Orbite vuote che ti fissano, un buio intenso e indecifrabile, cavità che paventano una soglia inevitabile; quella tra la vita e la morte. Soltanto un nuovo rituale, un atto magico di volontà potrebbe svelare i segreti di quel passaggio. Questo è “Time”, quarto album del Fato Misericordioso, grimorio sonoro di rara potenza, ma accantonato a favore di testi più conosciuti. Arriva dopo la reunion, dopo “In the Shadows”, dentro un’annata in cui il death e il black metal stavano riscrivendo il vocabolario dell’estremo, finendo archiviato tra le opere di passaggio, cortesemente rispettate e raramente riascoltate. Basta però mettere a confronto la sua architettura compositiva con quella di “Melissa” e “Don’t Break the Oath” per accorgersi che il giudizio non regge. “Time” non è un ripiego nostalgico né un tentativo di aggiornamento vagamente riuscito. È il disco in cui i Fate tornano a occupare per intero il territorio che avevano inventato dieci anni prima, con un songwriting più maturo, una produzione più consapevole e un impianto simbolico fittissimo, costruito su più livelli, dal testo alla copertina, ricchissimo di sottotesti e livelli di comprensione.
Per capire cosa succede in “Time” bisogna guardare cosa lo precede. “In the Shadows”, primo capitolo della reunion del 1993, aveva spostato il lessico dei Mercyful Fate verso l’horror concettuale, più vicino alla scrittura solista di King Diamond che al satanismo rituale delle origini. Un ribaltamento speculare di quello che successe con “Fatal Portrait”: quello terzo Mercyful Fate spurio, questo un King Diamond postumo. Con “Time” la band riprende deliberatamente il registro occulto pieno. Non si tratta di un ritorno pigro alla formula standard: la line up si è appena rinnovata, con Sharlee D’Angelo al basso e Snowy Shaw alla batteria al posto di Timi Hansen e Morten Nielsen, e questo ricambio porta con sé un’urgenza esecutiva, che si sente soprattutto nella varietà ritmica dei brani. Il disco riprende il filo interrotto undici anni prima, ma lo fa con mani diverse, e questo scarto tra continuità tematica e discontinuità di organico è già di per sé un punto di analisi che raramente viene analizzato. Il primo elemento che smentisce l’etichetta di disco minore riguarda la distribuzione delle firme compositive. “Nightmare Be Thy Name”, il brano che apre l’album, è la prima traccia di apertura nella storia dei Mercyful Fate a non essere firmata né da King Diamond né da Hank Shermann: la musica è di Michael Denner. È un dettaglio che i più ignorano, ma che cambia la prospettiva sull’intero disco. Denner firma anche “Mirror”, Shermann porta a casa “The Mad Arab”, “The Preacher”, “The Afterlife” e la conclusiva “Castillo del Mortes”, mentre King Diamond scrive “Angel of Light”, “Witches’ Dance”, “My Demon” e la title track. Il risultato è un songwriting corale, in cui tre sensibilità compositive diverse si alternano senza mai sovrapporsi, donando una ricchezza di equilibrio quasi unica nella discografia del Fato. Quello che la critica ha spesso letto come mancanza di direzione unitaria è in realtà una polifonia di stili tenuta insieme da un solo elemento fisso: i testi, scritti interamente da King Diamond, che fanno da collante narrativo su musiche di provenienza diversa. È una struttura molto più simile a un concept corale che a un disco sparso, con una sua ricchezza melodica deliziosa: penso a ritornelli come quello di “Angel of Light” o all’andamento quasi danzante di “Witches’ Dance”. Sul piano sonoro, “Time” compie una scelta che nel 1994 pochi avrebbero osato realizzare: rallenta l’aggressività per aprire spazio e far respirare il songwriting. Registrato tra maggio e agosto ai Dallas Sound Lab e prodotto dallo stesso King Diamond insieme a Hank Shermann e Tim Kimsey, l’album usa moltissimo il clavicembalo, più che mai. È una scelta timbrica che rimanda direttamente all’iconografia barocca della caccia alle streghe, l’epoca in cui quello strumento risuonava nelle corti mentre altrove si processavano donne per eresia diabolica, e che nel disco crea un contrappunto gotico rispetto alla pesantezza chitarristica. Anche i pezzi più aggressivi, come “The Mad Arab”, sono prodotti con un respiro arioso, pensato per avvolgere l’ascoltatore invece di travolgerlo. Chi ha liquidato questa scelta come un ammorbidimento commerciale ha scambiato per debolezza quella che è in realtà una precisa direzione estetica, la stessa che rende il disco un unicum nel catalogo della band. È nei testi, tutti firmati da King Diamond, che “Time” rivela la sua tenuta simbolica più originale, e qui vale la pena entrare brano per brano con uno sguardo meno scontato del solito.
Nightmare Be Thy Name apre l’album con un titolo che è la parodia diretta di una formula liturgica, quella del Padre Nostro, “sia santificato il tuo nome” rovesciata in un’invocazione all’incubo. È l’ingresso in un rito, l’officiante che pronuncia la prima formula prima ancora di nominare la divinità a cui il disco è dedicato. Quella divinità arriva subito dopo, con Angel of Light. Il titolo richiama in modo palese Lucifero, il cui nome latino significa letteralmente portatore di luce, l’astro del mattino identificato da secoli con Venere. È un simbolo strutturalmente doppio, nemico caduto e insieme dispensatore di conoscenza proibita, e il fatto che compaia come secondo brano, subito dopo l’invocazione iniziale, lo rende la prima vera nomina del patrono dell’album, non un semplice riferimento decorativo. Witches’ Dance riporta in scena l’immaginario del sabba, la danza macabra medievale in cui i corpi delle perseguitate diventano coreografia rituale. Il brano dialoga a distanza con la stessa Melissa, la strega che dà il nome al disco d’esordio, come se “Time” riprendesse quella storia da un punto divers:, non più il lamento della vittima ma la sua danza rituale. The Mad Arab è il brano più esplicitamente letterario del disco: dedicato ad Abdul Alhazred, l’autore immaginario del Necronomicon inventato da H. P. Lovecraft, porta nel booklet il sottotitolo “Part One: The Vision”, e troverà il suo seguito nella “Kutulu” di “Into the Unknown” due anni dopo. È il punto in cui il satanismo classico dei Fate si apre a una mitologia cosmica più ampia, un grimorio dentro il grimorio, la biblioteca proibita che contiene altre biblioteche proibite. My Demon merita una lettura meno ovvia di quanto il titolo suggerisca. Nella tradizione greca il daimon non è un’entità malvagia ma uno spirito guida personale, il genio socratico che accompagna e consiglia. Il possessivo del titolo, “il mio demone” e non semplicemente “un demone”, lascia aperta questa lettura più antica, quella di un accompagnatore interiore piuttosto che di una possessione subita. La title track, Time, è il fulcro concettuale del disco, e non a caso è qui che il clavicembalo si fa più presente, quasi a evocare Crono, il dio che divora, o Saturno nella sua declinazione alchemica di custode del tempo e della materia in trasformazione. È un memento mori scritto in musica, il punto in cui l’intero album si ferma a misurare se stesso. Strutturalmente il vocalizzo centrale è la diretta emanazione e proseguimento naturale di quello di “The Oath” in “Don’t Break The Oath”. The Preacher riporta in scena un bersaglio classico del lessico dei Mercyful Fate fin da “Don’t Break the Oath”, il predicatore ipocrita, l’autorità religiosa smascherata, funzionale a ribadire la polarità tra fede istituzionale e conoscenza iniziatica che percorre tutto il disco. Lady in Black introduce una figura archetipica antica, la donna in nero legata al lutto e alla morte, vicina per certi versi alla Mater Dolorosa rovesciata in presenza minacciosa. È un altro filo che riconduce a “Melissa”: la donna sofferente del disco d’esordio ritorna qui come spettro ammonitore, non più vittima ma presenza. Mirror occupa una posizione quasi centrale nella tracklist e non è un caso: lo specchio è lo strumento classico della catottromanzia, la divinazione per riflesso praticata da secoli nella tradizione occultista occidentale, basti pensare allo specchio nero di ossidiana usato da John Dee nel Cinquecento. È il momento in cui il narratore smette di guardare fuori e si confronta con la propria immagine, il classico snodo del doppio. The Afterlife prosegue direttamente il discorso aperto da “Time”, spostando lo sguardo da ciò che misura il tempo a ciò che gli sopravvive, in una progressione escatologica che pochi ascoltatori notano perché separata da due brani, ma che è chiaramente intenzionale nella sequenza dell’album. Castillo del Mortes chiude il disco con un titolo linguisticamente ibrido, che mescola lo spagnolo castillo con un latino di fantasia, mortes, plurale arcaico di mors invece della forma spagnola corretta de la muerte. Non è un errore ma, con ogni probabilità, una scelta deliberata di lingua inventata, coerente con il gusto di King Diamond per gli ambienti immaginari e sovrapposti che caratterizza anche la sua produzione solista. Il disco si chiude su un monumento di pietra dedicato ai morti, un’architettura che risponde per contrasto al teschio che apre la lettura visiva dell’album. La monade mortuaria compie un viaggio e giunge alla sua città, popolata di altre entità come lui/lei.
Ed è proprio la copertina a chiudere il cerchio in modo che quasi nessuno ha davvero notato. Il teschio raffigurato su “Time” viene identificato dai fan e da diverse fonti di settore come il celebre “teschio di Melissa”, lo stesso oggetto che King Diamond utilizzava come elemento di scena negli anni ottanta, ottenuto tramite il fratello dal figlio di un medico che smaltiva resti da cadaveri donati alla scienza, e a cui la leggenda underground attribuisce, senza conferma storica verificabile, l’origine di una donna perseguitata come strega. Quel teschio fu rubato durante un concerto in Olanda a metà anni ottanta, e secondo alcune fonti la mandibola sparì separatamente ad Amsterdam. Che si tratti dell’oggetto originale o della sua immagine ricostruita per l’occasione, il fatto che compaia proprio sulla copertina di un disco intitolato “Time”, undici anni dopo aver dato il nome all’esordio della band, non è soltanto un dettaglio grafico ma un vero e proprio sigillo di continuità. Una reliquia mutilata, priva della mascella, quindi privata della parola, che ritorna a presiedere un album il cui testo portante ruota attorno al tempo e alla sua consumazione. Se “Melissa” era il lamento della vittima e “Witches’ Dance” ne è la danza, il teschio muto in copertina è ciò che resta quando il lamento si è esaurito e solo l’osso, il tempo pietrificato, continua a raccontare la storia. Preso nel suo insieme, “Time” regge il confronto con “Melissa” e “Don’t Break the Oath” perché condivide con quei due dischi lo stesso impianto, un registro lirico tornato pienamente occulto dopo la parentesi horror di “In the Shadows”; non è la coda stanca di una storia già raccontata, ma il suo terzo atto necessario, quello in cui il rito occulto, interrotto per un decennio, viene celebrato di nuovo, con la stessa maschera e con voce più matura.

