pubblicazione del nuovo album. E anche l’avesse fatto, sarebbe stata molto dura recuperare tutti quei soldi. Inoltre, per quanto i pezzi fossero buoni mancava qualcosa. Soprattutto il batterista Benante non si dava pace al proposito. La tracklist era ok ma sembrava priva di un tassello e quel tassello non si sapeva dove fosse finito.
Insomma, alla vigilia di “Spreading The Disease” gli Anthrax erano messi così male sul piano economico e del morale che Scott Ian ripensò a quel giuramento fatto pochi anni prima con Dan Lilker, di arruolarsi insieme nei marines se il primo album degli Anthrax fosse andato male. Pensò che poteva anche farlo ora, con o senza Dan, se il nuovo disco fosse stato un cazzo di fallimento.
L’ultimo giorno di incisioni Belladonna era lì a rifinire gli ultimi arrangiamenti vocali, mentre gli altri avevano portato fuori tutti gli strumenti e si preparavano a tornare a casa. Benante però richiamò tutti all’improvviso dalle loro auto. Si fece dare una chitarra e suonò ai ragazzi un nuovo riff ispirato alle cose dei Metallica. “Ecco cosa ci manca”.
Ian e il nuovo bassista Frank Bello diedero di matto a sentire quell’idea. Dovevano assolutamente registrare una canzone basato su quel riff.
Tutti tornarono in studio. Belladonna li guardò rientrare senza aprir bocca. Carl Canady, il produttore (e il batterista dei non predestinati Rods) iniziò a ridere pensando che fosse uno scherzo. Quando capì che facevano sul serio, che volevano rimettersi a registrare un altro cazzo di pezzo stava quasi per piangere. Implorò il gruppo di lasciar perdere e inciderlo più avanti, in un nuovo EP o un altro disco. Secondo quei ragazzi però le cose erano talmente disastrate che non ci sarebbe stato più niente e quella canzone favolosa che già gli stava facendo esplodere il petto all’idea di registrarla, rischiava di non essere mai incisa.
Non c’era tempo, non c’erano soldi? Non ci sarebbe stato più niente di lì a un altro po’.
Gli Anthrax furono inamovibili e nel giro di poche, preziosissime ore incisero il nuovo brano: “A.I.R.”. Canady chiese dove avrebbero voluto inserire la nuova traccia e sia Ian che Benante dissero assieme: “all’inizio”.
Il disco si apre quindi con l’ultimo guizzo creativo che stava covando nella coscienza e nel cuore di Benante da qualche giorno. Sono cose che succedono molto spesso negli studi di registrazione.
A quel punto il disco era pronto, ma la band aveva ancora il morale a terra.
Prima di Belladonna, forse molti non lo sanno, ma c’era un altro tizio. No, non sto parlando di Neil Turbin. Quello era stato allontanato da molto tempo. Al suo posto il gruppo aveva ingaggiato Matt Fallon (poco dopo nei primissimi Skid Row), uno che dal vivo spaccava parecchio ma che era privo di esperienza in studio. Appena mise piede in sala d’incisione andò nel pallone. Conosceva i nuovi brani, li aveva cantati, ma non c’era verso di fargli imbroccare una tonalità. Era completamente fuori uso. La band per risparmiare tempo prezioso lo caricò a forza su un pullman e lo rimandò a casa, ma a quel punto non c’era un vocalist e l’idea di richiamare Turbin era fuori discussione.
Canady aveva un ragazzo, era uno molto in gamba ma avrebbe spinto il gruppo a un nuovo livello, se fosse stato in grado di arrivarci. Vollero conoscerlo e dopo averlo ascoltato e visto, gli Anthrax erano più disperati di prima.
Canady ci mise un bel po’ a convincere i ragazzi a dare una possibilità a Belladonna.
Adesso sembra la mossa più felice del mondo ma allora il gruppo non era certo che quel contrasto tra la voce squillante e ultra-melodica di Joey fosse adatta a loro.
Ascoltando oggi “Spreading The Disease” si nota l’eccesso di urletti e acuti del nuovo singer, così intento a dimostrare il proprio valore tecnico rifacendo il verso a Dickinson di “The Number Of The Beast”.
Col tempo quell’armamentario sarebbe stato un po’ ridimensionato e Joey avrebbe dominato il riff massiccio di Ian e Spitz, cosa che già succede in “Medusa”, del resto.
Io non so di preciso quanto si parlasse di thrash al tempo dell’uscita di “Spreading The Disease”. Probabilmente gli Anthrax erano ancora più considerati power metal (nell’accezione americana, vale a dire muscolare e heavy classico), dato il tipo di voce di Belladonna e la presenza di brani vicini allo speed metal come “Stand Or Fall” e “Aftershock” e passaggi di riff e cori decisamente vicini all’epica: “Armed And Dangerous”, con l’incipit arpeggiato o “The Enemy” e la cavalcata iniziale con gli oooooh in crescendo di Belladonna; tutte queste cose fanno pensare che il gruppo si muovesse ancora in un calderone di sottogeneri ma senza accenni alle deviazioni specifiche verso le nuove tendenze estreme. “Spreading The Disease poteva piacere sia ai fan dei Dokken che a quelli degli Helloween di “Walls Of Jericho”.
Le cose diventavano di certo più cupe e pesanti qui e là, soprattutto verso il finale, con “Medusa” e “Gung-Ho”, ma gli Anthrax dei Big Four iniziarono con “Among The Living”.
La caratteristica qui è nel background culturale, rispetto ai Metallica e i Megadeth. I testi delle canzoni non toccano temi oscuri e satanici, ma scenari fumettistici, urbani e socialmente critici. Il video di “Madhouse” che al tempo fu anche giudicato controverso e censurato da MTV, impiegò dei veri ragazzi affetti dalla Sindrome di Down. Gli Anthrax furono accusati di non trattare con la dovuta serietà il tema dell’alienazione, ma a quanto pare i down si divertirono un casino a girare il video. Averli scelti e messi in un manicomio in stile horror forse ora più che mai sarebbe criticabile (cosa c’entravano?) ma allora questa scelta di usare degli autentici handicappati in modo spregiudicato e complice fu vincente; sdoganò il video e la band dalle critiche e tutti felici e contenti.
Inutile dire che “Spreading The Disease” vendette un fracco di copie e risollevò le finanze del gruppo. Scott Ian mollò definitivamente le sue smanie di arruolarsi nei marines e Belladonna oggi è “IL” cantante degli Anthrax “veri”, almeno secondo la maggior parte del pubblico affezionato, ma a cose fatte sembra tutto semplice. Nei mesi precedenti all’uscita il gruppo pensò seriamente di sprofondare per sempre.

