Quando il merlo cantava al crepuscolo – Il profetico Hard Saturnino dei Saraya

AVVERTENZA PRIMA DELL’USO: tutti quelli che dicono non sono necessari molti soldi per fare buoni dischi, non proseguano la lettura. Qui i costi rapportati all’inflazione storica parlano di oltre 500’000 euro, oggi la differenza nella qualità del suono fra il Rocke il Pop sta in questo e anche da ciò passa la capacità di lasciare ancora un segno, perché “produzione” vuol dire anche arrangiare i brani con veri professionisti e non solo “snaturarne l’identità originaria. Altrimenti, si fan cose indegne pure d’un demo di “Giggi” Allin.

Ci sono storie che fanno pensare tanto, ma più che a quel che è stato, a ciò che avrebbe potuto essere. Era il 1989 quando i Saraya esordivano con una percentuale di alto rischio: lo scenario con la donna al comando di un gruppo di capelloni era ormai saturo, ma il peggio è che c’era qualcosa che non funzionava a dovere nella musica.
C’è chi dice fosse la cantante, sbiadita al confronto di altre divette hard rock di fine anni 80. In apparenza era vero, perché Sandi Saraya era capace in tutto e non eccelleva in nulla: buona voce ma non eccelsa, un passabile carisma, l’aspetto di una dignitosa rockettara, autrice di testi a dir tanto decorosi.

Invece il chitarrista Tony Bruno era un vecchio volpone e aveva compreso che Sandi era perfetta non essendo primadonna rompiscatole e quei suoi quarti posti sui podi dei maniaci delle classifiche, denotavano solo margini di miglioramento.

Il primo disco era buono ma non primeggiava: catalogato come AOR, voleva essere la risposta più leggera a “Seventh Star” di Toni Iommi, tant’è che Sandi ha sempre citato quel genio di Glenn Hughes come influenza vocale e inoltre le tastiere ricordavano quelle di Geoff Nichols e (oh guarda!) c’era anche Jeff Glixman alla produzione.

Non erano i soliti brani festaioli: c’era un’aria di malinconia che culminava in un’ambiziosa rapsodia di sei minuti intitolata “Drop the Bomb”, vero sogno di Doom al cromo.

Come insegnano i Black sabbath, cromare il Doom non rende, il disco quindi ebbe risultati discreti in classifica ma fu poco compreso. Nel magico paese hard’n’heavy, mentre tanti cercavano i nuovi Bon Jovi e Motley Crue nell’idea che quello spettacolo fosse eterno, non si accorgeva nessuno di quel che veniva rimestato nel nordovest statunitense.

Arrivò il 1991 e Toni Bruno grazie al numero 63 su Billboard riuscì ad avere sotto mano il grande producer Peter Collins (abbiamo parlato di lui a proposito dei Rush di “Power Windows”), recandosi da lui con un cruccio da risolvere: come far emergere di più la chitarra? Gli sembrava infatti che il pubblico fosse stufo delle tastiere e che bisognasse ispessire il registro espressivo. C’era bisogno d’un suono aggressivo e caldo e in questa potenziale nuova alchimia, le tastiere andavano sacrificate, secondo lui.

Collins ascoltò, ci pensò su e poi spedì i Saraya a incidere il nuovo disco nella più profonda Lousiana, da Gene Foster. Poi ci lavorò lui stesso. Il risultato dell’immersione in una località boschiva e acquitrinosa fu “When the Blackbird Sings”, lavoro fortemente impregnato degli umori di quel territorio umido e cupo.

Ma se la geografia è un’arte di connessioni, allora la Seattle in cui veniva rimestato qualcosa era il palcoscenico occulto di questa vicenda: Sandi nelle interviste aveva iniziato a parlare delle Heart; Bruno era sempre stato fedele a Hendrix (lo ha poi citato in spettacoli teatrali e amplificatori per la Vox) e Collins era stato l’architetto di “Operation: Mindcrime”. Con loro il produttore però aveva fatto l’opposto del lavoro con i Rush e il risultato pareva la loro immagine specchiata: tanta chitarra, suoni massicci, canzoni lunghe eppure tutto poliedrico proprio come in “Power Windows”.

Nel caso dei Saraya, nell’economia del suono Sandi cresceva, Tony si sbizzarriva, la sezione ritmica era segnata dagli andamenti possenti di Chuck Bonfante e dal basso grasso e tagliente di Barry Dunaway. Aver tolto le tastiere funzionò, ma la suggestione di come potrebbero suonare i brani impreziositi da quel talento che era Gregg Munierm, resta.

Il disco è lungo, dal clima drammatico e con un’attenzione alla realtà che spazza via gran parte della retorica che annoia sui “superficiali” anni 80. Si tratta di una cattedrale sonora dove la metallurgia del gruppo del New Jersey incontra il fango della Lousiana in un AOR sludge, un Hard Saturnino, un Glam al Tungsteno.

La rassegna dei brani è quasi limitante rispetto all’ascolto, siate indulgenti: “Queen of Sheba” è un torrente cupo che esonda nel Glam, “Bring Back the Light” oscilla fra l’abisso e la redenzione inframezzati da paesaggi purgatoriali. “Hitchin’a Ride” segue la strada di Tesla e Black Crowes, però partendo dal blues giunge a una versione scura e massiccia degli Aerosmith.

Poi arriva “When You See Me Again” e si torna nel 1984 fra i Ratt di “Lay It Down”, ma in versione epica. Il disco sbeffeggia le falsità su Glam e Hard Rock: “Tear Down the Wall” è la magica combinazione del Class Metal e Suzanne Vega; Lion’s Den” è festaiolo in zona Van Halen ma con batteria da Jug band.

“In The Shade of the Sun” è il fosco e inesorabile palcoscenico per la voce che raggiunge estesi apici espressivi. Il viaggio si chiude col brano più elettrico: “White Highway”, seguito da quello più acustico, New World”.

In questa messe abbondante, il disco contiene due canzoni che parlavano a chi avrebbe dovuto ascoltare: a differenza dei colleghi, i Saraya non han mai inveito contro o lisciato il pelo al Grunge, ma lo compativano. Il merlo cantava al crepuscolo degli anni 80 e la canzone che ne porta il nome supera il registro di Seattle sul suo terreno con una rielaborazione dei Led Zep, laddove la nevrosi gotica delle chitarre dei Soundgarden e i cori da penitenti degli Alice in chains, venivano rielaborati, migliorati e redenti.

La sensazione che chitarra e voce si imitino dura tutto il disco e giunge a compimento nel metacapolavoro “Seducer”: la prima canzone a inserire brani del documentario “Streetwise”, che nel 1984 mostrava la vera vita di strada a Seattle, in cui ragazzini sbandati e tossici si prostituivano e rubavano, morivano (anche per mano di omicidi seriali) o si rialzavano.

Un brano che pesca fra psichedelia e progressioni di chitarra quasi alla Paradise Lost, quando Sandi urla “Gimme Wings to Fly” citando uno dei protagonisti morto d’overdose prima dell’uscita della pellicola. Qui i Saraya parevano dire ai grungies “attenti, l’industria vi usa e il vostro giocare con la morte dovrebbe rispettare chi nella vostra città vive e muore nello sporco, nel sangue, nella merda”.

Sandi chiuse la sua carriera musicale quando la Polygram sabotò promozione e distribuzione dopo che l’aveva privata dei diritti sul materiale e chiesto di assumere l’immagine da puttanone. Al suo rifiuto, seguì lo spietato e sistematico smantellamento del personaggio.

Schifo e fastidio: cosa sarebbe successo se quel disco fosse stato adeguatamente spinto, prima dell’uscita di “Nevermind”? Magari “The Blackbird Sings” avrebbe dato impulso a tante cose: aumento delle donne nel genere, allargamento degli orizzonti espressivi e contenutistici ma senza perdere la parte più giocosa del rock. Chissà che oggi potrebbe avvenire proprio ciò se risalisse negli ascolti delle generazioni y, z, alfa, radice di qualcosa…

E l’attualità?

Se volete la stretta contingenza, cercando notizie mi sono imbattuto nel loro canale YT, su cui è avvenuta una scoperta oltre il paradosso: cos’hanno in comune con Pendragon, YES, Architects, ASIA, Dark tranquillity, Living Colour, Caliban, Gong e Death?

Beh, ci sono soggetti che pubblicano musica fatta con l’IA e viene piazzata sui canali di quei gruppi, ma sono loro a riscuotere e non i musicisti. Se volete ascoltarla fate pure e buon divertimento, a me quella roba fa schifo.

Nel caso dei Saraya, un finto disco indegno pure della paccottiglia svedese ha sollevato sterili discussioni fra finti appassionati di Hard’n’heavy, annoiati che della musica poco amano se non l’adrenalina di qualcosa che rompa la loro sterile noia.

Ecco i frutti di decenni di rassegnazione e cinismo: individui incapaci di stupore che provano ogni brivido per fingere di sentirsi vivi. Vado ad ascoltarmi il messaggio lucido e compassionevole dei Saraya, certo che potrebbe sanare i frutti di un trentennio che spinge le persone verso acquiescenza e cinismo, cose di cui l’industria ringrazia.

Certo i miti hard’n’heavy non sono rivoluzionari, tanto è che Tony Bruno lavora oggi per Rihanna.

Bella roba, vero?

Ma certi messaggi passano anche attraverso artisti che ne diventano ierofanti inconsapevoli. E allora, grazie ai Saraya per “The Blackbird Sings”.