Ci sono gruppi diventati delle vere istituzioni dell’underground, a distanza di molti anni. Per quanto io pensi di aver ascoltato più o meno tutti i nomi più rappresentativi del genere metal, ne salta sempre fuori qualcuno, definito “un classico”, che non mi sono mai cagato nemmeno di striscio. Devo ammetterlo, non avevo mai ascoltato una sola nota degli Hirax. Conoscevo di fama la band e in particolare il suo istrionico frontman Katon W. De Pena. Sebbene fosse un nero (non mi vergogno a scrivere una cosa del genere) questo tipo ha rivestito fin dagli albori del tape-trading un ruolo fondamentale nello smistamento internazionale di demo e dischi di band emergenti heavy metal. So che ha stretto amicizia in quegli anni con Tom G. Warrior e che il logo “Hirax” così come lo vedete, lo disegnò proprio lo svizzero. Ho letto in diversi libri il ruolo cruciale occupato dalla band di Katon nei momenti iniziali del crossover, ma non mi sarei mai immaginato una voce come la sua e un approccio simile come vocalist.
Oggi puoi guardare una copertina di un disco metal, una foto di una band e sapere già più o meno quale sound e genere siano, ancora prima di spingere play. Tutto, fin dalle immagini è correlato in modo prevedibile e ferreo. Negli anni in cui nascevano gruppi come gli Hirax nessuno poteva “visualizzare” come suonassero e cosa facessero davvero, fino a quando non avesse ascoltato con le proprie orecchie.
Rileggo spesso le recensioni risalenti agli anni storici del genere. Mi entusiasmano perché lo sforzo che quei giornalisti da cameretta facevano per descrivere a chi non ne sapeva nulla, come suonassero i Suicidal Tendencies o i Celtic Frost di “Cold Lake”, produceva dei tentativi descrittivi degni di un esploratore visionario di ritorno da qualche zona sconosciuta del Borneo.
Io pensavo di dover ascoltare un banale urlatore in stile hardcore su un tappeto di riff thrash metal e invece…
Sì, la parte musicale dei primi Hirax, quelli di “Raging Violence”, è abbastanza simile alle prime cose degli Exodus. Se chiudo gli occhi sembra di ascoltare qualche scampolo di “Bonded By Blood”, ma su tutto quel profluvio di riff veloci e taglienti, si erge una voce molto melodica, quasi epica. Katon avrebbe potuto tranquillamente suonare in un gruppo epic metal o power, data la sua estensione e il gusto melodico un po’ marziale.
Certo, non è che il primo album degli Hirax usi quella voce per intonare un ritornello appiccicoso e anthemico. Diciamo che il grosso dei vocalizzi di De La Pena non fa pensare a una narrazione di qualcosa, è più nel registro dell’invettiva. Al più in certi attimi si avvicina alla predica spiritata di qualche profeta inseguito dai diavoli nel deserto. Sembra una specie di John Cyriis o magari un Bruce Dickinson incastrato in un frullatore speed/punk.
Che mi caschino le dita dalla scrivania se ricordo anche una sola nota di questo disco. Persino chi ne scriveva al tempo sulle riviste, per nulla intimidito dalla portata storica che oggi gli Hirax hanno raggiunto, lamentava una piattezza tale che era quasi impossibile distinguere le 14 tracce l’una dall’altra.
Ci sono un sacco di canzoni in questo disco, un po’ alla maniera dei gruppi punk-hardcore. C’è molta energia primitiva e grande entusiasmo. So che gli Hirax al tempo, quindi non solo Katon ma anche Scott Owen alla chitarra, Gary Monardo al basso e John Tabares alla batteria, erano mossi da un codice etico di grande intransigenza. Erano pronti a mandare a cagare qualsiasi discografico gli proponesse un contratto ricco di consigli su come vestirsi e su cosa suonare per fare la grana. De La Pena passava la maggior parte del tempo in cameretta a doppiare cassette, scrivere lettere appassionate ad altri metallari come lui e di notte, a buttar giù testi inferociti sul “pericolo nucleare” che poi avrebbe interpretato con il suo vocione da Valchiria.
Ovviamente firmarono per la Metal Blade.
Katon De La Pena rimane un personaggio irresistibile, al punto da trascendere la musica del suo gruppo. Oggi è un po’ alla stregua di Dan Lilker. Si tratta di quei tipi così pittoreschi e rappresentativi della tenacia underground, da essere quasi trattati come mascotte del metal. Lui, esattamente come l’ex bassista degli Anthrax, è però un tipo pieno di sorprese e un appassionato di musica a 360 gradi. La sua collezione di vinili e nastri è leggendaria, ma non molti sanno che in quel gigantesco archivio, potreste trovare centinaia e centinaia di rarità della vecchia House Music e della Disco, oltre al metal e l’hard rock.
“Raging Violence” forse non è questo capolavoro, ma è un vecchio animale a cui le unghie e i denti non hanno mai smesso di crescere.

