Dai Manowar alla spirale di Fibonacci – Il grande inganno dei Tool

Bravo Morgan. Va rispettato chi dà fuoco alla realtà e perciò m’importa poco della sua partecipazioni a squallidi circhi mediatici: io trovo sia un buon musicista e una persona che prova a pensare, dotata d’una sensibilità evidente a chi non si ferma alle apparenze.
Le grosse risate…! Ci son persone che han la capacità di stimolarle anche quando sono arrabbiate; per questo bisogna ringraziarle. E ancor di più se ti fan pensare, meglio ancora se hanno pur delle valide argomentazioni. Ieri mattina rileggevo la nostra comparazione dei fanatici dei Tool e quelli dei Manowar e la mia intenzione di scrivere per completare quel pezzo, secondo le leggi della sincronicità, si è saldata grazie ai Bluvertigo.

Non solo i fan, ma anche i gruppi hanno tante similitudini.
1)Suono di basso di punta;
2)discografia rarefatta dopo i primi anni;
3)il culto della fisicità con le esibizioni di Jujitsu di Keenan sul palco contro invasori invasati sovrapponibili al culturismo dei Manowar (curiosamente in ciò sta a metà strada, Henry Rollins);
4)l’invenzione propagandistica, dal patto con gli dei del metallo alla Lacrimologia;
5)la vena commerciale esterna alla musica degna dei KISS, dal vino ai preservativi.
In ogni caso il verdetto musicale è breve: sì, non sono pessimi, ma i Tool sono sopravvalutati.

E gli esperti esploderanno dicendo che il pulpito da cui viene la predica non sia così originale, ma come i Bluvertigo erano la versione novantiana dei primi Ultravox, i Tool sono quella contemporanea dei King crimson del 1973-74 e 1994-95. Dei Tool il meglio è il lavoro con una produttrice che potrebbe dare tanto all’Hard’n’heavy: Sylvia Massy.

“Opiate”, che svetta “luminoso” per concretezza assieme alla prima metà di “Undertow”, fino a quando arriva la sesta traccia, “Swamp Song” e la spezia sovrasta la pietanza.

Il problema è la pretenziosità che noi pubblico gli abbiamo concesso: vendere milioni di dischi in anni duri è sospetto d’esagerazione ma resta straordinario, così grazie ai riscontri, anche i difetti son stati premiati.

Avranno detto “YUHUU, diamoci dentro!” e giù dischi doppi che, se ridotti della metà, sarebbero davvero capolavori. Qui c’entra anche il signor produttore David Bottrill che li incontrò dopo (ma guarda…) la collaborazione con i King crimson di “Vrooom”: doveva reprimerli invece di diventare come Kevin Shirley con i Maiden post-reunion.

Così il pubblico, rimpinzato da questi trimalcioni del progressive, ha concesso tempi infiniti. La capacità di sbrodolare immani minestroni è cresciuta, parimenti agli intervalli fra un’uscita e la seguente.

Subentra il problema profondo, come loro direbbero in termini Junghiani, “dell’inconscio collettivo” dei Metallari: col genere in “Fade out” (cit. Marco Grosso) poter dire che un gruppo con pretese intellettuali abbia successo, è una medaglia da esporre al circolo delle bocce della musica. E poter anche dire: “Non abbiamo solo i Manowar, e guardate come vendono!”, pure è godurioso.

Come fosse una fascetta con scritto “il bestseller più venduto”, il Metallaro si compiace non rendendosi conto di quanto lui e i Tool si siano venduti alle logiche che dicevano di rifiutare.

Ovvero, si esce dalla finestra dell’anticonformismo e si rientra dalla porta del commercio. E ciò accade dal 1991-93 ma si è stabilizzato a inizio millennio, quando “Lateralus” attrasse un pubblico abituato a spostare le asticelle sonore verso un “chimerico alto”, senza approfondire in orizzontale i generi.

L’originalità dei Tool è diventata solo un altro conformismo, quello che allontana gli altri dalla musica, inseguendo visioni favolose e incerte, competendo per essere i primi al traguardo dell’estremismo, inanellando infinite catene di Fibonacci che diventano avulse dal reale: quello che affrontavano all’inizio con lucidità.

Il problema dei Tool è che non liberano l’originalità ma la usano per dei fini che la distorcono come le equalizzazioni di Chancellor (ah fosse rimasto Paul D’Amour, un sacco di casse non si sarebbero guastate).

Soprattutto non tornano a essere quel che potevano sin dall’inizio, forse il grande dei gruppi Crossover. Ecco, magari Morgan è antipatico, è un furbone anche lui (chiede il Moscato a Red Ronnie quando lo ospita…), ma i Tool non sono da meno, e chissà se James Maynard “crestino” Keenan ne ha da vendergliene di Moscato?

P.s.: Manowar e Tool adorano le suite, come la musica classica etc…
P.p.s.: “Hail to England” è immane come “Hidden Story Of the Human Race”.