Cartoline di piombo da Honolulu- Quando Marty Friedman faceva lo speed metal in camicia hawaiana

Prima che Marty Friedman diventasse il chitarrista più rimpianto dai fans dei Megadeth (insieme a Chris Poland) e ancora prima che fondasse i Cacophony assieme a Jason Becker sotto la supervisione del vate Mike Varney, il chitarrista era il leader fondatore di una band chiamata Hawaii.

Gli Hawaii, perdonate il gioco di parole, vivevano alle Hawaii. Non si trattava di un nome suggestivo scelto da una band inglese tanto per dare un tocco di esotismo vacanziero al progetto; questi erano proprio dei ragazzotti residenti, nati o trapiantati alle Hawaii, nello specifico a Honolulu.

Marty Friedman si trasferì sull’isola da adolescente e io immagino l’umore quando si rese conto che le sue gloriose ambizioni nel mondo del rock and roll in quel paradiso poteva anche scordarsele per sempre. Non riusciamo a capirlo oggi, con la rete che connette ogni angolo del mondo e garantisce a tutti grandi opportunità, cosa poteva significare per un pugno di adolescenti degli anni 80, tutti in fissa col metal, su un avamposto turistico lontano 4.000 chilometri dalla costa californiana.

Honolulu non aveva una scena, non esistevano etichette locali interessate a pubblicare gruppi hard & heavy, gli studi di registrazione lì erano specializzati in musica pop o lounge turistico. Nessuno sapeva dove mettere le mani per la realizzazione di un album speed metal.

Marty, che veniva da Washington D.C., sfruttò al massimo il circuito del tape trading e riuscì ad arrivare a Mike Varney. Lui mise sotto contratto gli Hawaii pur sapendo che quel pugno di ragazzi non sarebbe stato in grado di andare in tour con un furgone in giro per l’America, isolati com’erano.

Eppure non gli interessava perché aveva capito che Friedman era un cazzo di fenomeno e lo voleva nella scuderia della Shrapnel.

Anteriormente al disco che sto ascoltando dal fine settimana, vale a dire “The Natives Are Restless”, uscito nel 1985, la band aveva pubblicato con Varney un altro album completo “One Nation Underground” (1983) e un EP, “Loud, Wild and Heavy” (1984), entrambi fermatisi a cifre buone ma da puro underground (qualche migliaio di copie).

Tra l’altro il cantante Gary St. Pierre, di cui ho già parlato poco tempo fa in occasione dell’articolo sul primo album dei Vicious Rumors, qui si comportò in modo simile a quando stava nella band di Thorpe.

Accannò il progetto poco dopo l’uscita del primo disco, comportandosi in modo disastroso in occasione del concerto di presentazione dell’album nel pieno centro di Honolulu (Concert Hall del Blaisdell Center) poi si trasferì nella Bay Area per unirsi appunto ai Vicious Rumors, lasciando Friedman senza un cantante e un disco da promuovere. Le motivazioni erano sostanzialmente due: non condivideva le mire della leadership, vale a dire Marty, e aveva capito che rimanere lì alle Hawaii significava morire.
Friedman gli avrebbe dato ragione seguendo l’esempio qualche anno dopo, ma prima cercò di andare avanti. Intanto reclutò un suo ex comprimario nella band che aveva a Washington D.C., Eddie Day (nessuna parentela col primo vocalist dei Maiden) e con lui portò avanti il gruppo per altri due anni, pubblicando l’EP di cui sopra e il secondo album ufficiale. Con esso però Friedman tentò un percorso differente.

Non rinnovò il contratto con la Shrapnel, una volta scaduto e mise su tre ingaggi separati con etichette distinte per far arrivare il disco in più luoghi possibili.

Di “The Natives Are Restless” se ne occuparono la Shockwaves Records per gli Stati Uniti, la tedesca SPV per i vari paesi Europei e la Axe Killer Records per la Francia (di questi bighelloni ho scritto riguardo ai Royal Air Force).

Nonostante il piano fosse valido e “The Natives Are Restless” appetibile per il mercato, Marty capì presto che senza un gruppo in tour nei vari paesi, quei dischi non si sarebbero venduti, non abbastanza.

Così sciolse gli Hawaii e partì anche lui alla volta degli uffici di Varney, mettendosi a sua disposizione. Da lì in poi, Cacophony eccetera eccetera.

Cosa ci resta degli Hawaii? Alcuni elementi non andarono oltre questa esperienza mentre altri fondarono i Liquid Mirror e si trasferirono poi a Los Angeles. Di loro parleremo più avanti. Appena Friedman lasciò l’isola collassarono.
Non ho mai ascoltato il primo disco e l’EP. Conosco solo l’ultimo album e posso dire che, per quanto sia un lavoro importante per gli appassionati del chitarrista (la strumentale Omichan no Uta, basata su un canto tradizionale giapponese è giustamente di culto) e una vera prelibatezza per i collezionisti di vinili, non è questo granché, ormai. Le canzoni, non tutte brutte, sono un alternarsi di heavy speed metal da caserma alternato a scadenti inni anthemici scippati agli AC/DC.

Solo le costruzioni soliste di Friedman rendono il disco interessante. Spesso è proprio lui e le sue progressioni iper-tecniche in seno a quelle strutture elementari a destituire dall’interno l’approccio banalotto e ruffiano del gruppo.

Non dico che fosse estraneo a quelle canzoni. Probabilmente le scrisse lui o quasi, ma di certo al di là del Pacifico, c’erano già band come i Black N Blue a fare meglio quel tipo di cose.