La nave di Teseo del metal brasiliano – Le impervie stagioni e le infinite mute dei Viper

Immaginate una nave che, invece di farsi riparare tavola dopo tavola, si sfila di dosso l’intero scafo quando quello vecchio non le serve più, lo abbandona come una muta di squame sulla spiaggia, e ne indossa uno nuovo per tornare al largo. Sulla poppa, però, resta sempre dipinta la stessa dicitura. Eraclito diceva che nessuno si bagna due volte nello stesso fiume, eppure continuiamo a chiamarlo con lo stesso nome, convinti che sotto la corrente che muta resti comunque un letto, una direzione. La storia dei Viper, gruppo nato a San Paolo nel 1985, è la cronaca di quarant’anni passati a cambiare scafo cinque volte, restando quasi sempre riconoscibili nella tecnica anche quando il genere cambiava nelle orecchie dell’ascoltatore. È di questo, più che di altro, che vale la pena parlare: di che cosa suonava diverso a ogni approdo e sotto la superficie, mentre il vascello Viper navigava.

Le mappe ufficiali del metal brasiliano segnano di solito due soli porti sicuri, Sepultura per l’estremo e Angra per il sinfonico, lasciando i Viper come una nota a piè di pagina, un trafiletto di poche righe: la band da cui salpò Andre Matos e poco più. È una sintesi che racconta pochissimo del vero motivo per cui vale la pena ascoltarli, cioè un catalogo che attraversa quasi ogni sottogenere metal e non solo degli ultimi quarant’anni senza mai perdere una certa grana riconoscibile nel modo di scrivere un riff.

Il gruppo nasce nel 1985 a Santa Cecília, quartiere di San Paolo, per iniziativa dei fratelli Pit e Yves Passarell e di Felipe Machado. Tra i nomi scartati c’è Rock Migration, curiosamente profetico per una band che avrebbe passato quattro decenni a migrare da un genere all’altro. Alla voce arriva un ragazzino del vicinato, Andre Matos, che sa già suonare il pianoforte, un dettaglio che tornerà utile due dischi più tardi.

Registrano il demo “The Killera Sword”, firmano con l’etichetta Rock Brigade, e nel 1987 salpano con il primo scafo vero. “Soldiers of Sunrise” incrocia un traditional metal di base con un’anima più veloce, quasi thrash, debitrice della New Wave Of British Heavy Metal soprattutto coeva agli Iron Maiden come numi tutelari.

La voce di Matos, ancora acerbissima, taglia i brani con un registro acuto che imita senza troppi complessi Bruce Dickinson, mentre le due chitarre di Yves Passarell e Felipe Machado lavorano quasi sempre all’unisono, senza armonizzazioni elaborate: è un suono di squadra più che di arzigogoli solisti. Brani come “The Whipper” o la title track, la più lunga del disco con quasi sette minuti di cambi di tempo, mostrano già un’ambizione più matura della loro età, mentre “Law of the Sword”, che chiude l’album, resta il pezzo che meglio riassume l’energia grezza e un po’ ingenua di quell’esordio.

È un disco registrato in poche settimane, con un budget minimo, e si sente: ma è proprio quella irruenza acerba, più di ogni presunta maestria tecnica, a renderlo ancora oggi piacevole. Il salto arriva nel 1989 con “Theatre of Fate”. Il gruppo assume un produttore inglese, Roy Rowland, e registra parte del disco in un vecchio studio di San Paolo, di quelli attrezzati fin dagli anni del cinema sonoro per registrare intere orchestre: la differenza si sente subito, negli spazi più ampi lasciati alla batteria e in un uso delle tastiere di Junior Andrade, prima vera evoluzione sonora.

Il brano che racconta meglio questo salto è “Moonlight”, costruito sopra la Sonata al Chiaro Di Luna di Beethoven, dove il pianoforte che Matos sapeva già suonare da bambino trova finalmente spazio dentro un pezzo metal, tra un riff strabordante di pathos e una melodia soave di violino. “Living for the Night”, il brano che diventerà un piccolo classico di culto in Giappone, e “To Live Again”, più breve e diretto, completano un disco che rinuncia a parte della velocità del primo per guadagnare respiro. Quel titolo, “To Live Again”, tornerà a fare capolino ventitré anni dopo, quando il gruppo lo userà per battezzare il tour della propria reunion: un dettaglio che quasi nessuno nota, ma che dice più di molte interviste su quanto la band tenesse a citare se stessa piuttosto che reinventarsi da zero. Di questo gioiello power metal tornerò a scriverne in futuro, statene certi.

Non stupisce che sia proprio l’autore di “Moonlight” a lasciare il gruppo subito dopo, nel 1990, per iscriversi alla Faculdade de Artes Santa Marcelina e inseguire una carriera nella musica classica. L’anno dopo fonda gli Angra, portando altrove esattamente quella vena sinfonica che in “Theatre of Fate” aveva trovato spazio in un solo brano. È una separazione che, ascoltata con l’orecchio giusto, forse era già annunciata inconsciamente.

È qui che la storia dei Viper si separa più nettamente da quella degli Angra. Da “Angels Cry” in avanti, la band di Matos ha condotto una sola, coerente traversata sinfonica, mentre i Viper hanno continuato a cambiare bussola. Va detto che il pubblico compra fedeltà a un suono riconoscibile prima ancora che a un gruppo capace di suonarne quasi ogni variante, ed è per questo che le redini del metal classico brasiliano sono finite quasi per intero nelle mani di Matos e non in quelle dei compagni che lo avevano lanciato.

Privato della propria voce, il gruppo ricostruisce lo scafo nel 1992 con “Evolution”, registrato in Germania sotto la guida del produttore Charlie Bauerfeind. Il genere cambia apertamente in thrash metal: tempi più compressi, chitarre più scarne, e Pit Passarell, promosso da bassista a cantante, che sostituisce l’acuto di Matos con un timbro più ruvido e diretto, lo stesso scambio, dirà anni dopo Machado, tra un Bruce Dickinson e un Paul Di’anno, con le dovute proporzioni.

Curiosamente, però, la vena sinfonica di “Theatre of Fate” non scompare del tutto: tra i musicisti aggiunti compaiono Helge Engelke, che firma gli arrangiamenti d’archi, e Sascha Paeth ai cori, entrambi nomi che di lì a poco diventeranno centrali nella scena power metal tedesca. Sotto la distorsione più grezza resta un filo di classicismo.

Ancora più singolare è la scelta di chiudere il disco con una cover dei Queen, “We Will Rock You”, un pezzo da stadio quasi agli antipodi del thrash che lo precede: come se, pur cambiando genere, il gruppo non riuscisse mai davvero a rinunciare all’istinto per l’inno collettivo. Ricordo nettamente la mia delusione quando comprai il disco a scatola chiusa, aspettandomi gli Helloween e ritrovandomi tra le mani qualcosa di molto più vicino ai Ramones. Soldi buttati, giudicai allora, e in parte lo penso anche oggi.

Il nuovo corso premia comunque il gruppo: nel 1993 escono l’EP “Vipera Sapiens” e il live “Maniacs in Japan”, e l’anno successivo i Viper salgono sul palco del primo Monsters of Rock brasiliano, all’Estádio do Pacaembu, davanti a decine di migliaia di persone, accanto a Kiss, Slayer e Black Sabbath, in quella che la stampa specializzata ricorderà come una delle migliori esibizioni della giornata. Lo stesso Machado, in interviste successive, indicherà proprio questa fase, non quella di Matos, come l’apice commerciale reale della carriera del gruppo.

L’anno dopo il gruppo firma con la Roadrunner Records e vira bruscamente verso il crossover thrash con “Coma Rage”, registrato a Los Angeles sotto la produzione di Bill Metoyer. Le canzoni si accorciano, quasi tutte sotto i tre minuti, i riff si fanno volutamente meno elaborati e più diretti, e la batteria smette di inseguire virtuosismi per limitarsi a sferragliare con un’urgenza quasi punk. Il pezzo “Somebody Told Me You’re Dead” ospita un assolo di chitarra firmato Ernie-C, dei Body Count di Ice-T, un cameo che dice molto su quale scena il gruppo stesse cercando di frequentare in quel momento.

La cover di “I Fought the Law”, inno nato negli anni Sessanta e reso celebre dai Clash, diventa quasi una dichiarazione di intenti per un gruppo che si sente ormai fuori legge rispetto al proprio stesso genere di origine. La virata più radicale arriva nel 1996 con “Tem pra Todo Mundo”, registrato a Rio de Janeiro sotto la produzione di Mayrton Bahia, storicamente legato al suono della Legião Urbana. Il metal lascia il posto a un pop rock cantato per la prima volta in portoghese, con chitarre più pulite, arrangiamenti da radio e un ospite d’eccezione, Dado Villa-Lobos, chitarrista della stessa Legião Urbana, che presta la voce a “Dinheiro”.

Il disco contiene anche una cover di “Mais do Mesmo”, scritta in omaggio a Renato Russo, il cantante della Legião Urbana scomparso poche settimane prima dell’uscita dell’album: un gesto che sposta per un momento il disco fuori dalla propria storia personale e dentro un lutto collettivo che toccava tutto il rock brasiliano. Tra le tracce più originali, però, compaiono anche “Oito de Abril”, che riprende la data del loro primo concerto, e “Quinze Anos”, dedicata agli anni passati insieme: anche nella deriva più lontana, il gruppo continuava a scrivere canzoni su se stesso.

Nessuna di queste virate stilistiche nasceva da un calcolo di mercato: la sequenza dei dischi lo smentisce da sola, perché nessun gruppo sceglie di passare dal crossover thrash al pop in portoghese per inseguire un pubblico che, puntualmente, si è sempre dimostrato più affezionato al disco precedente che a quello nuovo. Chi amava la velocità di “Soldiers of Sunrise” si è ritrovato spiazzato dal power di “Theatre of Fate”, chi aveva amato quel suono si è scontrato con la durezza di “Evolution”, e chi si era abituato a quella ruvidità ha visto il gruppo dirigersi verso il punk di “Coma Rage” prima di smarrirsi quasi del tutto nel pop di “Tem pra Todo Mundo”.

Poco dopo l’uscita, l’etichetta Castle fallisce e trascina il gruppo in anni di controversie legali che ne bloccano il catalogo. Nessun annuncio formale di scioglimento, però: solo un lungo silenzio, mentre Yves scrive un libro sui viaggi del gruppo, Felipe comincia a lavorare come giornalista e Pit compone per conto proprio, fino al ritorno sul palco nel 2001. Nel 2007, con il nuovo cantante Ricardo Bocci, arriva “All My Life”, un ritorno deliberato a un suono più classico, che critici e ascoltatori descriveranno come una sintesi tra la scrittura di “Evolution” e quella di “Theatre of Fate”, con qualche eco persino dei primi Angra.

Il brano “Love Is All” porta la voce di Andre Matos, tornato per amicizia a collaborare e chiude, idealmente la distanza aperta diciassette anni prima. Nel 2012 Matos risale a bordo per celebrare i venticinque anni proprio di “Soldiers of Sunrise”, il disco della sua voce più giovane e più acerba. C’è un termine che l’epica greca riserva a un tipo particolare di viaggio, il “nostos”, il ritorno a casa dopo una lunga assenza, e nessuna parola descrive meglio questo momento. Chi era rimasto a bordo, nel frattempo, non aveva mai smesso di tessere la propria versione della stessa rotta, come Penelope davanti al telaio. La narrazione dominante dipinge il ritorno di Matos come il figliol prodigo che concede al gruppo un’ultima benedizione, ma vista da dentro la storia dei Viper l’operazione somiglia più alle gesta di Ulisse, che ritrova la propria nave ancora capace di navigare, seppure con lo scafo rifatto più volte, semplicemente perché hanno rifiutato di darla per persa. Il tour, intitolato ancora una volta “To Live Again”, come il brano di “Theatre of Fate” di ventitré anni prima, diventa anche un album dal vivo nel 2015, mentre la seconda militanza di Matos si chiude attorno al 2016.

Durante quegli anni accade un episodio che solo col senno di poi acquisterà un peso diverso. Il gruppo scarta una versione di “The Spreading Soul”, il brano che Pit aveva cantato su “Evolution”, giudicata non abbastanza riuscita. Matos insiste per registrarne comunque una versione completa in studio, da solo, senza una ragione apparente, come un messaggio affidato a una bottiglia gettata in mare prima ancora di sapere se ci sarebbe stata una costa pronta a riceverlo. Quattro anni dopo, esattamente un anno dopo la sua morte diventerà “The Spreading Soul Forever”, l’omaggio ufficiale del gruppo al proprio primo cantante, pubblicato nel 2020. Un presagio, o soltanto una coincidenza che la memoria, dopo il lutto, ha riletto a ritroso? Chi scrive non ha una risposta.

Nel 2023 esce “Timeless”, primo disco di inediti in quindici anni, prodotto da Maurício Cersosimo, lo stesso che aveva già lavorato con il gruppo su “To Live Again” e che vanta collaborazioni con Paul McCartney e Avril Lavigne. Il disco chiama a raccolta i fantasmi di ogni epoca: tra gli ospiti figurano l’ex chitarrista Hugo Mariutti e, soprattutto, Yves Passarell, al suo primo ritorno in sala d’incisione con i Viper da quando li aveva lasciati per i Capital Inicial. Suona anche Daniel Matos, fratello minore di Andre, un anno prima di diventare per necessità il nuovo bassista ufficiale del gruppo: un’altra di quelle coincidenze che la storia dei Viper sembra collezionare con una certa regolarità. Brani come “Under the Sun”, “Freedom of Speech” e la title track sono scritti apposta per stare a metà tra il classicismo di “Theatre of Fate” e il crunching di “Evolution”; dopo trentacinque anni l’ultima muta possibile doveva essere la somma di tutte le altre.

Il 31 agosto 2024, durante un concerto a San Paolo, Pit Passarell si sente male sul palco. Decide comunque di portare a termine lo spettacolo. Nei giorni successivi arriva la diagnosi di un cancro al pancreas, e muore il 27 settembre 2024, a cinquantasei anni, l’unico musicista rimasto costantemente a bordo, insieme a Felipe Machado, dal 1985 in avanti. Daniel Matos, che aveva già suonato con loro l’anno prima senza saperlo, viene ora annunciato come nuovo bassista stabile. Yves Passarell, dal canto suo, è rimasto chitarrista dei Capital Inicial, uno dei gruppi pop rock più popolari del Brasile, eppure cinque canzoni del loro repertorio portano ancora la firma di Pit, il fratello rimasto fedele ai Viper fino alla fine: il confine tra le due famiglie musicali, a quanto pare, è sempre stato più poroso di quanto le rispettive discografie lascino intuire.

Ancora più radicale la rotta di Cassio Audi, il batterista di “Soldiers of Sunrise”: laureato in Economia Aziendale, ha costruito una carriera in finanza tra JP Morgan Chase, Dow Chemical, la direzione finanziaria di Gillette Brasile e poi Brookfield Asset Management, dove ha coordinato fusioni immobiliari per quasi un miliardo di dollari complessivi. Il ragazzo che incideva riff su un disco registrato in economia, decenni dopo, governa i bilanci di alcune tra le maggiori aziende del paese. Non c’è suggestione più rock di questa, secondo me.
A tenere la barra dritta, più di ogni disco o cantante, resta però Felipe Machado, l’unico membro rimasto a bordo in ogni epoca del gruppo, oggi anche redattore per il quotidiano O Estado de S. Paulo e autore di un libro candidato nel 2009 al principale premio letterario del paese. È forse questo il tratto che meglio definisce i Viper: un equipaggio tenuto insieme da persone che hanno sempre avuto una vita fuori dal ponte di comando, per cui la nave è rimasta un legame vivo invece che un relitto da museo.

Chi scrive di metal tende a preferire le rotte con una parabola chiara: partenza, consacrazione, tempesta, redenzione finale. I Viper si rifiutano sistematicamente di stare dentro quella carta nautica, e forse è proprio nel loro catalogo, più che nella loro biografia, che questo si sente meglio. Se esiste una morale evolutiva in questa storia, è forse questa: a sopravvivere è la forma capace di riconoscersi anche dopo aver cambiato genere, scafo dopo scafo, lutto dopo lutto, canzone dopo canzone, quella che continua a citare se stessa da un disco all’altro pur avendo sostituito quasi ogni tavola del proprio corpo sonoro. Il pensiero di Eraclito promette soltanto questo: finché qualcuno continuerà a chiamarlo con nome proprio, quel fiume, o quella nave, continuerà a viaggiare, riconoscibile seppure completamente diverso