Attacker – L’arte di rovinarsi con le proprie mani (e spazzare via la NWOTHM)

Oggi escono decine di band ispirate non solo a un sottogenere ma a uno specifico gruppo di quel sottogenere e per essere più esatti a un momento preciso della discografia di quel gruppo. E se ascolti questo “nuovo” ensemble di metallari sfegatati, devi convenire che la riesumazione è perfetta, non manca nulla, tranne la spontaneità naif di certe band sprofondate nell’abisso degli anni 80. Nei primi anni di quel decennio non era tutto così definito e specialistico. C’era un concetto di base che poteva andare dalle chitarre duellanti dei Priest, i riffoni malvagi e cadenzati di Tony Iommi, la batteria speed dei Motorhead e poi il resto ce lo mettevano questi ragazzi alle prese con un modo di fare musica che non aveva grandi confini: più veloce, più pesante, più potente, più cattivo.
Se ascoltiamo gli americani Attacker di “Battle At Helm’s Deep”, disco del 1985 pubblicato dalla Metal Blade (sovente con il titolo sbagliato “Battle At Helm(e)’s Deep”). Una copertina talmente brutta e infantile da aver stabilito uno standard dell’orrido nella Gallery di Max Novelli su Rude Awakening Metal. Con questi disperati ci accorgiamo che quello è puro metal non filtrato e oggi vale oro a prescindere, come sostanza primigenia catturata “viva” quando lo era sul serio. Se vogliamo si può convenire, come avviene, di contenere la musica di questo gruppo nella vaga e generica definizione di power metal U.S., ma è innegabile che nessuno oggi possa concepire il metallo in questo modo perché manca l’elemento imprevedibile di chi stava semplicemente correndo a modo proprio, picchiando a modo proprio, urlando contro il male più o meno a modo proprio.

La produzione è chiaramente poverissima; il “vorrei ma non posso” è palese fin dall’inizio, con quell’intro del brano “The Hemit” realizzato edificando su chitarre a dodici corde sovra-incise a più riprese una sorta di tappeto orchestrale fastoso, in uno studiolo povero di registrazione, così tanto che non offriva quasi nulla in termini di accessori atmosferici. Poco più di dieci anni dopo i Blind Guardian avrebbero posto un canone “colossale” alle trasposizioni tolkeiniane, ma bisogna riconoscere agli Attacker di essere stati tra i primi metallari a voler cantare le battaglie tra huruk-hai, elfi e altri ceffi strani nel fosso di Helm e con la grande spavalderia del metal più giovane e sfrontato.

Pare che le liriche smascherino subito la scarsa competenza del gruppo riguardo la fonte letteraria a cui si ispirano, ma insomma, cerchiamo di non badare a certe sottigliezze. Gandalf non è mai stato nel fosso di Helm durante la battaglia? Ok, ma loro ce l’hanno messo, gli pareva più pittoresco.

Quello che bisogna ascoltare e godersi è l’irruenza genuina e la scarica elettrica delle chitarre di Pat Marinelli, le accelerazioni un po’ sghembe del batterista Mike Sabatini e l’egregio lavoro al basso di ehm…

Un momento, qui la storia è un po’ complicata. Dovrei dire che al basso c’era Jimmy Schulman, un tipo chiamato di corsa a sostituire il defezionario John Joseph, ritiratosi subito dopo la firma del contratto della band, per via di certi problemi personali.

Nonostante il gran lavoro di Jim in sala d’incisione, la band non era convinta del suo approccio, troppo pieno di note per gli standard molto “all’arrembaggio degli Attacker, quindi dopo avergli fatto registrare tutte le parti, Marinelli e gli altri decisero di eliminarle e coinvolgere un altro bassista, Lou Ciarlo.

Non potremo mai definire il valore aggiunto di Schulman ma ho dei sospetti sull’istinto evolutivo degli Attacker e le loro scelte in termini di line-up. Tant’è che qualche anno più tardi, nonostante la prestazione assoluta di questo album, cacciarono pure il vocalist Bob Mitchell, il cui stile a metà tra l’istrionismo di King Diamond e la muscolatura di John Arch, non si addiceva alle nuove tendenze del thrash a cui la band voleva assimilarsi. Qui il povero Bob è l’ingrediente reattivo che fa esplodere la pignatta nei punti di massima ebollizione, quando la sua voce stridula collima con le sparate solistiche alte e taglienti di Marinelli.

A quanto mi risulta, Schulman, non solo salvò il culo alla band, che era sul punto di incidere il disco senza un bassista, ma portò anche un brano suo, “Trapped” che gli Attacker registrarono e poi decisero di tagliare fuori dalla scaletta quando uscì l’album. Oggi, inserito come bonus track nelle nuove edizioni, risulta tra i momenti migliori dell’intero disco.

Il mix di NWOBHM, Power americano e hard rock anni 70, rendono la formula degli Attacker davvero suggestiva. Nonostante la confezione da gruppo di serie B e gli standard produttivi fin troppo underground, vi accorgerete quanta potenza fosse in grado di sprigionare questa formazione. Non c’è niente da fare, il metal di quegli anni aveva una vitalità inarrestabile. Ancora oggi una band come gli Attacker spazzerebbero via decine di novellini della NWOTHM e tutto il loro carosello di truismi da cameretta.