La verità nei bassifondi – L’evoluzione dell’heavy metal nei volumi da II a X di Metal Massacre

Metal Massacre volumi 2-10. Gli anni 80.

“La verità non si trova nei salotti ma nei bassifondi.”

Un parallelismo tra Louis-Ferdinand Céline e la collana Metal Massacre può sembrare azzardato, ma in realtà funziona molto bene se lo si osserva dal punto di vista del ricercatore, colui che scava nel profondo.
Céline, soprattutto in “Viaggio al termine della Notte”, agisce come un esploratore dell’umanità sotterranea: porta alla luce ciò che la letteratura ufficiale tendeva a non enfatizzare pur parlandone spesso: paura, egoismo, vigliaccheria, istinto di sopravvivenza e miseria morale. Analogamente, Metal Massacre fu una finestra aperta sull’underground metal Americano, spalancando un portale su gruppi che all’epoca erano invisibili per l’industria discografica ma che avrebbero in pochi anni ridefinito il genere.In entrambi i casi il messaggio è la premessa iniziale, ovviamente è l’ambito della ricerca a essere differente. Per Céline i bassifondi sono quelli dell’animo umano, per Brian Slagel quelli dei garage, dei club e delle cassette demo.

Altra caratteristica comune alle due figure è quella del “Catalizzatore”. Come Céline non inventa un certo tipo di letteratura, ma è come se radicalizzasse una tradizione letteraria basata sul pessimismo già consolidata nel secolo precedente da autori come Zola, Dostoevskij, Conrad, ecc.; Slagel con la sua opera non codificò l’heavy metal, ma diede visibilità a un’energia creativa che il mercato discografico non aveva ancora riconosciuto.

Inoltre, pur non scrivendo aforismi in senso classico, l’autore Francese dissemina le sue opere di frasi lapidarie che funzionano come aforismi spontanei. In “Viaggio” se ne possono individuare decine, forse centinaia, i quali, messi insieme, restituiscono la sua visione di un’umanità tragicamente affacciata sull’orlo di un abisso di stupidità, illusione, alienazione ed ipocrisia.

Frasi che acquistano in questo modo un valore universale, come le molteplici scoperte di Slagel contenute nei solchi delle sue compilations danno vita ad un calderone da cui trabocca un’energia primordiale che cambierà tutto.

Solo per fare qualche nome: Metallica, Slayer, Metal Church, Overkill, Armored Saint, Voivod, Possessed, Trouble, Virgin Steele, Hellhammer, ecc., non sono semplicemente band storiche, ma padrini fondatori di interi sottogeneri.

In questo articolo di un anno fa abbiamo già parlato dell’importanza capitale del primo volume di questa serie di raccolte: ora proviamo a raccontare qualcosa dei seguenti 9 volumi, che, dipanandosi lungo il fondamentale arco temporale degli anni Ottanta, testimoniano l’evoluzione dell’heavy metal in tutte le sue sfaccettature e sono il diario sonoro di un decennio irripetibile.

“Tutto quello che è interessante accade nell’ombra.”

Una frase perfetta per introdurre il secondo volume della compilation, perché nel 1982 la “vera storia” del metal non si stava ancora scrivendo sulle copertine delle riviste generaliste o nelle classifiche, ma era stabilmente confinata nell’underground.

Brian aveva bisogno di dimostrare che il primo volume non era stato un caso isolato e soprattutto comprese che non bastava più affidarsi all’effetto sorpresa. Serviva una band capace di fungere da punto di riferimento per l’intera raccolta. Se nel primo il nome destinato a fare la storia era quello dei Metallica (all’epoca ancora sconosciuti) nel secondo il gruppo su cui puntò maggiormente come elemento di richiamo fu quello degli Armored Saint, che all’epoca erano una delle band più promettenti della scena di Los Angeles, con un repertorio già maturo e una notevole attività live.

I Saint incarnavano alla perfezione il nuovo volto dell’heavy metal americano: potente, melodico, tecnicamente solido e sufficientemente maturo per rappresentare il principale motivo d’interesse di Metal Massacre II. Attorno a loro, come era accaduto con il primo volume, prese forma una nuova costellazione di nomi destinati, chi più chi meno, a lasciare un segno nella storia del genere.

In realtà secondo questa dichiarazione di Joey Vera, rilasciata al portale vinylwritermusic.com nel 2022, la prima scelta di Slagel per aprire la compilation sarebbero stati i Mercyful Fate, la cosa però non andò in porto per il ritardo di King Diamond e co. nel consegnare il pezzo.

“Lesson Well Learned”, tratto dal demo che poi diventerà il primo EP dei Saint, vince quindi lo slot d’apertura. Il pezzo, come la “Hit The Lights” dei Metallica contenuta nel primo volume rispetto alla futura ondata thrash, sembra l’archetipo di una certa maniera tipicamente Americana di interpretare le sonorità più heavy, la fase di transizione tra la NWOBHM e quello che diventerà il power/speed metal made in Usa dei vari Metal Church, Laaz Rockit e anche dei primi Queensryche.

Riffing serrato, aperture melodiche, lead breaks armonizzati, finale puntellato dalla doppia cassa di Gonzo Sandoval, tutto concorre a far percepire la band di Pasadena come già prontissima a incidere un album completo, con un sound compatto e professionale che differisce dalle altre band del lotto, che sembrano più o meno tutte alle prese ancora con dei demotapes.

Qualcuno potrebbe obiettareche questo volume contiene almeno altre 2 perle a nome di Trauma e Warlord, verissimo, ma ne faremo cenno più avanti.

“Alla fine del viaggio non c’è che la morte.”

Una frase ad effetto, molto adatta a essere usata in tanti contesti, in questo caso potrebbe rappresentare la sintesi dell’intero romanzo e si presta bene al clima oscuro del metal della metà degli anni Ottanta. Quindi mi piacerebbe associarla al volume 6 della serie, uscito nel 1985.

Si tratta del periodo in cui la Metal Blade crea la sottoetichetta “Death Records”, con la quale Brian intende promuovere le frange più estreme o crossover del roster, distaccandole dall’impronta classica e aperta a vari generi che caratterizza il lavoro della label-madre. Qui troveranno spazio bestie fameliche come Cryptic Slaughter, Crumbsuckers, DRI, COC, Cannibal Corpse, fino a pubblicare negli anni 90 album di puro black metal.

Ascoltando in retrospettiva i brani di Metal Massacre vol. 6 ci si rende conto che probabilmente questa sequenza di brani anticipa di qualche decennio il filone che da qualche anno viene etichettato come “Blackened Thrash”.

Se i primi cinque volumi raccontano la nascita del thrash, il sesto inizia già a descriverne la mutazione. È qui che il thrash comincia a tingersi di nero. Ovviamente non si parla ancora di black metal in senso stretto, ma ne captiamo chiaramente alcune coordinate estetiche e musicali sviluppate in futuro da band come Destroyer 666 o Aura Noir.

Sul vinile convivono allegramente le mazzate di luminari del genere come Possessed, Dark Angel, Hallows’ Eve, Hirax e Nasty Savage, e tutte fanno a gara nel presentare dei brani che diventeranno dei classici del proprio repertorio e del metal in generale, classici del calibro di Swing of the Axe, Bombs of Death o Metal Merchants.

“Si incontrano, per la strada, ogni giorno, almeno dieci persone che si augurano la tua morte…”

Con questa riflessione del protagonista Bardamu, posta quasi all’ inizio del romanzo, Celine osserva che quotidianamente siamo circondati da persone che desiderano la nostra morte, spinti da invidia e dal desiderio di prendere il nostro posto, la guerra si trasforma in una metafora sull’egoismo universale e la spietata competizione sociale che caratterizzano la società, considerata una vera giungla in cui l’uomo è il lupo del suo consimile.

Nel 1984-1985 la scena metal americana è ormai esplosa. Non è più il piccolo ambiente dei pionieri di Metal Massacre I e II. Inizia una competizione feroce. Mi piace collegare questa frase al clima in cui nasce il Quinto volume della serie. Decine di band sono in cerca di contratto ma le etichette ne selezionano davvero poche. MTV e le riviste specializzate influenzano le carriere dei gruppi, e inevitabilmente ogni successo genera invidia e rivalità. In questo contesto la morte assume il valore simbolico del desiderio che il tuo progetto fallisca.

La lotta per uno spazio vitale, il nemico non è più soltanto il disinteresse dell’industria discografica, è anche la concorrenza di una scena che cresce a una velocità vertiginosa. È il momento in cui, per sopravvivere, non basta più essere bravi: bisogna essere migliori degli altri. E inoltre il destino decide che non c’è posto per tutti. Come su un vagone della subway all’ora di punta: affollatissimo, rumoroso, claustrofobico. Tutti cercano di salire, tutti sgomitano per conquistarsi qualche centimetro, e soprattutto tutti hanno una destinazione diversa.

Bisogna trovare un posto, difenderlo, farsi riconoscere. Mentre la carrozza continua a riempirsi, qualcuno viene inevitabilmente spinto verso le porte, qualcuno perde la coincidenza, qualcuno viene letteralmente espulso dai finestrini. Voivod, Omen, Overkill, Metal Church, Fates Warning, Hellhammer, Attacker, Jesters of Destiny: viaggiano tutti insieme ma non stanno andando nella stessa direzione.

Ognuno di loro nel breve volgere di pochi mesi pubblicherà il rispettivo debutto su long playing, tutti lavori largamente apprezzati da critica e pubblico, il quintetto di Seattle in particolare scolpirà una pietra miliare per i decenni a venire, ma tra queste demo-version contenute nella compilation ce ne sono due che tracciano letteralmente una nuova strada per il futuro.

A un primo ascolto apprezziamo senz’ altro la potenza della “Death Rider” degli Overkill o la maestosa “Soldier Boy” dei Fates Warning, in verità ancora troppo debitori della scuola Iron Maiden. Ma saranno Hellammer e Voivod, rispettivamente, ad aprire una porta verso l’Inferno e un’altra che nel 1984 nessuno sa ancora dove conduca.

“Quando alle sei tutto si ferma ti porti il rumore nella testa, ne avevo ancora per tutta la notte intera di rumore e odore d’olio proprio come se mi avessero messo un naso nuovo, un cervello nuovo per sempre.”

È una frase che sembra scritta per i Voivod. Perché il rumore di “Condemned to the Gallows” non finisce quando termina il pezzo ma ti rimane dentro. Le chitarre di Piggy sembrano infatti applicare alla musica lo stesso principio descritto da Céline nella fabbrica Ford: il rumore non è più solo un fastidio momentaneo ma qualcosa che ti modifica. Un naso nuovo, un cervello nuovo.

Dopo i Voivod, anche il thrash comincia ad avere un cervello diverso, del tutto alieno a quello degli altri gruppi della compilation. I 4 Canadesi prendono quell’immaginario meccanico e lo trasformano in una musica che sembra provenire da una macchina impazzita. Non siamo ancora di fronte ai Voivod “progressivi”. “Condemned…” è un pezzo fondamentalmente thrash, molto aggressivo, costruito su riff tipici e una batteria che spinge continuamente in avanti. Sono però il famigerato “Blower Bass” di Blacky, con i suoi toni iper-distorti e la voce sgraziata di Snake a conferire al pezzo la sensazione di una musica che sembra prodotta da una catena di montaggio piuttosto che da quattro musicisti.

“Si prende pian piano sul serio il proprio ruolo e il proprio destino senza rendersene ben conto e poi quando ci si volta indietro è troppo tardi per cambiare.”

Spesso gli uomini credono di essere gli artefici del proprio percorso, ma in realtà si imbarcano in un viaggio che l’autore denomina ”apprendistato”, in cui vengono costantemente manipolati dagli eventi, finendo per cambiare strada senza volerlo. Questa visione fatalista dell’esistenza si abbina molto bene alla terza raccolta, Metal Massacre vol. 3, datata 1983, volume che può essere letto come una sorta di palestra di transito, dove compaiono musicisti che non hanno ancora trovato la loro collocazione definitiva. Cme un vivaio: alcuni diventeranno protagonisti con altre formazioni o in altre modalità, altri cambieranno genere, altri spariranno.

Notiamo per esempio un Don Dokken in veste di produttore per il brano “Fire and Wind” di tali Sexist, che vantano nella lineup Mike Zaputil dei futuri Agent Steel e un paio di membri dei glamsters Letchen Grey.

Oppure i Californiani Black Widow, solo omonimi della ben nota occult-band Inglese, capitanati de Mike Alvord alla chitarra, che suonerà negli Holy Terror ed è attualmente il leader dei Mindwars, thrash trio di ispirazione vecchia scuola con base a Los Angeles. Mike è affiancato nell’ esecuzione del brano “Blitzkrieg” dai fratelli John e Dan Castellano, rispettivamente padre e zio di Richie, da oltre venti anni membro stabile e polistrumentista dei Blue Oyster Cult.

John Castellano lavora ancora in ambito musicale di alto bordo in veste di produttore, arrangiatore e corista in lavori di artisti jazz e pop-rock come Michael Bublé. Il drummer Sandy Hanson dei La Mort avrà una decente carriera in apprezzate punk bands dell’ Orange County nel loro periodo migliore come Adolescents, Anti, Joyride e Agent Orange.

Lo stesso esordio su vinile degli Slayer con il brano “Aggessive Perfector” sembra il loro ritratto prima che i veri Slayer esistano davvero: già riconoscibili nell’attitudine e nella ferocia, ma musicalmente il cordone ombelicale con i loro modelli è ancora evidente. Sopravvive ancora l’idea maideniana del riff, delle cavalcate ritmiche e del metal costruito sulla melodia. Manca ancora qualcosa, il tipico Slayer sound, quella sensazione di minaccia permanente che diventerà il loro marchio a partire dall’EP “Haunting the Chapel” in poi.

Stesso discorso per i Virgin Steele, anche se in una direzione completamente opposta. “Let’s Go All the Way” conserva un’impronta più immediata e hard rock, con una struttura relativamente semplice e un approccio legato alla tradizione dell’heavy americano di fine anni settanta. L’epica non è ancora diventata una vera e propria visione del mondo. Solo pochi mesi dopo, con “Guardians of the Flame”, le melodie saranno più solenni, la componente mitologica più marcata e soprattutto emergerà quella teatralità che permetterà a DeFeis di trasformare il metal in una sorta di melodramma guerriero.

“Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato… Basta chiudere gli occhi.”

Ma veniamo al pezzo forte del disco, dato che oltre alle crisalidi in attesa di sbocciare di cui abbiamo fatto cenno, non manca quella che potremmo già definire una futura superstar, una band che sembra essere arrivata sulla compilation con il proprio destino già scritto. Di solito lo sguardo di William J. Tsamis, principale compositore dei Warlord, rifugge dalla realtà, si dirige verso il mito, la leggenda, un Medioevo immaginario. E proprio qui Céline potrebbe incontrare i Warlord: se il mondo reale non offre consolazione, tanto vale inventarsene un altro. Però il pezzo che William e la band presentano su Metal Massacre 3 è atipico nel loro repertorio. “Mrs. Victoria” è una piccola storia horror a sfondo psicologico e sociale basata su avvenimenti che potrebbero anche avere un fondamento reale, scritta anni prima di quelle rese famose da King Diamond.
Una fiaba nera nella quale l’orrore arriva dalla solitudine di un ragazzo. Johnny è il diverso, quello che gli altri bambini prendono in giro, picchiano e isolano. La nonna, considerata una strega, diventa ai suoi occhi l’origine di tutto il male che lo circonda. E così Johnny decide di eliminare la causa della propria infelicità: la pugnala alle spalle. Ma la morte di Mrs. Victoria non restituisce a Johnny gli amici che non aveva: lo lascia solo, definitivamente. L’ultima immagine è quella del ragazzo rinchiuso in un manicomio per criminali. L’odio che avrebbe dovuto liberarlo è diventato la sua prigione eterna.

Dopo “Lucifer’s Hammer”, comparsa sul secondo volume, possiamo ammirare qui l’interplay sempre più serrato tra Tsamis e Zonder, un rapporto che è ormai diventato parte integrante della scrittura, con un dialogo continuo fino al crescendo finale sottolineato dalla risata isterica del loro fidato collaboratore Bill Krysler. Il tutto tenuto insieme dalla superba interpretazione teatrale di Jack Rucker/Damien King I, un cantante dai trascorsi prog/AOR prestato al metal, dal timbro cristallino reso famoso per il lavoro svolto sull’ irripetibile esordio della band.

“Una foto di una bambina era incollata al muro. Solo la sua testa. Una figura minuta e piuttosto dolce, con lunghi riccioli.”

Questo è il momento in cui Bardamu scopre che anche in una persona che fino a quel momento aveva disprezzato perché viscido e ambiguo può nascondersi l’animo di un genitore che tenta di assicurare un futuro ai figli.

Ovviamente non è il caso di associare Brian Slagel a una figura con cattive inclinazioni, ma possiamo senz’altro accostarlo a quella paterna. Una sorta di padre involontario di una generazione, non soltanto un discografico e scopritore di talenti, la cui fama finirà per essere superata di molto da tanti dei suoi figli putativi.

Parliamo del volume numero sette della serie, uscito nel 1986, per affrontare l’argomento. Anche questo volume presenta alcuni casi di carriere partite a razzo dopo l’apparizione sulla compilation, come quelle di Ross Robinson e Bobby Jarzombeck, che non hanno certamente bisogno di presentazioni, presenti sul disco rispettivamente con i Detente e i Juggernaut. Naturalmente quella più eclatante è la figura di Jason Newsted, che pochi mesi dopo si trova a suonare il basso per voi-sapete-chi prendendo il posto lasciato vacante dal povero Cliff Burton.

È uno dei paradossi più incredibili dell’intera saga Metal Massacre: il ragazzo che Slagel scopre nel secondo volume e quello che nel settimo sembra essere soltanto un altro bassista dell’underground, finiscono per occupare, uno dopo l’altro, lo stesso ruolo nella più grande metal band del panorama.

Il destino trasversale dei due bassisti dei Metallica chiude perfettamente un cerchio narrativo costruito su coincidenze sorprendenti, episodi tragici, sacrifici professionali, personalità e talenti tanto diversi quanto complementari. Con un unico filo conduttore nella figura di Brian a legare il tutto con consigli, intuizioni, decisioni avventate e visioni profetiche.

Parlando di chi si è sacrificato umanamente, si è spesso affermato che i Metallica si sarebbero sciolti nel 1987 se Jason non avesse assorbito il dolore e la rabbia della band dopo il tragico incidente, agendo da collante vitale grazie ad una incrollabile fede che solo un fan può sfoggiare, e solo di recente è venuto fuori che compromettendo la propria salute ha pagato il prezzo per aver accettato 15 anni di nonnismo ed isolamento emotivo.

A differenza di Cliff, che invece era stato reclutato dopo un incessante corteggiamento ed era venerato dagli altri tre per essere diventato subito il motore creativo dalla band. Il punto di contatto tra i due, quindi, che con tutta probabilità non si sono mai incontrati di persona, esiste solo sul piano cosmico in una sorta di dualismo speculare, con un ideale passaggio di testimone che si materializza con l’ascolto delle registrazioni lasciate sui due volumi di Metal Massacre.

Profeticamente infatti il pezzo che i Flotsam & Jetsam presentano su Metal Massacre vol. 7 era intitolato “I Live, You Die”, e acquista una dimensione sinistra alla luce dei fatti che sarebbero avvenuti. La visione di un’arena di combattimento Romana vista dall’interno con gli occhi di chi sta cercando di sopravvivere diventa metafora dell’impossibilità di una vittoria condivisa. La sopravvivenza dell’uno coincide necessariamente con la morte dell’altro.

Come scriverebbe Céline:

“Abbiamo mai visto qualcuno scendere all’inferno per sostituirne un altro? Mai. Li vediamo portare qualcuno laggiù. Tutto qui. “