Facciamo chiarezza subito, prima che qualcuno tiri fuori il solito discorsetto da bar sul “gruppo storico che non sbaglia un colpo”: i Killing Joke hanno sbagliato colpi eccome, nella loro carriera. Ma tra il 2003 e il 2015 hanno fatto una cosa che a quasi nessun gruppo post-punk/industrial della loro generazione è riuscita: sono invecchiati diventando più pericolosi, non meno. Cinque dischi, dodici anni, zero pacche sulle spalle. Andiamo a vedere il cadavere sul tavolo, punto per punto, senza pietà.
Killing Joke (2003) il disco che ti ricorda che avevi torto – Partiamo dal fatto che questo è l’omonimo numero due, il primo era il 1980, e il messaggio implicito è chiaro come una mazzata sui denti: “ricominciamo, e stavolta lo facciamo con rabbia vera, non con la nostalgia da reunion tour”. Nel 2003 il post-punk era già stato masticato, digerito e rivenduto in salsa revival da mezza scena indie con la giacca di pelle presa in prestito, e i Killing Joke, invece di accodarsi al trend che loro stessi avevano involontariamente generato, hanno deciso di ricordare a tutti chi ha inventato il genere e chi lo sta solo scimmiottando. Jaz Coleman canta come se stesse esorcizzando qualcuno, con quella voce che sembra uscire da un pulpito crollato a metà messa, e Geordie Walker tira fuori un muro di chitarra che sembra la fine del mondo annunciata alla radio, tutta armonici stridenti e accordi che non risolvono mai, perché la risoluzione, in questo disco, non è prevista. Dietro la batteria c’è un certo Dave Grohl, che a quanto pare quando non deve fare il simpaticone da stadio con la chitarra acustica sa ancora suonare come se gli avessero rubato la macchina: pesante, essenziale, senza fronzoli da tecnico navigato, esattamente come serve a un disco così. Il risultato è un lavoro che non fa sconti: pesante, ossessivo, claustrofobico, prodotto con quella densità che ti schiaccia il petto già dalla prima traccia. Non è un disco per chi vuole “riscoprire i Killing Joke con leggerezza”, magari dopo averli sentiti nominare in un podcast sul post-punk. Qui la leggerezza è vietata per legge, e chi entra sperando in un singolo orecchiabile da picchiettare col piede esce con la sensazione di aver bussato alla porta sbagliata di un edificio che stava per crollargli addosso.
Hosannas from the Basements of Hell (2006) il figlio scomodo – Se il disco del 2003 era la mazzata, “Hosannas” è la sbronza della sera dopo, quella dove non ricordi bene cosa hai rotto ma sai che qualcosa si è rotto, e la mattina dopo trovi le prove sparse per casa senza riuscire a ricostruire una narrazione lineare. È il disco più difficile del lotto, quello che meno viene citato nelle playlist “greatest hits” perché non si lascia addomesticare: caotico, ipnotico, a tratti quasi ritualistico, con un impasto sonoro più sporco e meno immediato del predecessore, come se la band avesse deciso apposta di disinnescare qualunque cosa somigliasse a un ritornello. Le strutture si sfaldano, i groove si avvitano su loro stessi invece di aprirsi, e Coleman sembra più interessato a evocare uno stato mentale che a scrivere canzoni nel senso tradizionale del termine. Non è un disco che ti abbraccia, è un disco che ti tiene a distanza e ti guarda storto dall’altra parte della stanza, aspettando che sia tu a fare la prima mossa. Molti lo snobbano, lo archiviano come il fratello minore e sfigato del 2003, quello di cui nessuno parla alle cene di famiglia. Sbagliano, ma capisco perché: qui bisogna lavorarci, bisogna tornarci sopra più volte prima che qualcosa scatti, e nel 2006, con l’iPod che aveva già abituato tutti allo shuffle e all’ascolto distratto, lavorare per un disco era già considerato un affronto personale, quasi una mancanza di rispetto verso l’ascoltatore. I Killing Joke, va da sé, del rispetto per la comodità altrui non hanno mai avuto una gran considerazione.
Absolute Dissent (2010) la reunion che non doveva funzionare (e invece)…
Ecco poi il colpo di scena – Tornano Youth al basso e Paul Ferguson alla batteria, cioè la formazione originale al completo per la prima volta in studio dal 1982. In mezzo ci sono quasi trent’anni di rancori, cause legali e dichiarazioni al vetriolo, seppelliti solo nel 2008 quando la morte del bassista Paul Raven spinge i quattro a ritrovarsi prima sul palco per un tour mondiale, e poi direttamente in sala di registrazione. Di solito quando un gruppo storico si “riunisce nella formazione classica” il risultato è un disco fotocopia buono per il tour nostalgia e le magliette vintage vendute al merchandising, un esercizio di stile per gente che vuole solo risentire le hit del passato riverniciate. Qui no. “Absolute Dissent” è furioso, politico, diretto, pieno di testi che se la prendono con la finanza, il potere, il controllo delle masse, il tutto senza mai scadere nello slogan da striscione, e soprattutto urgente, come se il mondo dovesse ancora finire e loro fossero gli unici ad essersene accorti davvero, mentre tutti gli altri continuano a scrollare distrattamente. Non è un disco di reduci che si guardano allo specchio contando le rughe. È un disco di gente incazzata che ha ancora qualcosa da dire, e lo dice più forte di prima, con un suono compatto e muscolare che non concede nulla alla ruggine degli anni. Se dovessi consigliare un solo disco a chi pensa che i Killing Joke siano solo “quelli di Love Like Blood” da citare quando serve fare i colti in discoteca, parte da qui: capirà in tre minuti che si stava sbagliando di grosso.
MMXII (2012) l’apocalisse come genere musicale – Il titolo dice già tutto: 2012, calendario Maya, fine del mondo annunciata (di nuovo, perché ai Killing Joke la fine del mondo piace annunciarla con regolarità, tanto che a questo punto sospetto ci facciano gli auguri di Natale). Rispetto al predecessore il disco è più atmosferico, più dilatato, meno diretto alla giugulare e più interessato a costruire un senso di minaccia strisciante che ti si infila addosso lentamente invece di colpirti subito in faccia. I brani respirano di più, si prendono il loro tempo, indugiano su tessiture quasi cerimoniali, e Coleman canta come un profeta stanco che ha già detto tutto quello che doveva dire e ora si limita a ripeterlo con voce più bassa, sapendo che tanto nessuno gli darà ascolto comunque. È il disco “meno immediato” della fase della reunion, quello che divide di più i fan storici nei forum e sotto ai post nostalgici: c’è chi lo trova il più maturo e stratificato del lotto, capace di rivelarsi solo dopo ascolti ripetuti, e chi invece lo liquida come un passo falso rispetto alla furia diretta di “Absolute Dissent”, accusandolo di essere più cerebrale che viscerale. La verità, come sempre, sta nel mezzo: non è il loro disco migliore, e probabilmente nemmeno vuole esserlo, ma è l’unico che potevano fare dopo aver scaricato tutta quella rabbia nel disco precedente. Anche i profeti dell’apocalisse, ogni tanto, devono prendere fiato prima di tornare a urlare che il cielo ci sta per cadere in testa.
Pylon (2015) tornano a mordere – E infine “Pylon”, che chiude il cerchio riportando i Killing Joke sul terreno aggressivo e industriale delle origini, ma con la consapevolezza di chi ha compiuto tutto il giro e sa esattamente dove vuole colpire, senza più bisogno di dimostrare niente a nessuno. È un disco compatto, cattivo, sferragliante, con quella produzione dura e metallica che li rende ancora oggi un riferimento obbligato per chiunque scriva “post-punk industriale” nella propria bio Instagram senza aver mai davvero ascoltato un disco di questo genere fino in fondo, magari fermandosi al primo singolo su Spotify prima di passare al prossimo hype del momento. I ritmi sono martellanti, quasi meccanici, le chitarre di Geordie tagliano come lamiera, e tutto il disco procede con una scansione quasi militare che non lascia spazio a divagazioni o momenti di respiro gratuito. Accolto bene dalla critica, e a ragione: non è la fotocopia di “Absolute Dissent”, non insegue la stessa rabbia diretta, ha una sua identità precisa, ossessiva, disciplinata nella sua ferocia. Se “Absolute Dissent” era la rabbia della reunion e “MMXII” la sua eco dilatata e cerimoniale, “Pylon” è la sintesi fredda e lucida di tutto quel percorso, il punto in cui la band smette di elaborare e inizia semplicemente a colpire con precisione chirurgica.
Il verdetto, senza sconti – Cinque dischi in dodici anni da un gruppo che nel 2003 aveva già più di vent’anni di carriera alle spalle, un’infinità di cambi di formazione, cause legali interne, dischi solisti mediocri e un’eredità già abbastanza pesante da poter campare di rendita fino alla fine dei tempi limitandosi a suonare “Requiem” e “Wardance” ai festival estivi. E invece no: nessuno di questi cinque dischi è un episodio “onesto ma dimenticabile”, la categoria fogna in cui finiscono il 90% dei ritorni delle band storiche, quei dischi che i fan comprano per dovere e poi non riascoltano mai più. I Killing Joke in questa fase non hanno fatto branding nostalgico, non hanno inseguito il mercato, non si sono ammorbiditi per aprire ai festival generalisti: hanno fatto dischi che fanno ancora male, che disturbano, che non chiedono il permesso. Che è poi l’unica cosa che conta, no? Il resto, playlist algoritmiche comprese, sono solo rumore di sottofondo.

