Holland – Little Monsters (1985) – Come rinchiudere l’Uomo Vitruviano del Metal in un b-movie della Atlantic.

Però questi Holland… Intanto il titolo del disco, “Little Monsters” non è così banale come certe cose che uscivano dalle retrovie del metal più commerciale. Suona bene anche se non riesco a individuare un nesso logico con il contenuto. A proposito di quello però va detto che, cazzo ragazzi, le canzoni ci sono!
Almeno la prima, “Love it on Time” ha un traino melodico davvero seducente e vorrei che la ascoltasse più gente possibile.

Il gruppo sparì presto e probabilmente non fu neanche una vera band, ma un assemblaggio di ingredienti umani molto interessante e che, nel caso del chitarrista, avrebbero lasciato un segno più avanti.

Mi riferisco a Michael Angelo Batio, il funambolo della sei corde, anzi, “delle” sei corde, visto che ha sbalordito i ciucchi avventori dei locali di Chicago con una serie di numeri a due mani che nemmeno Vanessa Del Rio al suo meglio.

Sapete come gli venne in mente di suonare contemporaneamente due manici incrociati?

Cominciò da destrimano, essendo un mancino naturale. Siccome si accorse che la sinistra era molto scalpitante e prestante per le diteggiature a tutta birra sulla tastiera del pianoforte, prendendo anche spunto dal jazzista Stanley Jordan, che suonavano il pianoforte sulla tastiera della chitarra con il tapping a due mani, mise la sinistra al lavoro su una seconda chitarra risistemata per due mani destre, realizzando così la versione “vitruviana” del guitar hero.

Batio non era solo un grande giocoliere di scuola van haleniana, lui aveva una preparazione musicale completa e un genuino talento per la composizione. Pensate che prima di sfondare nel mondo dell’heavy metal, si guadagnava da vivere scrivendo jingles per gli spot pubblicitari di Pizza Hut, United Airlines o Burger King. Magari qualcuno l’avrete pure sentito.

Quando arrivò la grande occasione, vale a dire un contratto discografico con la Atlantic, la band al suo seguito avrebbe portato il suo nome, se non fosse stato per la presenza di un altro protagonista nella vicenda che i dirigenti pensarono bene di aggiungere al piano discografico: Tom Holland.

No, non quello che fa Spider Man. Non era neanche il pensiero nella sacca scrotale di un ragazzino quando Batio ebbe a che fare con questo tizio.

Il Tom Holland a cui mi riferisco era un cantante hard rock sopraffino e di belle speranze che aveva fatto parlare di sé come frontman dei The B’ZZ, un gruppo senza contratto così fico che riuscì a esibirsi comunque ad American Bandstand.

American Bandstand è uno dei programmi televisivi musicali più importanti, longevi e influenti della storia degli Stati Uniti (dal 1957 al 1989).

Beh, forte di questo curriculum, la Atlantic pensò che avrebbe fatto meglio a sfruttare la fama di Tom, ben maggiore di quella di Batio e chiamare la band col suo cognome.
Tom era davvero un singer di classe, voce cremosa, versatile, sicura, capace di cavalcare i riff rocciosi con la giusta asprezza class metal e “intortare” vergini grazie al tono da Coverdale in calore.

Batio mandò giù il boccone e accettò di suonare le chitarre negli Holland, mettendo in mostra sia la tecnica fuori dalla media che il gusto. Già, non aspettatevi le esasperazioni dei N.I.T.R.O. (che adoro). Qui c’è un chitarrista estremamente preparato e capace di giocarsela su tutti i versanti. Ci sono i fraseggi ruffiani in stile Warren DeMartini (“Basics of the Bullet”); gragnole di note alla George Lynch (“Sacrifice”) e arrangi sofisticati degni di Sambora (“Gotta Run”; per me la seconda grande canzone del disco).

La produzione di questo lavoro poi è da grandi occasioni. Ci ha messo le mani Tom Werman (Motley Crue, Twisted Sister) e lo ha fatto mantenendo sia la grassezza dell’attitudine di Batio che la pulizia di tutti gli altri esecutori, vale a dire il bassista Joey Cetner, due turnisti di gran classe alle tastiere, Jai Winding e George Merrill, Max Carl ai cori, oltre che alla supervisione (38 Special) e per finire il batterista Brad Rohrssen, un giovane picchia-duro in stile Tommy Lee.

Il disco, programmato per il successo, non vendette. L’Atlantic, presa da mille altre scommesse, archiviò presto “Little Monsters” e poco dopo Holland e Batio si salutarono. Il primo avrebbe voluto continuare nella medesima direzione hard rock commerciale, ma Michael Angelo era entrato in una specie di crisi creativa e sentiva che la sua strada avrebbe potuto essere più eccessiva di quel misurato costrutto da “metal per teen-agers” che erano gli Holland.
Il chitarrista proseguì il suo percorso e invece Tom sparì dai radar delle major, facendo una vita tranquilla e anonima. Vi assicuro che l’album merita un recupero, se non mi sono ancora spiegato.