Quando ero adolescente, tra il 1984 e il 1989 circa, vivendo in una piccola cittadina di provincia tra Liguria e Piemonte, appagare la fame di metallo su vinile era difficoltosa, se non si usciva dai confini nativi. Tra Sweet Music, Nannucci e Top Ten si rimediava qualcosa per contrassegno, roba buona a poche migliaia di lire, anche se poi la copertina del disco talvolta era tagliata.
In quel periodo ricordo con due spiccioli mi portavo a casa Lizzy Borden, Warlord, Hallow’s Eve (sì, ne parlerò in futuro), Helstar, Omen e Liege Lord, qualche cassetta a 1000 lire e tanta ansia nell’aspettare il postino per pagare il paccone.
Si facevano ordini cumulativi, con mio fratello e altri amici, si smazzavano le spese di spedizione, si comprava il blocco di audiocassette per duplicare i vari dischi e la festa cominciava. Però non si trovava tutto. Quel tutto, e non scherzo, esisteva a un’ora di treno dal mio paese a Genova.
Nel labirinto di caruggi del centro storico di quella città c’era un negozio, un vero e proprio dungeon dei giochi di ruolo, imboscato in fondo a via Chiossone: On Stage.
Il proprietario, un uomo dall’età indefinibile, secco, scorbutico e di pochissime parole, a me ricordava e ricorda ancora Mr Scrooge del Canto di Natale di Dickens.
Il sabato pomeriggio prendevo il treno da Ovada, la mia città, con mio fratello e qualche amico, 30 o 40 mila lire a testa da spendere e la spensieratezza della gioventù. Una piccola sosta per un pezzo di focaccia e poi di corsa a perdifiato nei vicoli, fino allo scrigno del metallo di On Stage.
Questo negozio era piccolo, buio, ma era pieno fino a scoppiare di ogni ben di dio. Migliaia tra cd e vinili, qualche cassetta, totalmente votato (o quasi) al metal.
C’era tutto e di più, roba rarissima, import giapponesi e americani, singoli, EP, bootleg.
I problemi di On Stage erano vari, ma tutti risolvibili.
Uno: scartabellare le buche dei vinili era difficile, pressatissimi, dovevi toglierne sei o sette e poi esplorare le buche. Troppa roba, troppi titoli, orientarsi era impossibile. Andavi a sentimento, senza poter avere consigli dal titolare, che non spiccicava una parola, appollaiato su una sedia seminascosto dai dischi.
Due: i cd. Per non dover interloquire con nessuno il “Supremo”, come lo chiamavano alcuni metallari genovesi, aveva fotocopiato tutte le copertine dei cd in bianco e nero in buche da migliaia di titoli; tu vedevi quelle rozze fotocopie e dovevi fidarti di quelle copertine e basta. Nessuna consulenza, nessun dialogo. Sceglievi, lui tirava fuori il dischetto e pagavi. A stento ti salutava e tutto finiva lì.
I prezzi erano alti, più della media, ma se sapevi scegliere trovavi delle chicche che oggi valgono centinaia se non migliaia di euro.
Da On Stage ho sperimentato la vertigine del “troppo”, ingestibile e spaventoso. Con un budget che ci permetteva due cd o due vinili, era quasi impossibile scegliere, passandoci dentro due ore minimo, spalla a spalla con altri metallari infoiati come noi.
Mr Scrooge del metallo era una figura strana, inquietante, non sapevamo nulla di lui. Alle 15, 15 e 30 dal buio di un caruggio, vestito in modo anonimo, sbucava come un fantasma, in un silenzio tombale apriva, si sedeva sopraffatto da pile di roba sul bancone e si faceva i cazzi suoi tutto il giorno.
Ci chiedevamo, ancora oggi lo faccio, come una persona del genere avesse TUTTO il metal del mondo, dove importava quei dischi, come faceva a conoscere tutti quei gruppi, perché, a volte, facoltosi figli di papà che spendevano anche duecentomila lire in un giorno solo, chiedendo informazioni su questo o quello, ricevevano dettagli precisissimi da vero esperto.
Privilegio raro e motivato per lui, visto l’esborso, sintomo di essere capace però di sciogliersi in una competenza sterminata quando il portafoglio dell’interlocutore lo giustificava.
Mr Scrooge incarnava perfettamente lo stereotipo del genovese tirchio e avido. A volte ripenso a quelle scorribande discografiche con nostalgia, eravamo giovani, squattrinati e senza pensieri, e On Stage è spesso incastonato in quei ricordi.
Esso incarnava perfettamente il detto “fai attenzione a ciò che desideri, perché potrebbe avverarsi”.
Dalla fame ideale alla sazietà reale, il panico di avere tutto quello che volevi, separato dalla distanza delle poche banconote spendibili.
Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto il proprietario, di cui non conosco manco il nome, credo che sia in pensione, o vista l’età che oggi avrebbe, forse anche non più tra noi.
Dicono: “il metal è fratellanza”, cosa a cui io non ho mai creduto, e questa storia sembra confermare l’esatto contrario.

