Un altro gruppo storico minore che non mi sono mai filato granché sono i Vicious Rumors. Ovviamente li conosco, ho ascoltato “Digital Dictator” e ho anche scritto di alcuni album degli anni 90, ma non mi ci sono mai soffermato davvero. Da qualche giorno mi tengo compagnia con il primo album, “Soldiers of the Night” e devo dire che sono rimasto sorpreso. La produzione non è il massimo ma è un disco uscito per la Shrapnel Records, la casa discografica del vate dei guitar hero Mike Varney e la cosa non mi sorprende. Lui tendeva a mandare tutti gli artisti scritturati nel medesimo studio di registrazione (Prairie Sun Studios a Cotati, in California, che era poi il quartier generale della Shrapnel), con un budget risicato e tempi rapidissimi.
Probabilmente date le condizioni, l’album dei Vicious Rumors è venuto pure troppo bene. Di sicuro rappresentò un passo avanti per l’etichetta. Varney aveva già scoperto alcuni dei più grandi chitarristi metal anni 80 (Yngwie Malmsteen, Marty Friedman, Paul Gilbert e Jason Becker) e aveva per le mani un nuovo bambino prodigioso del Delaware, vale a dire Vinnie Moore. Era molto giovane e nel suo curriculum c’erano soltanto ore e ore passate nei locali della sua città a suonare cover di Led Zeppelin, Queen, Jeff Beck e uno spot pubblicitario per la Pepsi dove suonava lui il pezzo e gli venivano pure inquadrate le mani, ma se il volto era di un altro chitarrista: Derry Grehan degli Honeymoon Suite.
Quando Varney sentì cosa avevano da proporgli i Vicious Rumors capì che era l’occasione perfetta per dimostrare che anche la sua Shrapnel, specializzata in album strumentali, potesse competere con le altre etichette underground incentrate sui gruppi, come la Metal Blade. Inoltre, quella band power metal assatanata della Bay Area, sembrava il nido perfetto per il suo piccolo cigno Moore.
Il patto tra Mike e Geoff Thorpe, leader e principale compositore del gruppo, fu quello di scritturare e produrre la band, a patto che offrissero asilo a Vinnie. Fu un compromesso ideale che diede ragione a tutte le parti in causa: Moore ci ricavò un bel lancio pubblicitario nel metal underground prima di pubblicare il suo meraviglioso disco solista “Mind’s Eye” (articolo di Marco Grosso qui, se volete) Mike vendette 140’000 copie dell’album in tutto il mondo, risultato notevole per un progetto indipendente che oggi sarebbe impensabile e il gruppo guadagnò popolarità e credibilità ad ampio raggio nella scena, prima di sfondare definitivamente col successivo “Digital Dictator”.
Anche se nel tempo so che il “Soldiers of the Night”, per molta critica pigra è “solo l’album dove suona Vinnie Moore” e non il disco di un super-gruppo power metal chiamato Vicious Rumors, la band piano piano ha riguadagnato la centralità in questo progetto.
Del resto, ascoltandolo adesso è palese quanto poco quello shredder, pure se fuori dai range ordinari, fosse debordante e avulso alle strutture serrate ed epiche dei Vicious Rumors.
Tra il gruppo e lui fu un rapporto diretto e senza ipocrisie. Quindi non mi stupisco se, ancora prima che il disco uscisse, il chitarrista ringraziò e si dileguò.
A detta di lui sarebbe pure rimasto, ma loro erano intenzionati a diventare ancora “più brutali e thrash metal” e lui invece era tipo da hard rock e melodie neoclassiche.
Vinnie Moore nel disco fa grandi cose, lo ammetto. Lo strumentale all’inizio (“Premonition”) e soprattutto i due minuti di svise e interludi funambolici per chitarra elettrica di “Invader” sono davvero manualistici, gustosi e si meritano la fama che ancora oggi hanno tra gli appassionati di iper-tecnica della sei corde, ma si tratta di segmenti che potrebbero essere scorporati dal disco e non togliere nulla a “Soldiers of the Night”, diciamo la verità.
Le canzoni sono il piatto forte per me e dico di più: se già alla solista ci fosse stato Mark McGee “Soldiers of the Night” sarebbe stato un album ancora più avvincente e riuscito. So però che senza quel compromesso tra Thorpe e Varney probabilmente i Vicious Rumors non avrebbero fatto il disco, quindi lasciamo perdere i se e i ma.
Dopo quell’album Varney, preso atto della decisione di Moore di non continuare con la band, iniziò a proporre altri nuovi astri pirotecnici al povero Geoff (Joe Holmes, Kirk James e soprattutto Tony MacAlpine) ma per quanto mi sia suggestivo oggi immaginare “Digital Dictator” con uno di questi spericolati schitarratori dell’apocalisse, è molto meglio come andarono le cose davvero. Thorpe disse a Mike che si era rotto di dare asilo a questi mostri e propose un chitarrista tecnico ma non appariscente e giusto per le dinamiche e lo stile dei Vicious Rumors.
“Soldiers of the Night” è pieno di brani power enormi che meriterebbero di essere dei classici e non lo sono. Io amo alla follia la melodia portante di “In Fire”, così originale e trascinante insieme; adoro anche l’approccio doom di “Domestic Bliss” con quell’arpeggio maligno che sfocia nelle muraglie di armonie eroiche della seconda parte.
Ricordo di aver letto qualche riserva a proposito del cantante girovago dell’underground Gary St. Pierre (già negli Hawaii di Marty Friedman e per un pelo quasi, che ci crediate o no, cantante dei Dokken prima che Don decidesse di farlo lui). Secondo me sul disco lui canta alla grande. Sicuramente Carl Albert è più interessante e adatto a supportare l’evoluzione robusta dei dischi successivi, ma qui Gary è perfetto. Anche lui come Moore se ne va all’improvviso, poco dopo l’uscita del disco, probabilmente perché non interessato a sottostare alla guida univoca di Geoff Thorpe. Chissà che fine ha fatto?
Dopo una ricerca scopro che nel 1986 fece un demo con i Crossfire, un’altra power metal band della Bay Area che non sarebbe mai arrivata al contratto e poi cantò con gli Spitfire e altre situazioni minori. Oggi è fuori da ogni giro, vive sereno la sua vita sapendo che nel mondo c’è un discreto numero di matti che darebbero un rene per conoscerlo, dati i suoi trascorsi con Hawaii e Vicious Rumors.

