La giungla d’asfalto di Adrian Smith – Sogni AOR e fantasmi d’inizio fine per gli Iron Maiden

È notte. Un uomo sale in macchina e sfreccia in autostrada, tormentato dai propri pensieri. Vede una ragazza sul ciglio della carreggiata. Forse è una prostituta, o magari si è semplicemente persa: non è dato saperlo. Il protagonista si innamora follemente, ma lei, dopo averlo sedotto, sparisce nella notte. Qualcuno dirà al nostro eroe che la donna era morta quella stessa sera, su quella stessa strada.

È il suggestivo affresco di “The Lion”, straordinario pezzo AOR a 24 carati con cui Adrian Smith apre il suo primo disco solista.

Era il 1989 e, sul decennio d’oro degli Iron Maiden, si apprestavano a scorrere i titoli di coda (“gli anni ’80? Una corsa sulle montagne russe”, secondo Bruce Dickinson). Nonostante lo zenith creativo di “Seventh Son of a Seventh Son”, Donington e il successo planetario, Steve Harris continuava a dormire con un occhio aperto.

Ad angosciarlo non era solo la consapevolezza di avere chiuso un ciclo. La band aveva iniziato a perdere terreno sul mercato americano, proprio mentre gli equilibri al suo interno mostravano più di una crepa. Il ricordo di Slash, con i Guns di spalla ai Maiden per un breve e tormentato tour, di tutti quegli iceberg on stage, è eloquente.

Il disco successivo avrebbe dovuto essere un’operazione back to basics: su questo, sia Bruce sia Steve si trovarono inaspettatamente concordi. Non prima, però, del tradizionale anno sabbatico, il primo nella storia della band, che avrebbe dato modo un po’ a tutti di rifiatare, affinare la strategia per il decennio alle porte e dare libero sfogo alla propria creatività.

Il vocalist, per la sua carriera solista, optò per una soluzione ancora più terra terra: un rock classico alla AC/DC e nessuna concessione ai Maiden. Adrian Smith colse invece l’occasione per dare sfogo alla propria passione per l’hard rock cromato made in USA.

Non fu l’anno sabbatico a fare notizia, né la volontà di intraprendere carriere soliste più o meno estemporanee. Il fatto è che i tre principali compositori dei Maiden erano orientati ciascuno verso scelte stilistiche differenti. Come questo si sarebbe riflesso nella band principale lo avremmo scoperto più tardi.

Adrian Smith fu il primo, in ordine cronologico, a uscire dal guscio. “Silver and Gold” uscì per la EMI, venne registrato ai leggendari Trident Studios di Londra e passò per le mani di uno dei più quotati produttori britannici dell’epoca.

Ad apparecchiargli la tavola ci pensò Rod Smallwood che, da buon padre di famiglia, vide nel progetto la situazione ideale per tirare su un Adrian sempre più scontento e ricaricarlo in vista del prossimo giro di giostra.

Smith richiamò per l’occasione due ex compagni dei tempi degli Urchin, oltre al batterista Zak Starkey, figlio di Ringo Starr. Insomma, sulla carta il chitarrista doveva solo pensare a suonare. Ma, col senno di poi, anche le premesse non furono così esaltanti. A cominciare dal nome del progetto e dal titolo del disco, oggettivamente insipidi e poco accattivanti: su questo, volendo, Smith avrebbe potuto impegnarsi un po’ di più.

Adrian era già allora quello che nel basket viene chiamato il terzo violino, colui che arriva subito dopo i due All-Star: classe e affidabilità, senza rubare la scena a quelli sopra di lui.

Smith è l’eleganza, la testa di ponte stilistica fra le periferie di Londra e gli States, con il suo stile fragile come il cristallo. “Quando va in assolo è assolutamente imprevedibile”, dirà Dickinson anni più tardi, “ondeggia da una nota all’altra, e tu ti ci aggrappi senza sapere dove andrai a finire”. Non è un caso che, leggenda narra, sia stato a un passo dall’unirsi ai Def Leppard, la band più americana d’Inghilterra.

“Silver and Gold” è sulla carta il “disco americano” di un chitarrista dal peso determinante nell’economia della band britannica e che, sulla scia delle sempre più numerose hit a sua firma (non serve che le citiamo), aveva tutto il diritto di giocarsi questa carta.

Sarebbe sbagliato, però, etichettare “Silver and Gold” come un normalissimo disco AOR. Per certi versi lo è, perché, tolta la opener, che seduce e tradisce proprio come nel testo, il resto del disco ha pochissimi momenti memorabili, compensati però da tanta onestà. O, se preferite, da momenti standard di qualità sufficiente.
Il disco ha un’altra chiave di lettura, comunque.

L’AOR di Smith non è quello sbarazzino e testosteronico degli americani. “Silver and Gold” è un disco oscuro nelle liriche, a tratti nostalgico, e questo lo rende, a suo modo, anche originale.

Il contesto iniziale, se vogliamo, è anche un po’ stereotipato: le auto che sfrecciano nella notte, la giungla d’asfalto, amori lontani e non corrisposti. Ma, a un livello di lettura più profondo, affiorano aspetti personali, crisi esistenziali ed emotive. La corsa in auto è una fuga da se stessi; la città, un posto dove competere all’arma bianca; l’amore e il sesso, qualcosa di sfumato, come le foto della donna ritratta all’interno del disco; il tormento per qualcosa che non si può più raggiungere.

Affiora la paura di un futuro incerto, anche a livello personale. Dopo la fama planetaria, i soldi e il successo, emerge l’insicurezza: perdere tutto o finire semplicemente dimenticati (“Fallen Heroes”).

Si sfiorano addirittura tematiche sociali e impegnate: si tasta il polso allo stato del mondo in “After the Storm” e alle giovani generazioni con “Kids Gone Astray”, mentre con “Blood on the Ocean” ci si prepara all’Apocalisse imminente.

L’influenza del Gary Moore di quegli anni è palese, sia per stile sia per contenuti. Proprio come nel repertorio del chitarrista di Belfast, tematiche personali e collettive si intersecano e si alternano. Siamo lontani anni luce dai contesti rigidi e didascalici degli Iron Maiden, anche se un trait d’union esiste fra i due mondi.

La nostalgia di “Wasted Years”, la solitudine dell’esploratore di “Stranger in a Strange Land” o quella di Charlotte, confinata nel bordello di “22 Acacia Avenue”, sono speculari a quelle di “Silver and Gold”.

Autore e personaggi sono in cerca di redenzione, di una via d’uscita personale ed esistenziale rispetto alla propria condizione.

Il carcerato di “Wishing Your Life Away” è parente stretto del condannato di “Hallowed Be Thy Name”, così come il riff di “After the Storm” lo è di “The Fallen Angel”, mentre in chiusura Smith canta: “we haven’t seen the writing on the wall”.

Che si tratti di recupero di idee altrui (non nuovo, peraltro, in casa Maiden) o di flusso di coscienza, “Silver and Gold” è soprattutto il laboratorio personale di Smith, una sorta di archivio di idee o, se preferite, un diario da cui prendere ispirazione in momenti migliori. Cosa che, appunto, Smith farà.

L’autore è nei nostri cuori e il disco fa sicuramente simpatia, ma poteva anche uscire meglio. Per dovere di cronaca, si segnala anche la comparsa della moglie di Mutt Lange, produttore multi-platino di Def Leppard e AC/DC. Non una parata di nani e ballerine così in voga all’epoca, ma qualcosa che comunque va in quella direzione e che alla fine partorisce un simpatico topolino.

Più che il terzo Maiden, Smith assomiglia a un rampollo svogliato spedito a forza dal papi negli atenei più prestigiosi.

Erano anni strani, quelli.

L’atmosfera era quella di rivoluzioni imminenti, musicali, politiche, sociali, come avrebbero cantato gli AC/DC un anno dopo in “The Razor’s Edge”, o Dylan vent’anni prima in “All Along the Watchtower”:

“là fuori in lontananza
un gatto selvaggio ringhiò
due uomini a cavallo si avvicinavano
il vento cominciò a ululare”

Tutti i Maiden si rifugiarono, ciascuno nella propria comfort zone, al primo soffio di vento, incapaci di cavalcare un cambiamento di scenario ormai inevitabile.

“I Metallica, con il Black Album, hanno avuto le palle di fare quel salto che nessuno ha fatto”, ha detto Dickinson in anni recenti, con la solita arguzia. Rileggere la storia è sempre un esercizio utile.