Leggete qui e poi cominciamo:
“Heavy Italiano alla ribalta nell’85. Ottimo vinile d’esordio per uno dei gruppi che meritano di essere ascoltati. Ormai da tempo i Gunfire tentano di sfondare la barriera della casa discografica e stavolta ci riescono con un bel disco. Esaminando il prodotto da vicino i quattro, benché certamente debbano ancora migliorare, possono provare a raggiungere livelli ottimali. La loro recente nascita (1981) fa comunque ben sperare. La creatività esiste alla base, il rock proposto è abbastanza pulito e senza grosse influenze. Fa capolino qui e là un power metal convincente. Sia attraverso la chitarra ritmica che con l’appoggio di una ottima lead guitar caratterizzata da una velocità d’esecuzione che impressiona, la musica del gruppo travolge e coinvolge. Il pezzo che apre la seconda facciata dell’LP (Gunfire) è l’immagine di una trasformazione costante che il nuovo Metal sta producendo. Non mi sembra giusto in ogni caso attaccare targhe comparative al gruppo già più volte inquadrato nella genia judaspriestiana. Anche perché con “Hard Steel” dimostra di avere una personalità propria e ben distinta: quattro ragazzi che sanno quello che vogliono e se continuano così noi saremo pronti ancora una volta a sentirli. Di gente come loro ce ne vorrebbe di più nel mondo del metal. (A.M.)”
Ecco, questa è la recensione dal secondo numero di HM, dell’EP omonimo di un gruppo, i Gunfire, considerati oggi tra i pionieri della scena metal italiana assieme a Strana Officina, Death SS e compagnia ululante.
Confesso subito di non averne sentito parlare fino a pochi giorni fa, ma voglio scriverne perché la loro storia è interessante, molto più del disco in sé, mi sia concesso di ammetterlo.
Nella recensione si parlava di LP, ma qui si tratta di quattro brani rispettivamente due per lato, (tecnicamente un EP a 12 pollici che girava a 45 giri, ma in Italia i recensori parlavano genericamente di LP per dire album o disco. In quale formati fisico uscì? Sono sicuro che si stamparono 2.000 copie in vinile e che andarono via tutte quante in poco tempo.
Ho riportato la recensione di HM perché voglio che notiate un po’ di cose. Intanto la buona volontà della stampa specializzata nel sostenere i gruppi nostrani e di contro la connivenza con un sistema che andava giornalisticamente smascherato e che invece veniva nascosto. L’autore esprime sincera stima, entusiasmo, si sente incoraggiato dal risultato ottenuto dai Gunfire, la qualità del prodotto, la voglia di esserci, di produrre metal anche nel nostro paese. “Se continueranno li ascolteremo di sicuro”, dice. Chissà quanti altri ragazzini, dopo aver letto la recensione pensarono che fosse facile mettere su una band e pubblicare un album.
Dalla recensione e da nessuna delle pagine di HM e successivamente Metal Shock, non si è mai potuto immaginare quante ne abbiano passate quei poveri metallari convinti di poter fare carriera. Per esempio questi quattro cristi dei Gunfire, quante ne passarono per arrivare alla pubblicazione dell’EP elogiato da HM?
Non traspare nulla dal piccolo articolo; anche il nome dell’etichetta Picchio Records, non svela chi c’era dietro. E anche se vi dirò chi, comunque sarà tutta apparenza. A cacciare i soldi furono le famiglie di quei ragazzi.
Cominciamo dal principio. I Gunfire nascono da un’iniziativa di Maurizio “Lyon” Leone e Fabio “Lord Blackcat” Allegretto. Il primo inserì poi il vocalist Roberto “Drake” Borrelli, con cui già suonavano insieme nei Metal Road. Intorno al 1983, a questi tre si unì Roberto “Rob Gothar” Fanelli per la line-up divenuta “classica”.
I membri della band, come avete letto, si sono da principio ribattezzati con degli pseudonimi altisonanti in Inglese. Non c’erano ragioni esoteriche o di esterofilia per farlo. Nei primi anni ottanta, si pensava che fosse una cosa giusta per un gruppo metal. E basta.
Un’altra cosa che non ci dice la recensione di HM e sarebbe stato importante segnalarlo, è che questi ragazzi venivano da Ancona. Ancona, capite? Il marchigiano. Da quelle parti la gente non ne sapeva niente di heavy metal. C’erano solo pecore. Cominciarono a fare le prove in una specie di scantinato, un sotterraneo che la band stessa ribattezzò “Dungeon”. Da quelle profondità emergevano nelle strade fuori i suoni di chitarra, le urla, le percussioni di batteria. I vicini, spaventati, pensavano che quei rumori li producesse qualche setta nel pieno di una messa nera. Anche la Strana Officina si chiama così per una ragione simile. Erano i tempi.
Dopo un po’ di tempo i Gunfire si stancarono di vivere sotto-terra ed essere visti come dei matti e si trovarono un altro posto più isolato dove fare macello. Scelsero una vecchia casa abbandonata, sperando che gli spettri, nel caso ce ne fossero stati, avrebbero gradito le loro canzoni.
I Gunfire erano animali esotici ad Ancona e dintorni. Oltretutto si comportavano in modo piuttosto intransigente. Se trovavano un posto dove esibirsi, eseguivano tassativamente soltanto le proprie canzoni; niente cover di Vasco o dei Pooh.
Per farsi pubblicità, data l’assenza di internet e la collocazione svantaggiata, il gruppo partiva in treno per il nord con delle borse piene di volantini e demo cassette, si piazzava fuori dai cancelli dei concerti dei Saxon o degli Iron Maiden, e proponeva con veemenza a chi entrava, quel materiale promozionale. Qualche veterano si ricorda ancora di loro, a quanto pare.
Quindi ecco qui, dal 1981 al 1985, anno di pubblicazione dell’EP, questa era stata la strategia dei Gunfire, i quali pensarono di dover inviare i propri demo, non a una o due etichette specifiche, ma a TUTTE quante. E così fecero.
Il sistema funzionò. Un giorno ricevettero la convocazione a Firenze dalla Irae Records, nota per aver appena lanciato una promettente band del posto, i Litfiba. Quando Roberto andò lì, nei corridoi della label trovò guarda caso, proprio Piero Pelù.
I tipi della Irae accolsero bene il frontman dei Gunfire, gli dissero di essere interessati a loro e curiosi verso il “nascente” fenomeno del ‘tallo, però…
Però non avevano soldi da investire su di loro. Così proposero un patto. Se avessero provveduto da soli a pagarsi l’album, la Irae avrebbe messo il marchio, pagato la copertina, badato alla logistica e usato i canali della sussidiaria Discotto Distribution di Milano per far arrivare i vinili nei negozi di tutta Italia.
Oggi questa è la norma. Nessuna etichetta, almeno a livelli underground, paga il disco. Allora però non era una cosa tanto usuale.
I Gunfire accettarono, senza sapere bene cosa questo avrebbe comportato. Tirarono fuori in tutto 4 milioni di lire. Andarono negli studi di registrazione con una caterva di pezzi da incidere ma capirono presto che il budget non sarebbe bastato per tutte le canzoni, così dovettero fare sul posto una drastica cernita, riducendo la tracklist a quattro e il prodotto, da disco a EP.
Presentarono le registrazioni alla Irae che si dichiarò soddisfatta e ci mise sopra il proprio marchio. O meglio, non esattamente. Essendo specializzata sulla New Wave, trovare il proprio brand su un disco heavy metal, avrebbe potuto generare “confusione” o più probabilmente “biasimo” dagli amanti di quel genere, così crearono appositamente un sotto-marchio per quella e forse future altre pubblicazioni metallare, “la Picchio Records”. Forse la “Ti Picchio Records” sarebbe suonata meglio.
La Irae dispose i soldi per la copertina, come stabilito dal patto. I Gunfire avevano commissionato a un grafico il soggetto di un cavaliere gigantesco, dall’armatura fantascientifica, che troneggiava sulle rovine della civiltà umana.
Forte, almeno per quegli anni.
Ci sarebbe voluto un costoso lavoro di stampa a quattro colori (quadricromia), però l’etichetta sembrava pronta a spendere il dovuto. Almeno fino a un dato momento, quando un “collaboratore imbecille”, come lo ha definito proprio il Borrelli, non se ne uscì con i dirigenti dicendo loro: “ma perché investire così tanto per la copertina di un disco di una band heavy metal che tanto non venderà nulla?”
I tipi ci pensarono su e tagliarono il budget, costringendo il gruppo a ripiegare sulla cover che conosciamo: lo spruzzo di sangue rosso su sfondo nero. Per fortuna il pubblico gradì l’artwork alternativo e qualcuno oggi lo definisce persino “iconico”.
L’EP uscì e andò bene.
Così bene che un emissario della Carrere (etichetta che stava facendo molti soldi con i Saxon) riconobbe la somiglianza stilistica col gruppo inglese e di conseguenza “il potenziale” dei Gunfire. L’uomo si fece avanti e propose alla Irae un accordo molto vantaggioso per condurre la band nella scuderia della grossa label. Fece un piatto così allettante a quei ragazzi, quando finalmente li ebbe tra le mani, che loro non persero tempo e affittarono uno studio per registrare nuove canzoni da far sentire alla Carrere.
Si trattava di una formalità. Chiaramente il contratto era già in fase di preparazione, però l’etichetta necessitava di ulteriori brani per pianificare subito una strategia di lancio e distribuzione adeguata del disco che avrebbero fatto con essa.
L’emissario fu talmente convincente che il proprietario dello studio che i Gunfire avevano prenotato si convinse a co-produrre lui stesso la band, dando l’ok all’inizio delle registrazioni senza anticipi.
Tra parentesi. Stiamo parlando dei Vallemania Recording Studios, situati a Genga, in provincia di Ancona, fondati dalla band prog-jazz rock Agorà. Lì avrebbero inciso in seguito anche i Litfiba parti della “Trilogia del potere” e un buon numero di artisti alternativi degli anni 80.
Mentre il gruppo si dava da fare in studio con i brani nuovi e già immaginava di fare la strada di Saxon e Iron Maiden, l’emissario portò il progetto “Gunfire” alla CGD (Compagnia Generale del Disco) la major milanese guidata allora dalla famiglia Sugar.
Erano loro a curare, negli anni 80,
il catalogo in Italia della francese Carrere Records, che di suo non aveva uffici propri nel nostro paese.
L’emissario, il cui scopo era quindi quello di scovare talenti nuovi per la CGD/Carrere, appena mise sul tavolo i Gunfire si ritrovò davanti un muro.
Quella roba non funzionava “da noi”. L’heavy metal era un genere perdente, “alieno”, destinato alla piccola nicchia dei “ragazzini con le borchie”. Non c’era spazio per quella roba sulle principali emittenti radio, in televisione, a Sanremo.
Il tipo si fece così due conti. Avrebbe anche potuto prendersi una grossa responsabilità e lottare per quei ragazzi metallari di Ancona, rimetterci i propri soldi e vedere cosa succedeva; oppure applicare la regola numero uno di qualsiasi discografico paraculo: scappare e non farsi più trovare.
I Gunfire ebbero un brusco risveglio e prima ancora lo ebbe il proprietario degli studi di registrazione, il quale disse alla band che il costo era ormai arrivato a dodici milioni e se non avesse visto qualche soldo, il gruppo non avrebbe potuto continuare a incidere.
La band scoprì di essere stata scaricata dal ciarlatano che li aveva messi in quel casino, di non avere più alcun futuro discografico e soprattutto i soldi per riscattare i brani registrati, i cui master rimasero sequestrati dallo studio per sempre.
Per fortuna Borrelli aveva registrato su una cassetta alcune delle canzoni, così da non perdere del tutto il lavoro svolto, ma i Gunfire, davanti a una situazione così terribile, si arresero e la chiusero lì.
Dopo molti anni, grazie all’interesse di alcuni paesi esteri (la Grecia) il gruppo si rimise insieme e partecipò al Keep It True. Registrò un nuovo album e fu festeggiato dalla “scena” con toppe, tarallucci e borchie. Per quanto ne so potrebbero ancora essere in giro, ma questo lieto fine nel metal di oggi è offerto a tantissimi gruppi che in quegli anni cruciali, nell’indifferenza generale e nell’ignoranza finta delle stesse riviste che sostenevano blandamente le loro imprese suicide, si spaccarono il grugno davanti a un sistema inviolabile dove le truffe e gli sperperi erano ciò che il mondo discografico aveva da offrire a dei giovani appassionati e con un sognante amore per il metal.
Alcune informazione le ho corrette grazie alle imbeccate successive dello stesso Maurizio Lyon Leone, che ringrazio per i complimenti e per l’intervento sotto al post di facebook che conduce a questo articolo.

