Prima degli scopamici – Il sesso, la codardia e il fallimento della carne d’autore

Un uomo, una donna, una fantasia erotica. Lui (Sergi Lopez) e lei (Nathalie Baye) si incontrano tramite un annuncio e decidono di condividere questa fantasia. Si danno appuntamento in un caffè e si recano in una stanza d’albergo. Fanno l’amore senza sapere nulla l’uno dell’altra. Poi si danno un altro appuntamento. Nasce inaspettatamente una relazione. È una relazione pornografica. (Sinossi nel retro della VHS di Panorama)

Chissà cosa si saranno immaginati di vedere i lettori di Panorama, di ritorno a casa, tenendo sottobraccio la rivista e la VHS di “Une Liaison Pornographique”. Già l’uso della parola “pornografico”, per quanto solo nel sottotitolo (che però è il titolo originale del film) metteva un fremito addosso, no? Da noi in Italia il film è uscito con il titolo “Una relazione privata” e ricordo che un po’ di sensazione la provocò al tempo.

Non ci pensavo da decenni, ma adesso che l’ho rivisto, dopo che l’ho pescato dalla scatola di VHS ai miei piedi, mi è tornato in mente il trailer in TV e probabilmente qualche articolo di approfondimento sulle riviste cinematografiche di quegli anni che compravo e talvolta mi sforzavo anche di leggere.

Un uomo e una donna che si vedono solo per scopare: niente di personale, tutto lì. Hanno una fantasia che vorrebbero realizzare. Onestamente non ho ben capito se si tratta dell’incontro tra sconosciuti che fanno sesso in sé o se una volta saliti in albergo sia qualcosa d’altro. I due personaggi, ascoltati e intervistati da una voce off, non entrano nei particolari, mai, per quanto sollecitati a più riprese.

Ricordo che una volta una diva dei film a luci rosse cercò di spiegare in una trasmissione di Giuliano Ferrara, “Lezioni d’amore” dei primi anni 90, quale fosse la differenza tra erotismo e porno.

“Erotismo” disse l’attrice, “è la storia tra un uomo e una donna che fanno sesso. Porno è una storia tra un cazzo e una fica”.

Nel film “Una Liaison Pornographique” di pornografico c’è solo il titolo e se proprio vogliamo, il sesso diventa la parte più pura e senza ambiguità dell’intera questione.

I due si dicono giusto il nome, dovranno evitare qualsiasi altra informazione privata. Devono solo fare sesso, ma limitarsi a quello, goderselo fino in fondo senza andare oltre.

Come avrete già capito qui non si batte chiodo. I due scopano e parecchio, ma tutto, compresi noi spettatori, resta fuori dalla porta della stanza d’albergo dove vanno a farlo ogni volta che si incontrano, in un giorno fisso della settimana. Mi pare giovedì.

Il film è fatto di sguardi, silenzi, tazzine di caffè, sorrisi, mezze frasi, improvvise angosce.

Probabilmente i figli dei lettori di Panorama devono essere rimasti col fuciletto in mano e nessun colpo sparato in aria, alla fine del film, dato che la sola scena di sesso, è persino meno eccitante degli sguardi, le tazzine, i sorrisi, i silenzi e le improvvise angosce di cui sopra.

C’è solo una scena di sesso, ma è tipicamente pudica. Sapete quando lei sta sopra ma ha le lenzuola avvolte al giro vita? Ecco.

I due sono lì, lei su di lui.

Gli confessa che ama parlare mentre fa sesso e che le piace dire “certe cose”.

Lui non ha nulla in contrario.

Intanto la donna si muove col bacino e lui sembra gradire molto.
Dopo un po’ però ecco che l’uomo le domanda di fermarsi perché sente qualcosa di strano.
“Che succede” domanda lei, “non ti piace?”
“Certo che mi piace”
Poi aggiunge che gli sta piacendo troppo.

Troppo rispetto a cosa? Alle sue aspettative. Evidentemente lui credeva che scopare senza amarsi o conoscere l’altro non potesse arrivare a quei livelli di passione e abbandonarsi completamente davanti a chi non si ha la più vaga idea di chi sia, è spaventoso.
Chi ha un po’ di esperienza a letto sa che la scopata può essere un lungo e frastagliato viaggio pieno di imprevisti e cambi di programma. Ecco quindi che i due si ritrovano ancora a letto ma parlano e poco dopo lasciano perdere perché lui ha perso lo slancio.

Questo realismo mi piace, ma continuo a pensare al giovane degli anni 2000, il figlio della famiglia Panorama, che avrebbe voluto segarsi con la videocassetta “pornographique” di papà e non succede niente. Il suo disappunto davanti a uno sviluppo così “smosciante” è totale.

Non sa che un giorno dovrà fare i conti con situazioni simili e che forse gli conviene seguire meglio il film perché il sesso non è quello dei porno, ma questo di chi gode troppo e si ritira. Beh, adesso lo saprà l’ex giovinastro di Panorama. E forse si ricorderà di quel momento smosciante davanti al film dei genitori.

Fa caso vedere come negli anni 90, (proprio sul finire del decennio dato che il film uscì nel 1999), ancora internet non fosse la “zona calda” degli incontri tra sconosciuti ma qualcosa si stava muovendo in quella direzione.

Le coppie vogliose potevano formarsi rispondendo ad annunci anonimi presi da un sito per adulti, ma non c’era nessun aggregatore, non una app di incontri.

Allora, quando il film mise davanti a tutti questa situazione di puro sesso tra estranei, ci fu chi la buttò sul sociale dicendo che il segnale dell’inizio di un declino civile in cui le persone avrebbero “viaggiato sole nel buio della notte”, ma con le mutande umide.

In Europa si discusse molto di come la tecnologia stesse cambiando i legami sociali. Molti articoli parlarono del film come dello specchio appunto della “Generazione Minitel” (o della primissima internet).

I sociologi ci videro la rappresentazione della solitudine dei quarantenni metropolitani, incapaci di comunicare se non protetti dallo schermo di un annuncio o dall’anonimato.

Ma quello che i sociologi del 1999 chiamavano “alienazione tecnologica da fine millennio”, oggi lo chiamiamo semplicemente “un giovedì pomeriggio qualunque su Tinder”.
Quella che sembrava una distopia sociale era solo la preistoria del rimorchio digitale.

Non era immaginabile quanto oggi la gente avrebbe usato le evoluzioni di Minitel, non solo per scopare e fare una vacanza settimanale dal proprio oceano di solitudine, ma per formare una famiglia, riallacciare vecchie relazioni interrotte in tempi analogici. Ci si innamora dopo che un sistema informatico vi metta davanti qualcuno abbastanza attraente e con interessi vicini ai vostri. A me è capitato.

Certo, oggi sarebbe impossibile quel gioco di misteri e silenzi tra due persone che non si conoscono e vogliono continuare a non darsi informazioni, in un mondo in cui siamo presenti su due o tre social e le nostre vite sono spiattellate in tutte le direzioni. Credo sia piuttosto difficile per uno spettatore del 2026 immedesimarsi nel senso di vertigine che i due sconosciuti provano, in una grande città come Parigi. Si vogliono, si prendono, ma non saprebbero rintracciarsi e soprattutto non hanno idea di chi hanno davanti. C’è il rischio, il brivido e il dubbio.

Io stesso mi sono reso conto di non seguire davvero lo slancio dei protagonisti. Oggi se uscissi con qualcuno che sa il mio nome e cognome, grazie al blog Sdangher, ai libri che ho scritto e al mio profilo facebook, conoscerebbe prima di incontrarmi davanti a un caffè, ogni trauma passato e le mie perversioni preferite, quante figlie ho e in che situazione famigliare mi trovo.

Il vuoto che prova lui quando la vede andar via nella metropolitana, mentre la insegue ma la perde di vista, oggi sarebbe impossibile. Da adolescente in giro per la città seguivo sconosciute carine e poi le perdevo di vista e non potevo più fare nulla. Ora è fattibile questo smarrimento, ma sempre di meno.

Nel film a un certo momento dilagano i sentimenti, premono le paure, i bisogni, le speranze.
Fino al giorno in cui lei gli dichiara un amore immenso e incondizionato. Lui piange perché è la prima volta che qualcuno gli dice una cosa del genere. E poi si lasciano per sempre.

Dopo molti anni ho scoperto che lei, Nathalie Baye, è morta in seguito una malattia neuro-degenerativa e lui, Sergi Lopez, è ancora vivo ma sformato, panzone e affannato in un mondo di cinema-festival sempre più crudi e disperati. L’ho rivisto nel deserto del Marocco in cerca di una figlia e poi perduto che più perduto non si può. Sto parlando (ancora una volta) del meraviglioso e agghiacciante film Sirat.

A volte faccio un gioco e continuo la storia dei personaggi di un film, associandola alle storie dei personaggi di altri film che quegli stessi attori hanno interpretato dopo o magari, mescolando il tutto con ciò che gli capita nella realtà.

In tal caso i due amanti si salutano davanti all’ennesimo caffè e bicchiere di liquore. Si amano tanto ma hanno deciso di non seguitare a vedersi. Lui si risparmierà di assistere al suo decadimento mentale. Lei non sarà il fantasma della moglie con cui l’uomo parla durante la tempesta di sabbia, dopo che il figlio è morto.

Lei nel 1999 è ancora bella, una piacente milfona prima che “American Pie” sdoganasse questo concetto. Come scrive Morandini, in “Una relazione privata” è per la prima volta quasi carismatica. Lui gioca di rimessa ma se la cava molto bene. A pensarci un po’ meglio, non so quanto sarebbero stati erotici quei due loro corpi in azione.

Si tratta di una relazione sessuale tra due persone che si piacciono tra loro, ma non due bellezze universali. Sono un uomo e una donna maturi, normali.

Lei è più grande di lui e la cosa si nota, anche se nel film non mi pare ne parlino. È l’età anagrafica degli attori a portare questo particolare nella storia, che il regista forse non ha pensato di voler sfruttare.

Con uno spunto simile mi vengono in mente altri titoli usciti più o meno nello stesso periodo; segno che il tema era nell’aria.

Uno è un corto di Abel Ferrara, “Love on the A Train”, interpretato da Rosie Perez e Michael McGlone, su due sconosciuti che si incontrano in metro e scopano in mezzo alla gente fin quando lui non tenta di conoscere lei. A quel punto la donna se ne va e lo lascia lì sdegnata.

Poi c’è il film “Intimacy – Nell’intimità” (2001), diretto dal regista Patrice Chéreau, su due che si incontrano e scopano, scopano, scopano, senza sapere niente l’uno dell’altra.

Di seguito ce ne sono stati altri appresso: “9 Songs” di Winterbottom (2004), “Lie with Me – Il sesso secondo lei” (2005) di non ricordo quale regista canadese; questi film affrontavano il sesso tra sconosciuti con un’ansia apocalittica che oggi mi fa un po’ sorridere.

Si immaginava che la carne potesse essere l’ultimo rifugio mentre tutto cadeva, ma non c’era da stare allegri.

“The Dreamers” di Bertolucci, nonostante le apparenze vitalistiche ne è un altro esempio. La vera rivoluzione del ‘68 era il sesso vissuto liberamente, in modo gioioso, non la violenza contro i poliziotti nelle strade. Purtroppo la gioiosità sensuale di Bertolucci in questo film è solare e trascinante quanto una visita ai musei vaticani.

Sono tutti film usciti come un lungo treno sensorio sulla groppa schifosa e iettatoria del Millennium Bug. Bernardone tra l’altro è autore del capostipite di questo avamposto della caduta degli dei della carnalità: “Ultimo tango a Parigi” (1972) dopo i colpi sferrati alla nuova società, dalle tesi alienanti di Antonioni.

Solo che mentre l’atmosfera nichilista del capolavoro di Bertolucci era in parte una denuncia funerea della fine della rivoluzione, in questi “casi scoperecci” del nuovo millennio, la riflessione si faceva tragica ma vacua.

Ci si interrogava nel 1999, in modo piuttosto tetragono, sul futuro delle relazioni sessuali davanti alla turbo-emancipazione della donna, alle tecnologie in avanzata assoluta e la sempiterna morte dei valori.

In molti di questi film le persone sole non vogliono mettersi più in gioco. Cercano un po’ di piacere fisico, un’energia carnale da scorreggine. Preferiscono non trasformarsi e sprigionarsi oltre i confini comportamentali e sensuali del patto stabilito tra scopatori-conoscenti-codardi, poi evolutosi in “to being scopamici” qualche anno dopo.

L’esserci di Heidegger, nasce e muore in un letto d’albergo.
Da allora fino a oggi, ogni film o serie televisiva ci dice che il sesso non basta, che la donna emancipata è ancora più disperata e pazza e povera e sola e che la seduzione filtrata dalla tecnologia è un vicolo cieco. Prima o poi ci si deve mettere in gioco sul serio. La vita è altro e le relazioni umane vanno vissute fino in fondo. C’è però tutto un mondo di persone felicemente sole e promiscue, schiave della tecnologia ma femminilmente emancipate che non si sentono rappresentate dal sistema culturale odierno. Magari qualcuno leggerà questo mio pezzo e si farà viva. Lo spero tanto.