Negazione – Rabbia, Dolore e Catarsi

Ai Negazione ci sono arrivato con “100%”, cioè sostanzialmente alla fine della loro carriera. Era il mio diciassettesimo compleanno e in classe avevano raccolto dei soldi per il regalo. Solo che differentemente dai miei compagni, individuare cosa comprarmi era impresa ardua, non rientravo in nessuna catalogazione facile e immediata, non c’era modo di cavarsela uscendone bene e allora, presi dallo sconforto, optarono per la busta, quella dei nonni, quella del matrimonio, quella del “fa’ un po’ come ti pare basta che sei contento te, noi il nostro lo abbiamo fatto”. Così un bel giorno vado al negozio di dischi scortato dagli amici maschi di classe e scelgo come si sarebbe concretizzata quella cifra, bastevole per ben due vinili 33 giri (siamo nel 1991, quindi la cifra è attorno alle 30.000 lire). Gli estratti dallo scaffale furono “Piece Of Time” degli Atheist e “100%” dei Negazione. Entrarono in casa due pezzi da 90, due capolavori, almeno per me tali. Gli Atheist mi aprirono un mondo, ascoltare “Piece Of Time” era come presenziare a una conferenza universitaria con relatori del calibro di Umberto Eco e Franco Cardini. Quoziente intellettivo, proprietà espositiva, capacità di analisi al massimo livello. Musica per sentirsi intelligenti. Con i Negazione invece si entrava in un centro sociale, si assaggiava il sapore delle periferie italiane, segnatamente torinesi, si camminava tra gli ultimi, i dimenticati, i diseredati.

In verità questo era più calzante in riferimento al primo periodo della band, gli anni 1983 – 1986, il cambiamento ha sempre fatto parte dei Negazione, era un elemento connaturato della loro personalità artistica, della loro indole, un binario evolutivo che li ha tradotti in modo naturale e fisiologico attraverso varie tappe. Tutto è avvenuto in appena una decade, un periodo ristrettissimo a ben vedere, dunque esplosivo, incontenibile. Rabbia vera, urgenza, vera, un bisogno autentico, insopprimibile. “100%” fotografa la parte finale della carriera dei Negazione e se da un verso i ragazzi erano all’apice, dall’altro erano al tramonto. Ricordo, da neofita, la lettura di incomprensibili diatribe sulle riviste specializzate riguardo a quell’album. Fu accolto per estremi, chi lo idolatrava, chi lo denigrava adducendo ragioni d’onore. “100%” aveva tradito, non era un disco hardcore 100%, era sin troppo contaminato dal metal, i Negazione avevano perso purezza, sincerità, arianesimo. Questa la critica da parte degli hardcorers die hard, ma c’era chi si spingeva persino oltre, “100%” era rock, rappresentava il canto del cigno di una band che chissà dove voleva andare a sporcarsi le mani. Zazzo oramai era completamente intellegibile, il suo cantato era comprensibile per chiunque, anche il distratto ascoltatore della domenica, disinteressato tanto al metal quanto all’hardcore, non affine alla musica intensa e violenta. L’elemento poetico dei testi aveva quasi del tutto spazzato via il livore, l’antagonismo e la contrapposizione degli esordi. Tutte critiche confutabili, visto che Roberto Tax Farano ad esempio veniva dai Jester Beast (nei quali militò tra il 1986 e il 1987), la componente metal era una delle varie influenze da sempre presenti nel substrato dei Negazione; così come la poeticità, l’aspetto emozionale e di grandissima profondità dei testi non erano certo sbocciati su “100%”, bensì erano anch’essi parte integrante della formula da sempre. Sta di fatto che i Negazione 1990 erano in parte stati rifiutati dai fan hardcore più intransigenti e in parte ancora non del tutto accettati dai metallari più diffidenti. La partecipazione al Monsters Of Rock del 1991 a seguito di nomi enormi come AC/DC, Metallica, Mötley Crüe e Queensrÿche non fece che alimentare la contrapposizione. E in qualche modo tutto ciò si riverberò in seno alla band che, giunta all’esaurimento del proprio percorso, si sciolse poco dopo. Ironia della sorte, proprio quanto tutto sembrava settato per il grande salto. Ma non sarebbe potuta essere la storia dei Negazione, non ci sarebbe stata alcuna coerenza e corrispondenza con la loro musica, con la loro lirica, con il loro immaginario, con la loro natura.

A me, che non sapevo nulla dei Negazione prima, né di quali fossero le regole del galateo dell’hardcore e del metal, “100%” piacque parecchio. Piacque e basta, senza frasi secondarie e considerazioni collaterali. Era un album pieno di inni e l’adolescenza ha fame di inni generazionali, ne ha una necessità epidermica, furiosa, è la benzina che ti fa alzare dal letto e attraversare il deserto. Sono le poesie che capisci subito, senza bisogno di alcun apparato critico, senza esegesi, senza spiegazioni del professore. Per Leopardi e Shakespeare serve la maturità (intendo anagrafica, non scolastica), puoi intuirne la grandezza anche prima ma è difficile assaporarli a pieno quando si è molto giovani, ammesso che si arrivi mai a comprenderli e possederli a pieno. In quella fase in cui il timbro della voce iniziava ad ingrossarsi, la pelle a sputare fuori brufoli, il pomo d’Adamo a sporgere come un sasso piantato nel mezzo del collo, i poeti dovevano essere semplici, lineari, diretti, ma andare a bersaglio con immediatezza e i Negazione deflagravano come l’esplosione di una supernova. I loro album erano un compendio di inni generazionali, ne trovavi a bizzeffe in ogni loro solco. “La Vittoria Della Sconfitta”, “Dritto Contro Un Muro”, “Lo Spirito Continua”, “Niente”, “Tutti Pazzi”, “Ho Pianto”, “Little Dreamer”, “Sempre In Bilico”, “Brucia Di Vita”, erano testi e musica feroci, che tagliavano le carni, ma che al contempo ti facevano sentire meno alieno. Erano il conforto di una mano sulla spalla, qualcuno che si precipitava a soccorrerti e nel cui sguardo potevi riconoscerti. Non so dire se “100%” fosse un disco “controverso”, “ondivago”, “meno ispirato”, di certo era qualcosa che arrivava diretto in vena e personalmente potevo dirmi soddisfatto del team medico che mi aveva preso in consegna. La medicina che mi avevano somministrato produceva sollievo, benessere, era la cura di cui avevo bisogno.

Canzone dopo canzone, nei Negazione trovavo tutto lo scibile necessario per un ragazzo problematico o, allargando la lente del microscopio, per un essere umano sensibile, per chi doveva imparare a stare al mondo, per un pesce messo fuori dall’acqua. Il nome della band tradiva lo spirito iniziale, quello della non accettazione, della chiusura, del contrasto, una visione in bianco e nero che non accettava compromessi. “Maggioranza/Minoranza”, “Tutti Pazzi”, “Plastica Umanità”, “Alibi”, “Maschere” sono questo. Eppure, al contempo c’era dell’altro, sin dalla metà degli anni ’80 quello che i Negazione descrivono in “Niente”, “La Mia Mente”, “Irrazionalità Sconnessa” va oltre, mette già in evidenza un bisogno di costruire, o perlomeno di capire oltre che rifiutare e distruggere. Nel 1986 arriva “Lo Spirito Continua”, primo full-length, eletto ex post 69° disco italiano più bello di sempre e inserito nella relativa classifica dei 100 stilata da Rolling Stone Italia (per quello che vale). Il disco si apre con “La Vittoria Della Sconfitta” una delle canzoni più belle di sempre per chi scrive, nonché un manifesto politico ed esistenziale.

“[…] io ho perso
ho già scelto la sconfitta
la vittoria della sconfitta,
Quante volte ancora mi mostrerete
che questo posto non è il mio
in ogni istante, ad ogni occhiata
in ogni pensiero, ad ogni azione
sempre, fino a quando creperò […]

La celebrazione della sconfitta, un rovesciamento di 180 gradi dell’epica guerrigliera e testosteronica, del superomismo, della rivolta, della ribellione. Anche nel metal parallelamente a quel 1986 lo zeitgeist era quello del veni, vidi vici, vittorie senza prigionieri. Legioni borchiate pronte a mettere a ferro e fuoco il mondo. I Negazione invece non avevano eserciti, non avevano soldati e non avevano diavoli da schierare nelle proprie fila, erano (eravamo) gli ultimi, i rimasti, i perdenti, gli esclusi, gli emarginati. Erano San Francesco che si spoglia e predica amore anziché sopraffazione, erano obiezione di coscienza, erano Gandhi che fronteggia il colonialismo con la non violenza e pochi stracci addosso. Il che non significa che il pensiero dei Negazione non fosse forte, radicale, estremo, massimalista, ma gli strumenti della loro lotta andavano in tutt’altra direzione, sempre dalla parte degli ultimi, dei miserabili, dei dimenticati. Verità al posto della forza.  C’è davvero qualcosa di proto-cristiano nella sconfitta dei Negazione, qualcosa di primitivo e profondamente umano.

tu stai scegliendo un modo che non è il mio
la tua mente è in strade che non mi appartengono
perché sei forse troppo lontano da me,
ora io sto andando dritto contro un muro
sto sbattendo la mia testa contro un muro
ma è meglio che riempirla di merda!
Non conosco modi più gentili
non ho voglia di trovare maniere per non urtarti […]

“Dritto Contro Un Muro” racconta esattamente questo, come al solito i Negazione sono i migliori interpreti dei Negazione e in poche righe e poche note danno luogo a tutto. Chi è “l’eroe del giusto?” si chiedono in “Un Amaro Sorriso”, mentre corrono in mezzo al nero di città mute, che attraversano come fantasmi della trasgressione, la trasgressione a quelle regole e a quella società già ampiamente descritte in “Tutti Pazzi”. I Negazione sono l’anomalia di sistema, ma il vero caos è piuttosto il mondo che circonda i Negazione, profeti e visionari.

soli in un abbraccio disperato
soli nello scherzo alla vita
ma un brivido di energia
corre di nuovo nel mio corpo
e domani rideremo ancora
in faccia a noi stessi
in faccia alla morte

Frustrazione, dolore e catarsi, come in “Ho Pianto” e “Il Giorno Del Sole”.

poi ho alzato lo sguardo
offuscato dalle lacrime
la notte si era spenta
e un nuovo giorno iniziava
Ho tremato incerto ed eccitato
le lacrime sul volto stanco.

I Negazione pagavano “col prezzo del dolore” le sensazioni sincere. Giorni vissuti e sofferti, due parole affatto banali; “vissuti” di tutta quella vita che si poteva vivere, e “sofferti”, come accade a chi vive davvero e non si limita ad attraversare asetticamente l’esistenza. “Serenità Di Un Attimo” è qualcosa di talmente potente che è entrato a far parte del mio gergo, è un intercalare colloquiale che oramai uso in pianta stabile da oltre 30 anni. “Le sottili analogie tra l’altezza più sublime e il più profondo baratro”, è esattamente in quello specchio che è racchiuso tutto il vivere, la vertigine di abitare questo mondo, questo corpo, con tutte le sue infinite contraddizioni e sofferenze. E che cosa è la serenità di un attimo? Il confine liminare, terra di confine, è dove tutto si ferma, quella stasi miracolosa, delicata e precaria come una bolla di sapone, nella quale riusciamo ad astrarci per un istante dal turbamento, dallo stordimento della centrifuga esistenziale, quasi riuscendo ad osservare la realtà circostante e noi stessi con distacco, con calma, con lucidità. Quel momento nel quale ci invade un senso di pace imprevisto, che quasi fatichiamo a capire e riconoscere, ma che tuttavia ci abbraccia come il più dolce dei tepori in pieno inverno. “Serenità Di Un Attimo” è un concetto filosofico, un nodo primario, un principio vitale, un’idea platonica che ha definito la mia adolescenza e la mia visione della vita da adulto, uno di quei nodi gordiani attorno ai quali si è ancorato il riuscire a stare fuori dall’acquario, senza acqua per le branchie, e tuttavia sopravvivere. I Negazione questo lo hanno fatto continuamente, di canzone in canzone, di album in album, dipingendo progressivamente di colori quel bianco e nero dal quale loro stessi erano inizialmente partiti, opaco e accecato dalla rabbia e dal dolore. A diciassette anni come potevi non riconoscerti in tutto ciò.

In “100%” come a seguito di una magnifica maturazione esistenziale, come nel passaggio da bruco a farfalla, potevi confrontarti con il dolore che era stato (“Yesterday Pain”), un dolore ora divenuto quasi goffo e incomprensibile ma che con gli occhi di allora era l’unica via di fuga possibile. Quel malessere lasciava finalmente il passo alla vita, una vita che bruciava, ad occhi aperti, con lo sguardo rivolto verso l’alto e i denti serrati, perché ora come allora occorreva resistere, resistere, resistere (“Brucia Di Vita”). La parabola dei Negazione si chiude con “It’s Hard”, ultima canzone in fondo alla scaletta del loro ultimo album pubblicato. Un testamento nel quale i Negazione ci consegnano le chiavo del nostro futuro e, con l’esperienza di chi ci è già passato attraverso, ci insegnano il come. Si può fare… even if it’s fuckin hard!

[…] we can build up together
what has never been built,
it’s a dream in your mind,
it’s a whole complete life
[…] Now I wanna teach you how,
there’s a new way to feel,
you gotta catch each moment,
each moment you live,
gotta do it for real… (now, how does it
feel?)
Even if it’s hard…You know it’s hard…
It’s fuckin’ hard!