Che strano. Scrivo da anni di musica ma non mi sono mai confrontato con i dischi che amo da sempre, quelli dell’isola deserta. Forse è perché ritengo sia necessario un po’ di distacco quando si parla di qualcosa e amare così profondamente, conoscere ogni singola nota di un album, cosa potrebbe farmi scrivere di speciale? Una serie di superlativi noiosi? Inoltre ho ascoltato così tante volte certi album che non riesco più a sentirli. Se ci provo la musica mi scivola via. La mia mente si distrae. Altrimenti succede che inizio a cantare tutto: dagli assoli nota per nota ai passaggi di batteria, i cantati strofa dopo strofa e persino i campionamenti sonori. Per esempio con i Queensryche di “Empire” faccio pure le onde in coda a “Della Brown” con la bocca.
Un altro album della mia vita è appunto questo qui: “Under Lock and Key” dei Dokken. Riuscii ad averne una copia verso la metà degli anni 90 grazie a un mio amichetto che andò in gita in Norvegia. Gli domandai di comprarmi quello e “Tooth and Nail”, se li avesse trovati, visto che in quel periodo, in Italia i dischi dei Dokken, o erano nel cestone delle offerte o fuori catalogo. Non ci speravo ma lui tornò con “Under Lock and Key”.
Penso sia il picco assoluto della band. Leggendo la recensione originale di HM però ho notato che allora in Italia non fu recepito come un capolavoro. Basti pensare all’accoglienza famigerata che il pubblico romano riservò al gruppo quando vennero con gli Accept: scaracchi copiosi e molto consistenti.
Nella recensione intanto si parlava della “band di Don Dokken” e che lui erano già “dieci anni che tentava di avere successo”. Ora era arrivato al top, ma quel suo album, pur esprimendo momenti di assoluta qualità, era fatto anche di riempitivi e una irritante “auto-indulgenza tipica di chi si sente una rockstar”. Il recensore di HM chiedeva al gruppo di tirarsela meno e fare musica più pesante.
Chiaramente non ci aveva capito molto. “Under Lock and Key” è il non plus ultra del class metal. I Dokken stessi, allora forse al massimo delle possibilità e del feeling come band, non sarebbero più riusciti a raggiungere quell’equilibrio tra suoni, ispirazione e concretezza.
“Back For The Attack”, molto amato dal pubblico italiano per la presenza del brano “Dream Warriors”, che fu scritto appositamente per la colonna sonora di “Nightmare 3 – I guerrieri del sogno”, è un disco che esprime al meglio la crisi nera in cui il gruppo era sprofondato.
La ragione del malessere nasceva agli albori. George Lynch negli ultimi anni è tornato a parlarne ancora e ancora. La band nacque con una bugia. Don si comportò in modo sleale. Una cosa su tutte il nome. Aveva assicurato a George, Jeff e Mick che non si sarebbero chiamati così, ma quando il disco fu stampato ecco che al centro della copertina c’era… Dokken.
Quel nome creava nella mente di Lynch uno squilibrio insanabile nel gruppo. “Come possiamo essere una democrazia”, chiedeva rabbioso al cantante, “se ci chiamiamo come te?”
E infatti guarda lì cosa scrivevano su HM, “Il gruppo di Don Dokken”, non “i Dokken”.
Oggi è chiaro che la band era fatta di quattro elementi insostituibili e che quei risultati non sarebbero stati conseguiti senza quella specifica line-up, ma al tempo non era facile capirlo. Il gruppo del resto viveva di paranoie e di ansia da prestazione. Erano così in competizione con le altre band del Sunset Boulevard, che arrivarono a fare dello spionaggio industriale. Se scoprivano per esempio, come ha raccontato Lynch anni fa, che i Motley Crue avevano cambiato lacca per i capelli, anche loro sarebbero passato a quella marca.
Durante le riprese del videoclip di Is Not Love, con il furgone scoperto e il gruppo che si esibisce lungo le strade della città di notte, davanti ai fan esaltati, pare che Don e George non si guardassero mai negli occhi tanto era la tensione tra loro. A telecamere accese si atteggiavano da rockers in preda alla trans esibizionistica, ma una volta fuori dal set erano scissi come in due diverse dimensioni. Già alla fine della lavorazione del disco “Under Lock and Key”, Don fu costretto a cedere il 75 per cento delle royalties al resto della band per non incorrere nelle ire fisiche di Lynch. Dopo averlo minacciato di spaccargli le ossa a chitarrate e per impedire che la band implodesse già durante la lavorazione del loro miglior disco, Dokken sacrificò un sacco di soldi al fine di tenere buoni gli altri, arrivati ormai al limite di sopportazione per i suoi “soprusi”.
Anche se a scavarci un po’ sotto, è chiaro che pure durante il loro momento magico si sarebbero ammazzati tra loro, “Under Lock and Key” resta da tutti i punti di vista un filotto irresistibile di fortuna e trionfi: dischi venduti, soldi, successo, grandi canzoni, tour fantastici… Due anni più più tardi il gruppo avrebbe inciso il lavoro successivo senza mai trovarsi in studio nello stesso momento e quattro anni dopo sarebbero stati un ricordo.
Anzi ora che ci penso, mi sa che Lynch registrò gli assoli da un’altra parte proprio. Tornando a “Back For The Attack”, ci sono pezzi ottimi pure lì, è chiaro. “Kiss Of Death”; “Burning Like A Flame”, “Heaven Sent”, la strumentale “Mr. Scary”, ma ecco, quello sì che è zeppo di filler: “Cry Of The Gipsy”, “Sleepless Night”, “So Many Tears”, “Stop Fighting Love”, sono canzoni che amo, ma decisamente inferiori e dimenticabili rispetto alle altre cose.
E io avrei dato tutto per convincere la band a non sperperare in progetti solisti o band alternative l’eredità dei Dokken già sul finire degli anni 80.
Però così andò e “Under Lock And Key” più di qualsiasi cosa avessero fatto e avrebbero fatto dopo, tornando insieme, testimonia quali livelli quel gruppo potesse raggiungere se tutti gli elementi si fossero allineati, anche se solo per qualche mese.
Ah, in effetti c’è una cosa che proprio non andava in quel disco. La copertina. Però sembra che la stessa band la odiasse. Si fecero vestire dal fotografo delle rockstar Mark Weiss e il risultato li fece inorridire, così come tutto il mondo.

