La mosca sul muro e la bestia nella notte: il giorno in cui il “Night Stalker” mise in scacco gli AC/DC

Quando la polizia di Los Angeles catturò il serial killer Richard Ramirez, noto alle cronache come “Night Stalker”, erano da tempo informati del cappellino con sopra la scritta “AC/DC”.

In effetti, come potreste scoprire guardando la bella docu-serie su Netflix dedicata a lui, in gran parte fu ciò che indossava a determinarne la cattura; o comunque sugli indumenti che i sopravvissuti gli avevano visto addosso, sull’impronta di un certo tipo di scarpa che aveva lasciato sul luogo di una delle sue incursioni letali, si incentrò il grosso delle indagini.

E c’era quel dettaglio del cappello con la scritta “AC/DC” che una tizia gli aveva visto in testa. Nel “troiaio” domestico in cui Ramirez viveva, i poliziotti ritrovarono il cappellino.
Poco tempo dopo vennero a sapere che non era solo una scritta, ma per lui, l’assassino, la band australiana AC/DC era una specie di fede.

O meglio, faceva parte di un albero sistemico di puttanate su cui si reggeva la sua metodica foga omicida. Erano il suo gruppo preferito. Gli piaceva un casino l’heavy metal e prima di entrare in azione, infilandosi nelle case della gente e uccidendo, stuprando o facendo qualsiasi aberrazione pensava che il diavolo avrebbe gradito facesse, lui ascoltava “Night Prowler” degli AC/DC. Era la canzone con cui si dava la carica e da cui traeva “ispirazione” per diventare la “bestia nella notte”.
Ovviamente questa faccenda fu una torta irresistibile per i media, che accusarono nel solito modo viziato e peloso, un gruppo rock molto popolare, innocuo e ridanciano, di avere con la propria superficialità, guadagnato qualche responsabilità sulla mattanza che quel figlio di puttana aveva eseguito, tenendo una delle città più vive e folli degli anni 80, in scacco per mesi e mesi.
Si ipotizzarono significati e sotto-trame occulte intorno ai fratelli Young. Messe nere, preghiere nascoste a Lucifero dietro “Back In Black”. Da lì alla vicenda PMRC fu un attimo.

In quel periodo gli AC/DC non se la stavano passando bene. O meglio, per i concerti non ci si poteva ancora lamentare: ovunque andassero era quasi sempre tutto esaurito, ma la questione creativa ormai “suonava” abbastanza palese: il gruppo non riusciva più a rendere la solita solfa abbastanza interessante.

Dopo “Back In Black” era stato un progressivo calando, anche se ancora il pubblico di Kerrang! li premiava come autori del brano più “heavy” di sempre: “Whole Lotta Rosie”.

Erano venuti meno gli stimoli. Brian Johnson aveva ormai dimostrato di essere l’ideale sostituto del compianto Bon Scott; la band era riuscita a incassare milioni in copie vendute e sold out; avevano ridefinito il proprio sound, per quanto sembra che la realizzazione del disco più iconico, non fosse stata rose e fiori con il celebrato produttore Robert John “Mutt” Lange (ma su questo torneremo un’altra volta).

La formula AC/DC era bloccata in una serie di dinamiche ritmiche, di temi e riff che non andavano assolutamente cambiati. La band lo pensava, i fan pure.

Per il pubblico il fascino intorno al gruppo si basava (ancor più si basa oggi) sulla mancanza di novità, sulla ricetta infallibile e la dimostrazione “magica” che, a fare come i fratelli Young, anche se loro l’hanno sempre cucinata meglio di chiunque altro, non si poteva sbagliare.

L’hard rock era al massimo della propria efficacia se si riusciva a non complicarlo troppo, puntando su uno scambio essenziale tra batteria, chitarre e basso.

Vi devo confessare che non ho ascoltato l’intera discografia degli AC/DC.

Conosco i lavori famosi e alcuni dei meno noti, ma non sono un cultore e non mi è mai presa di mettermi lì e sorbirmi in fila tutti i loro dischi, (“tanto è sempre la stessa solfa”).

La fase anni 80 prima della “rinascita” di “The Razor’s Edge”, che poi è il primo disco che abbia mai ascoltato degli AC/DC, data la mia appartenenza generazionale agli anni 90, l’ho sempre saltata a piedi pari. Ne ho letto cose orride, a dire la verità.
E in effetti, per esempio, “Fly On The Wall” è un lavoro abbastanza deprimente. Se escludo il brano “Danger”, che mi piace molto, il resto sembra la solita sbobba confezionata da mani produttive non molto ispirate (la band stessa).

Tra l’altro quel brano (“Danger”) lo suonarono dal vivo in tour e risultò una schifezza, così non lo riproposero mai più.

Eppure di cose interessanti intorno a questo album se ne trovano, sapete? Proprio per la faccenda di Ramirez.

Il gruppo agli inizi del giro promozionale, quando rilasciò le prime interviste ai giornali e i magazine specializzati, non era ancora nel pieno della baraonda mediatica dovuta ai gusti musicali di un folle omicida e appariva rilassato e quasi impotente. “Facciamo quello che facciamo e basta”.

Per Angus Young l’album “nuovo” era una buona ripartenza dopo quello che quasi all’unanimità era stato giudicato il peggior lavoro degli AC/DC, vale a dire “Flick Of The Switch”.

La formula ancora era quella giusta e il pubblico non ne avrebbe mai avuto abbastanza. Poi qualcuno, visto che non sapeva cosa domandare, fece un riferimento al tenore dei testi. E Angus pacioso ammise che non andavano presi alla lettera.

Per esempio, “Fly On The Wall”, il brano che dava il titolo all’album, si riferiva a un tipo che per un po’ aveva seguito la band, fino quasi a perseguitarla. Per loro, quando lo vedevano nei paraggi, lui era “la mosca sul muro”.
Impossibile non provare un brivido da qualche parte, se si pensa all’angelo nero che era piombato sulle notti losangeline al ritmo di “Night Prowler”. Curioso poi che il brano di punta fosse proprio “Danger” (“Don’t Talk To Strangers”), perché quel pezzo, che a detta di Angus, era solo una presa di coscienza di quanto a volte andare in giro, specie di notte, ubriachi, potesse risultare pericoloso. Là fuori c’erano pericoli ovunque. Ecco, non vi sembra che a posteriori anche questa innocua e sorniona ramanzina sui bagordi notturni, guadagnasse quasi subito una valenza sinistra, pensando sempre alle cose fatte da Ramirez con la musica degli AC/DC in testa e all’atmosfera di paranoia e assedio in cui cadde l’intera città durante quel periodo?

“Night Prowler” era una canzone innocua, ovviamente. Parlava di un tipo che entrava di nascosto in camera della sua ragazza con intenzioni festose. Eppure di fatto divenne la colonna sonora di un pazzo che faceva esattamente questo, ma senza fermarsi all’arredamento e i soprammobili.

Erik Danielsson dei Watain ha detto una cosa molto interessante, una volta. “Non importa se non credi nei simboli che usi. La loro potenza arriverà lo stesso dove deve arrivare”.
Sembra che gli AC/DC non volessero far altro che suscitare divertimento e musicare la bisboccia con le loro canzoni, ma evidentemente qualcosa nelle scherzose provocazioni, conteneva elementi ben più seri e pericolosi. Non posso evitare di trovarla un’ipotesi suggestiva.

In un certo senso la storia di “Night Prowler” è simile a quella del “White Album” con Manson o di quei poveri adolescenti che pensarono di sentire una chiara incitazione a farla finita nei dischi di Ozzy o dei Judas Priest.

Purtroppo non possiamo impedire a qualcuno di vedere quello che “vuole” vedere e sentire quello che vuol sentirsi dire. Tutti cerchiamo permessi e assoluzioni nell’arte.

Tornando a “Fly On The Wall”, nonostante la gigantesca questione mediatica che avvolse gli AC/DC, si tratta di un lavoro modesto e di un momento davvero difficile nella loro storia, in parte giustificato dal momento molto difficile che stavano passano. Phil Rudd, il “batterista metronomo”, era stato allontanato da Malcolm, il quale aveva già di sui dei seri problemi di alcolismo.

L’album non andò granché bene e a quanto ne so, il tour non sempre portò il gruppo in locali stracolmi, ma fu l’inizio della risalita. Questa bassa marea della band contrastava con l’enorme quantità di gruppi giovani che imitavano il suono e lo stile AC/DC negli anni 80.

Il paradosso è questo: nell’86 il gruppo era centrale a tanti livelli, ma musicalmente non era all’altezza di se stesso.

Ah, una curiosità riguardo “Flick Of The Switch”. Per quanto bistrattato al tempo, oggi in gran parte è stato rivalutato dalla critica, per la scelta di essere “nudo e crudo” rispetto a “Fly On The Wall”, che negli anni ha perso la poca considerazione che già aveva, risultando ormai illo “il peggior disco degli AC/DC di sempre”.