Flam, Savoiardi e Cinciallegre – Questa volta ho spiegato i rudimenti ai Tool

-Cavolo amico, hai esagerato…!- A parlare con lo sguardo fra l’avvilito e il sorpreso era Justin Chancellor, bassista dei Tool. Prima che potessi rispondere, usciva dal bagno Danny Carey, il batterista, con in sottofondo il suono dello sciacquone.

-Justin ha ragione, l’hai fatta fuori dal vaso. Di questo passo scriverai meglio degli Shinedown che di noi.-

Al che ribattei -Intanto vado a vedere se hai schizzato; e poi, ma la libertà dove la mettiamo, specie voi della landofthefree? E comunque sì, preferisco ai vostri, due dischi degli Shinedown ma…”

Un incollerito “Questo è troppo!” esplose dalla camera da letto seguito da un turbine umano: Keenan giungeva a passo rapido come un serpente, e pesante come un bisonte, prontamente bloccato dagli altri tre che ne avevano intuito le intenzioni.

Mi urlava: -Cretino? Cretino! Dove cazzo sarei culturista e aggressivo?-

Avevano appena letto il mio pezzo che, con una certa ingenuità, gli avevo proposto mentre erano da me a svernare da giorni. A fatica Danny lo tratteneva da dietro, mentre gli altri cercavano di mettere in sicurezza l’ambiente dalla collera del cantante.

Adam Jones gli parlava col tatto degno d’un maggiordomo:
-Mai dai James, il ragazzo ha pure il poster di Terminator 2…-

La furia aumentò -Sai che mi frega di quel filmetto, solo perché ci hai lavorato!

Noi e i Manowar non si deve pensare, ma uno così che fa accostamenti indegni anche in casa sua. Ho trovato affiancati CD dei Gentle giant e dei Righeira! E ci sono dei savoiardi di Farro, fra Robert Howard e Gurdjeff!-

Justin cercò di sovrastarlo con voce autoritaria -Ci sta ospitando e chiede solo la divisione delle spese per il cibo. Da giorni gli occupo il divano ed è pure umile…-

-Sarà umile il mio culo! Ha avuto da ridire sui paradiddle di Tony…-

Inopinatamente iniziai a parlare -Da ridire… diciamo che un paio di cose andrebbero aggiustate.-

Mentre Justin mi fulminava per la mia inopportunità, con limpidezza la voce di Carey sottolineava la realtà -E’ pur vero che certi gusti siano opinabili, ma James, non è così tremendo da menarlo, non è mica…

Ma dov’è Adam?- Tutti ci voltammo a cercarlo: appoggiato alla balaustra del balcone, il chitarrista guardava, immiserito da far piangere una pietra, lo squallido paesaggio urbano.

James ancora si dimenava ma con meno intensità e Chancellor s’avvicino al suo orecchio, cercando di sussurrare per non farsi sentire dall’intristito chitarrista ma a un volume udibile per noi -Guarda che hai fatto, sai che è sensibile all’argomento dacché la saga è sputtanata dal paraculismo di Cameron!

Sì che sei il frontman, ma non vuol dire che devi tirare testate a tutti.-

Nell’imbarazzato silenzio, segnato dalla tensione, sentendomi spinto dal coraggio e dal rimorso, andai al balcone -Adam.-
-…sì…?-
-James non era arrabbiato con me. A me il film piace un botto, e anche a lui.

Vero, James? James!-

Keenan era immerso col crestino che spuntava a malapena coperto da una brossura aperta sul volto, perché sprofondato nella lettura d’una versione dell’I-ching che aveva trovato fra Philip Dick e l’edizione economica dell’Artusi e si risollevò con occhi tranquilli -Sì dai, il ragazzo esagera, lo sappiamo.-
-E?-
-E il film è bello forte, dai, anche la colonna sonora.-
-Davvero…?-
-Massì su, vieni qui, fatti abbracciare.-
Mancava solo l’applauso, ma il sorriso degli altri due segnalava pace fatta in casa Tool.

Con un clima di rinnovata allegria e dopo un paio di dritte sui paradiddle, ci preparammo per andare al concerto degli Spread Eagle. Fermai la corsa al posto davanti sostenendo spettasse ad Adam, che nel tragitto ammirava con occhi spalancati tanto le sozzure delle periferie quanto i palazzi storici del centro, chiedendo dettagli su tanto e i perché di tutto.

Stretti sul sedile anteriore, gli altri sbuffavano e lamentavano la scomodità delle auto italiane e la colonna sonora del mio CD: si trattava di tutto “Blow My Fuse” dei KIX inframezzato fra l’altro da “Deutsches Nepal” degli Amon Duul 2 e “Tutti pazzi” dei Negazione.

Keenan guardò un po’ storto quando giungemmo al locale, perché spensi lo stereo con “Sex As A Weapon” di Pat Benatar che subentrava a “You Suffer” dei Napalm Death, ma cosa poteva dire, dacché avevo guidato e fatto da Cicerone.

Io ero baldanzoso e fiero: Moncalieri ospitava nella stessa sera tre gruppi, uno emergente, uno buono e uno discreto e quest’ultimo era con me nel parcheggio deserto. -Eccoci. Il locale…
ma che fate?- Rimasti indietro, i Tool guardavano con aria fra lo smarrito e l’interrogativo.

Fu Adam a parlare -Sei sicuro che se entriamo non ci riconoscano? Noi siamo famosi. Passi per il resto della città, ma qui…-
Assunsi un tono leggero -Amici, pensate che alle volte la gente non distingue Max Pezzali da Gigi d’Alessio.-

Le espressioni si fecero più interrogative
-Ragazzi! Sophya Baccini dei Presence ha fatto la corista per Giggì!-

Al sospiro generale e agli “Ah” “beh” “allora” seguì la maliziosa voce di Keenan

-E Pezzali?-

-I Sabaton l’hanno omaggiato dal vivo e con una rivisitazione d’un brano.-

-Una cover.-

-Rivisitazione.-

-E dove si possono sentire?-

-In rete.-

-Dove?-

-Onthelain.

-On lain.-

-No, onthelain, non onlain, su iupub.-

Questa spiegazione parve stranirli definitivamente, quando risuonò una distorsione. Allora avvenne l’impensabile: la mano di Carey stringeva una borsa di cui non mi ero accorto durante il viaggio; a un segnale convenuto (il famoso gesto internazionale della chiave inglese) ne furono tirate fuori parrucche, baffi e barbe posticci, occhiali, nei finti e una cinciallegra che volò via protestando.

Il mezzo per tutelare la propria riservatezza mi parve grottesco ma s’innalzò al grotteschissimo nel momento in cui Keenan cambiava gli occhiali con quelli finti, Chancellor indossava una barba sopra la propria e gli altri due parrucche sui loro capelli lunghi, lasciando vedere la parte sottostante di quelli veri.

Scuotendo il capo, li spronai a entrare. Così, soddisfatti e sereni e ci mettemmo in fondo al locale.

Solito scenario: caldo assurdo, 60 persone gruppi compresi, volumi trapananti sulle alte. Aprono i Tinkertoyz, giovani provenienti da Milano che fanno una dignitosa miscela di primi LA Guns e Motley crue periodo “Dr. Feelgood”.

Il concerto è stato osservato con attenzione dai Tool, ben distanti dal palco per sentire meglio, tranne Keenan che cercava d’intrattenere una discussione con un vecchio cameriere piemontese sulla differenze di Grignolino e Dolcetto.

La parte grossa l’han gli Spread Eagle.

La formazione comprende la sezione ritmica De Luca, col batterista Rik conciato come Peter Steele nelle foto col berretto: laureato a Berkeley, musicista eccezionale dall’impostazione jazz e cugino dello storico bassista Rob, capace di spaziare fra stili.

Il chitarrista Jommy Puledda è Sardo e gestirà la serata con precisione infallibile. Il cantante Ray West si presenta come un Mike Patton vestito da Fred Durst ed è un intrattenitore di razza, che usa la voce da professionista.

Il concerto è una mazzata: complici le condizioni sopra descritte, ci si rende subito conto che il gruppo avrebbe bisogno di un’arena intera.

Dominano ogni aspetto: nessun errore, riarrangiano parzialmente, improvvisano, gestiscono gl’imprevisti e scorrazzano fra decenni di musica senza sleazestalgia ma con un pesantissimo Glam-Blues predatorio, dal Groove quasi Funky, fra accenni Thrash e accenti spostati, fra falsi finali e partenze senza fine.

I brani suonano omogenei in un amalgama peculiare e ci guadagnano rispetto alle produzioni, le prime stellari ma un po’fredde, le ultime lasciamo stare. Il pubblico viene intrattenuto e coinvolto, le mosse e i gesti di West sono da grande istrione che conosce ogni palco e lo usa a vantaggio d’uno spettacolo con momenti molto intensi.

Insomma, un Concerto che per l’ennesima volta riprova sospetti e fastidi sulla fine d’una scena che meritava più fiducia.
Lo Sleaze era veramente la macchina perfetta: se vitale, le sue inflessioni onnivore tipiche della fine degli 80 lo potevano far diventare un ponte fra generi, non miscela ma stimolatore di dialoghi ancora necessari. Finito lo spettacolo ho accompagnato all’aeroporto i Tool, colpiti dalla gestione degli stacchi operata dai Newyorkesi in molti brani. Ci salutiamo stanchi ma sereni, forse loro consci d’un intero mondo che andava sostenuto invece di abbandonarlo alla fiera dei luoghi comuni dei detrattori.

Se qualcuno se lo stesse chiedendo, questa storia è in parte falsa: non ho insegnato a Carey i Paradiddle ma i Flam.